“The Plague“ – Recensione

Un teso coming-of-age sul bullismo, tra suspense e suggestioni horror

Editoria & Trasparenza

Prodotto acquistato personalmente dal recensore ai fini della valutazione.

The Plague

Ben, un dodicenne timido e insicuro, viene iscritto dalla madre a un campo estivo di pallanuoto, dove tra i ragazzi si è già consolidata una gerarchia sociale spietata, fatta di alleanze, prese in giro e regole non scritte. Tra i partecipanti c’è anche Eli, un coetaneo goffo affetto da una vistosa eruzione cutanea, che i compagni hanno isolato quando il carismatico Jake, un vero e proprio manipolatore, ha iniziato a diffondere la voce che si tratti di una misteriosa “peste” contagiosa, di origine sconosciuta.

In The Plague inizialmente Ben cerca disperatamente di conformarsi al gruppo dominante, pur provando un’evidente compassione per Eli, ma con la paura di essere a sua volta escluso dalla maggioranza a influenzare le sue decisioni. Il fragile equilibrio si incrina in seguito a un evento imprevisto e il morbo, se di esso si tratta effettivamente, sembra cominciare a diffondersi in maniera del tutto inaspettata…

Acqua alla gola

Presentato al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un certain regard,  un intenso racconto di formazione che affronta direttamente il tema, sempre attualissimo, del bullismo, utilizzando suggestioni vicine all’horror per mettere in luce quanto le dinamiche sociali tra adolescenti possano diventare dure e spietate. Per tutta la durata del film si respira una tensione costante, alimentata da situazioni e immagini che riportano sempre alla complessità del crescere e al dilemma tra l’adattarsi al gruppo o il restarne ai margini, in un contesto dove la diversità può essere percepita come una minaccia ma anche trasformarsi in una possibile risorsa.

The Plague

Un’operazione coraggiosa che trasforma ciò che potrebbe sembrare un “semplice” dramma preadolescenziale in qualcosa di molto più oscuro e risonante. La suspense psicologica è mutevole come l’acqua della piscina, dove i predatori non sono piranha o predatori assetati di sangue ma ragazzini annoiati, in cerca della vittima sacrificale per il loro morboso, sadico, divertimento. L’inquadratura di apertura stabilisce immediatamente questo tono straniante, con la camera immersa che osserva i corpi dei ragazzi appena tuffatisi al rallentatore, figure fantasmatiche pronte ad abitare una storia di fantasmi, di vuoti, di mancanze.

In cerca del proprio posto nel mondo

La sceneggiatura segue una sua ciclicità, in attesa del prossimo “prescelto”, di come l’epidemia sia pronta o meno a diffondersi quando chi al comando si sente accerchiato, in cerca di una sorta di attacco preventivo – vi ricorda qualcosa? – a giustificare inneschi di violenza, più mentale che fisica, immotivati. Fino a quell’epilogo, amarissimo ma al contempo liberatorio, guardante a nuovi inizi verso un futuro sì popolato da innumerevoli incertezze ma anche da una rabbiosa speranza, racchiusa tutta in un ballo catartico e furibondo, contro tutti e contro il mondo.

The Plague

Preciso nel catturare non soltanto il gergo utilizzato dai giovanissimi nel 2003, ma anche le atmosfere e le suggestioni di un’epoca dove gli smartphone non erano ancora così diffusi e lo stesso valeva per internet, che era sì ormai ovunque ma non in maniera così invasiva come oggi. Viene costruito un microcosmo credibile, con codici linguistici e rituali propri, superficialmente integrato nella nebbia della pubertà, con la sessualità in divenire e il senso di inadeguatezza quale spauracchio potenzialmente insormontabile.

Dark Water

Non è casuale che il film venga paragonato inevitabilmente a un romanzo seminale come Il signore delle mosche di William Golding, recentemente portato su piccolo schermo in una miniserie andata in onda su Sky nelle scorse settimane, e il regista stesso cita l’opera come un’influenza chiave. The Plague vive di ferocia e solitudine, in una vena più intimista dove la massa non divora in un sol boccone ma corrode lentamente, spingendo all’esasperazione chi caduto nella lista nera, per sfortuna o negligenza.

The Plague

Atmosfere evocative e un cast di giovani interpreti promettenti, affiancati da un rassicurante Joel Edgerton nel ruolo dell’allenatore e figura guida, rendono l’esordio nel lungometraggio del regista Charlie Polinger un’opera solida e interessante, capace di suscitare una curiosità ancora maggior sul suo prossimo progetto, il già annunciato adattamento de La maschera della Morte Rossa, celebre racconto di Edgar Allan Poe che a quanto visto sembra idealmente essere nelle sue corde.

The Plague Recensione – Conclusione

Un ragazzino che comincia a frequentare un corso di nuoto si trova immerso in gerarchie apparentemente immutabili, con il marchio impossibile da togliere che ha colpito un compagno vittima di una violenta eruzione cutanea, considerato un appestato dal leader dominante e di rimando dai suoi ciechi adepti.

Un racconto di formazione atipico, amaro e doloroso, che affronta di petto il bullismo senza edulcorazioni, con un’anima che guarda all’horror e al mistero, restando saggiamente ancorata a soluzioni e pulsioni terrene. Perché crescere è tanto bello quanto difficile e un passo falso può stabilire confini, creare o abbattere ponti e aprire nuove consapevolezze sul domani che verrà.

8
Un racconto di formazione atipico, amaro e doloroso

Pro

  • Atmosfera straniante
  • Tensione altissima
  • Ottimo cast di giovanissimi

Contro

  • Un ritratto psicologicamente crudo, che potrebbe inquietare il pubblico maggiormente sensibile
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