“Wolfkin“ – Recensione

Una storia licantropica che si tinge di significati, stasera su Rai4.

Wolfkin

Elaine è una madre single che vive a Bruxelles, dove cresce da sola il figlio Martin, appena dieci anni. Negli ultimi tempi il bambino ha sviluppato un comportamento sempre più aggressivo e difficile da gestire, tanto da impedirgli di stringere amicizie e da rischiare addirittura la sospensione da scuola. Quando durante la sua festa di compleanno Martin morde ferocemente un coetaneo davanti agli altri invitati, Elaine prende una decisione disperata: portare il figlio dai genitori del padre Patrick, scomparso prima ancora della sua nascita, che vivono in una piccola cittadina di campagna.

Come si scopre fin dalle prime sequenze di Wolfkin, Martin non è infatti un bambino qualunque, ma il figlio di un licantropo che, con l’arrivo della preadolescenza, sta iniziando a manifestare i primi segnali della sua mutazione. I facoltosi nonni Adrienne e Joseph accolgono il nipote mai conosciuto con un entusiasmo sorprendente, ma il motivo di tanta disponibilità appare presto inquietante: Joseph è in realtà il leader di una setta di lupi mannari che sopravvive nell’ombra, nascosta alla società. Elaine comprende rapidamente che quella dimora elegante e apparentemente rispettabile nasconde segreti oscuri, e che la permanenza in quella casa potrebbe trasformarsi in un pericolo mortale per lei e per il figlio.

Tra Terra e Luna (piena)

Già il prologo del film stabilisce il tema centrale della paura della perdita e dell’abbandono, un sentimento che attraversa l’intera narrazione e che definisce il dramma di una madre pronta a tutto pur di proteggere il proprio figlio. Ancora una volta la pubertà diventa metafora di pulsioni incontrollabili: il giovane protagonista inizia infatti una trasformazione fisica e psicologica destinata a segnare irreversibilmente il suo futuro.

Wolfkin

Il regista lussemburghese Jacques Molitor intreccia diverse tematiche con una certa precisione, cercando di mantenere un equilibrio tra horror e riflessione sociale. La licantropia diventa così un espediente narrativo stratificato: da un lato rappresenta l’odissea personale di una madre che lotta per gestire un figlio “diverso”, dall’altro diventa il simbolo di un conflitto sociale che emerge progressivamente nelle dinamiche di classe. La caccia organizzata da questa aristocrazia di lupi mannari, appartenenti all’alta società, finisce infatti per diventare uno specchio del mondo contemporaneo, segnato da profonde disuguaglianze tra ricchi e poveri, tra privilegiati e marginalizzati, tra chi detiene il potere e chi invece lotta per sopravvivere.

In questo contesto borghese, dove la rispettabilità si costruisce anche attraverso rituali pubblici come la presenza domenicale in chiesa, la fede diventa quasi un paravento morale dietro cui nascondere una natura profondamente predatoria. Dietro l’apparente decoro sociale si nasconde infatti una comunità consumata dalla propria fame e dalla consapevolezza dell’assoluta impunità, al punto da sostituirsi simbolicamente a Dio stesso nel determinare chi merita di vivere e chi no.

Attenti al lupo

La teoria dell’homo homini lupus, la selezione darwiniana, il privilegio ereditato e lo sfruttamento di chi arriva in cerca di una vita migliore vengono compressi in un’ora e mezza di racconto che forse sfrutta anche con una certa astuzia alcuni temi sensibili, ma riesce comunque ad arrivare al nocciolo della questione senza tradire la propria anima di cinema di genere. Non è un approccio vicino a Lasciami entrare (2008), ma richiama piuttosto – seppur indirettamente – una pellicola coeva e contemporanea come Blood (2022), dove però la madre era già consapevole dei sacrifici necessari per mantenere in vita una prole così particolare.

Wolfkin

Louise Manteau, nel ruolo di Elaine, restituisce con intensità il tormento di una donna intrappolata tra l’amore incondizionato per il figlio e la scoperta sempre più spaventosa della sua natura mostruosa. L’attrice riesce a esprimere un ampio spettro emotivo – dalla paura alla determinazione, dal disgusto all’istinto materno – evitando che il film scivoli nel melodramma o in facili eccessi retorici. Allo stesso modo Victor Dieu, qui alla sua prima esperienza davanti alla macchina da presa, riesce a rendere credibile la progressiva trasformazione di Martin, bilanciando l’innocenza di un bambino turbato con la crescente anima ferale della creatura che emerge dentro di lui.

Wolfkin è quindi un film che sa cosa vuole raccontare e come farlo, senza perdersi in inutili virtuosismi o complicazioni narrative. Utilizza l’horror come linguaggio per parlare anche d’altro, affrontando temi sociali e umani con una lucidità che spesso manca a produzioni di genere più blasonate.

Wolfkin Recensione – Conclusione

Il risultato è un’opera che prende il mito del licantropo e lo rielabora con intelligenza per costruire una riflessione sulla crescita, sulla lotta di classe e sulle contraddizioni della società contemporanea. La trasformazione di Martin – un bambino di dieci anni costretto a confrontarsi con la propria natura mannara – viene metaforicamente amplificata dal suo arrivo nella lussuosa residenza dei nonni, custodi di un segreto lupesco tramandato da generazioni e nascosto dietro una facciata di ricchezza e rispettabilità. Un velo che naturalmente cela violenza e brutalità, e che una madre disperata sarà pronta a strappare pur di salvare ciò che resta dell’umanità di suo figlio.

Il film andrà in onda stasera su Rai4 in seconda serata.

7.5
Una storia di lupi mannari per riflettere sulla società contemporanea.

Pro

  • Sceneggiatura affilata.
  • Ottimo cast.
  • Semplice ma incisivo.

Contro

  • Alcune sottotrame forse poco esplorate.
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