On this day…1776 – Darren Aronofsky e la prima web serie IA
Il visionario regista sfida il mondo mettendo alla prova l'intelligenza artificiale come nuovo strumento narrativo.
Tutti ne parlano, e molti non con toni lusinghieri. Eppure l’ultima impresa creativa del visionario regista Darren Aronofsky (“Requiem for a Dream”, “Il Cigno Nero”) merita – secondo me – una riflessione più profonda del semplice like o dislike.
Ma andiamo con ordine.
La prima web-serie IA “1776” di Darren Aronofsky
Sì, Darren Aronofsky ha appena realizzato e rilasciato online, sul canale YouTube del TIME, le prime due puntate di una web-serie ambiziosa e provocatrice, che gli sta costando molto sul piano dell’immagine pubblica e sul suo valore come autore cinematografico. Ma è con lui che dobbiamo prendercela?
La serie si intitola:“On this day… 1776″ e si tratta di una serie a cadenza settimanale che accompagnerà per tutto il 2026 le tappe cruciali della Rivoluzione Americana, quindi della nascita della costituzione americana, celebrandone il suo 250° compleanno in parallelo alle date storiche reali.
Le puntate durano circa 2 – 4 minuti massimo, una durata tipica per la fruizione digitale e social. La serie è prodotta da Primordial Soup, la casa di produzione e distribuzione fondata dallo stesso Aronofsky dedicata a contenuti realizzati con intelligenza artificiale, in co-produzione con Google DeepMind, Salesforce e TIME.
La prima puntata: “The Flag”, racconta della nascita della bandiera americana. La seconda: “Common Sense“, ripercorre l’orgine del sentimento indipendentista nato anche da un pamphlet semplice e provocatorio che ha cambiato il corso della storia.
Da italiana, non conoscendo approfonditamente la storia americana, ho trovato l’operazione interessante, molto simile al concetto stesso del pamphlet. Un qualcosa che passa facilmente di mano in mano, e ho scoperto cose che non conoscevo minimamente.
Cosa funziona e cosa no (da filmmaker)
Da filmmaker e appassionata di nuove tecnologie, diciamolo chiaramente: siamo ancora molto lontani da una qualità che “pareggi la realtà”. La serie presenta i tipici limiti delle generazioni IA, e tra le tante, due:
- immagini che durano pochi secondi (ottenere inquadrature buone e durature è estremamente difficile) che costringono a montaggi rapidi e scelte creative ristrette come favorire i primi piani, dettagli
- i movimenti e le interpretazioni dei personaggi sono ancora visibilmente meccanici con delle texture un po’ pastose, che ci creano quella solita sensazione di “uncanny valley” , l’effetto scomodo di sapere che ciò che si sta guardando è una finzione, ma molto reale
- poche scene di massa

Tutto sommato però c’è stata molta cura nella ricerca della coerenza interna, non ci sono grossi “smarmellamenti”, errori di generazione, artefatti strani. Anche nelle scene di massa, seppur per 3-5 secondi, l’immagine tiene bene. La ricerca qualitativa e tecnica è visibile. Anche il lip-sync è accettabile ed è visibile la ricerca di un accuratezza storica.
Ok, qualche errore c’è! In uno shot in movimento, una transizione dinamica. Ma per trovarlo si deve vedere il video frame per frame. (Un pò come gli errori di continuità nei film e serie tv che però finiscono su grande schermo!)
Se la consideriamo per ciò che è e che vuole essere, ossia un prodotto breve, pensato per il web, la qualità artistica e tecnica è tra le più alte di questi prodotti e mescola un processo ibrido.

Lo stesso Aronofsky si era già espresso in diverse interviste sull’IA e su questo progetto, ha dichiarato:
[…] Molto presto si potrà raccontare una storia in un modo davvero semplice, ma anche se accadrà penso che un collaboratore umano possa prenderlo e trasformarlo in arte ed è in quel momento che diventa interessante.
La nostra missione è aiutare le persone a raccontare storie straordinarie. Inventiamo storie originali e gli strumenti per raccontarle, fondendo narrazioni audaci, profondità emotiva e flussi di lavoro sperimentali, […] plasmando un modello creativo in cui artisti e tecnologia evolvono insieme.
Anche Ben Bitonti, il presidente di Time Studio, ha commentato dicendo:
Questo progetto è uno sguardo a come può essere un uso attento, creativo e guidato dagli artisti dell’intelligenza artificiale: non sostituisce l’abilità, ma amplia le possibilità e permette agli storyteller di spingersi oltre i confini prima impensabili.
La serie è stata realizzata con strumenti di AI generativa ma non solo: dietro c’è il lavoro di squadre di artisti, filmmakers e tecnici che sperimentano e stressano gli strumenti accessibili ad oggi al massimo delle loro capacità, ed il team di post-produzione di Primordial Soup ha curato il montaggio, il mixaggio e la correzione colore degli episodi.
Inoltre la serie è sceneggiata da Lucas Sussman e di altri autori, la colonna sonora è originale e composta da Jordan Dykstra, e le voci e le performance di motion capture per animare i “digital humans” sono state fatte da attori e speaker reali e autorizzati dalla SAG-AFTRA, il sindacato statunitense che li rappresenta e li tutela.
La falsa impressione che spesso accompagna i progetti AI è che sia stato fatto di fretta e da una persona sola, qui non regge e credo che Aronofsky voglia proprio smontare quest’idea. E’ un processo ibrido, sperimentale e pieno di enormi compromessi creativi. Infatti, aggiungo una provocazione, dato che il timore generale legato all’IA è che si venga “sostituiti”, non è meglio che si notino tutti i suoi limiti?
Perché ci si scandalizza così tanto?
Scandagliando i diversi commenti sotto il progetto, articoli, canali Reddit etc. trovo solo commenti negativi, e tutto l’odio espresso per il medium e quest’opera senza uno spazio intermedio di analisi mi ha lasciato un po’ perplessa. In primis perché se consideriamo il medium IA, è appena nato e ancora a malapena riesce a camminare in autonomia.

Nessuno chiederebbe a un bambino di 2 anni di far di conto come a 15, no? Eppure, è vero che per come i loro paparini ne vantano le possibilità, le aspettative di risultati perfetti sono già altine. In più, mi lasciano un po’ perplesse le critiche cinematografiche per un prodotto il cui linguaggio è lo stesso che ritroviamo nei social come TikTok, Instagram Reels e da cui siamo invasi. Quindi credo che la domanda da porsi sia: perché questa serie ci “triggera” così tanto?
Se non ci avessero detto che è IA… ce ne saremmo accorti? Forse sì, forse no. Ma il punto è un altro.
Credo che questo progetto parli molto più di noi come pubblico, che del regista e i creativi in sé.
Ci irritiamo quando l’Arte, in senso ampio e più alto del termine, si allontana dall’idea romantica di talento unico, raro, che ci è stato narrato per decenni. In parte lo è. Tutti noi siamo più o meno portati per qualcosa (io 6 fisso in matematica per esempio) ma credo nelle capacità personali come un muscolo: con cui si nasce avvantaggiati o meno, predisposti per la corsa o il salto in alto, ma più lo alleni, più migliori.
Quindi, non è che ci arrabbiamo nello scoprire che oggi anche il nostro vicino di casa potrebbe esprimere un talento, inespresso, e risultare migliore del nostro senza fare lo stesso nostro sforzo e impegno che noi abbiamo investito?
Un po’ come a scuola nei compiti in classe: c’era sempre qualcuno che copiava (tutti noi l’abbiamo fatto almeno una volta) e chi non si infastidiva quando il copione o copiona di turno prendeva voti migliori di chi studiava davvero? Però sul lungo periodo chi ha studiato e imparato davvero è comunque arrivato più lontano.
Da filmmaker dovrei essere la prima spaventata dall’idea che “il cuggino” di turno possa “rubbbarci” il lavoro e svalutare il mercato, accettando commesse a poco prezzo. Ma qualcuno che vuole (e che può) investire solo 100 o 200€ per 20 video short reels al mese per tentare di emergere con il suo micro-influencing è davvero valorizzante della mia professionalità? Per spot di 10 secondi che spariscono dopo un mese?
E chi sono io, per dire a qualcuno, che magari ha un talento creativo inespresso – di non provarci?
Questo è gatekeeping ed è uno dei pochi aspetti che più mi infastidisce del nostro settore.
Il vero nodo: lavoro, mercato e IA
Smettiamola con le favole: in questo momento storico fare il/la filmmaker e riuscire a vivere dignitosamente del proprio lavoro è quasi un lusso. Per sopravvivere devi accettare una miriade di lavori piccoli, precari, sottopagati. Il mercato non è solo creativo, è editoriale, economico e relazionale.
Dire: “Giri un film, lo metti là fuori e ce la fai” è vero fino a un certo punto.

I festival hanno una parte di slot pre-venduti a scuole di cinema, produzioni, distributor, e fortunatamente sanno fare una selezione adeguata dei prodotti necessari e interessanti per l’annata. Inoltre fare un film devi investire almeno 4 anni della tua vita per un progetto e inoltre i budget si restringono, e chi ha risorse preferisce investirle in blockbuster e franchise sicuri.
Poi, per fortuna, una propria verità e forza, ce l’ha sempre il pubblico che talvolta scopre e innalza perle nascoste come la serie “Heated Rivalry”.
Comunque, in questo panorama, non si può negare che l’IA può rendere alcune cose più accessibili, e – come 1776 dimostra – non può essere sostitutiva del lavoro umano ed il pubblico stesso (umano) si interessa degli altri umani. E qui sta la vera battaglia: ci sono ottime ragioni per muovere giuste critiche al progetto su etica, sostenibilità, identità e welfare lavorativo, ma vanno rivolte al giusto interlocutore, a chi ha il potere reale, non gli artisti che sperimentano.
Duchamp, Warhol, W. Benjamin e noi
Il problema non è mai, estetico. Pensiamo a “La Fontana” di Duchamp.

Scandalosa all’epoca, oggi fondativa del Dadaismo. O a Warhol, che fece della copia, della riproduzione infinita, la sua arte con la serialità industriale con le sue celebri scatolette di pomodoro e le stampe di Marilyn Monroe.
E chi glielo dice a Chagall e a Kandinskij che disegnavano come bambini?
Eppure, accettiamo facilmente di contenuti IA su TikTok, Instagram. Vedi “Ballerina Cappuccina”, il dada contemporaneo, senza scandalo ma tormentone. Ma allora, non sarà che certi contenuti ci hanno già diseducato?
C’è un momento nella storia delle arti visive in cui ogni nuova tecnologia smette di essere un semplice strumento e pone domande. Il primo a porsele fu il filosofo e scrittore Walter Benjamin con il suo saggio: “L’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica” in cui si chiedeva se – con la nascita della stampa industriale – il fatto che l’arte potesse essere riprodotta all’infinito si potesse ancora definire Arte, dal momento in cui non fosse più l’umano a contribuire.

Courtesy of: Le Finestre sull’Arte.com
Oggi la domanda è ancora più radicale: che fine fa l’arte quando le immagini non solo si riproducono ma si generano automaticamente? Eppure nessuno ha criticato il cerotto magico di Photoshop che istantaneamente ripulisce le nostre foto da errori ricreando un elemento ambientale, o i fotomontaggi che mescolano realtà e finzione creando qualcosa di totalmente diverso.
Sicuramente rimangono molti aspetti irrisolti e alcune critiche al mezzo e al mondo IA, sono necessarie.
Viviamo in un momento di incertezza normativa sull’IA, la legislazione non è ancora chiara e in sviluppo, il peso ambientale economico e di risorse nell’uso dell’intelligenza artificiale non è da sottovalutare, la questione del diritto d’autore, anche se nessuno ha mai lamentato i mille mila prodotti in vendita su Etsy, i cui creatori vendono poster stampati in stile “Liberty” a 10 Euro (è ovvio che un Mucha reale ce lo possiamo permettere in pochi).

La riproducibilità ci ha permesso di portare l’arte alle masse, accessibile a tutti. Prima non era così: l’arte veniva richiesta e gestita da un pubblico scelto (nobili, religiosi).
Però c’è una riflessione politica e sociale importante da fare: in tutto questo, non si stanno arricchendo gli Stati – enti pubblici – ma delle big tech corp, private e questioni importanti per cui alzare la voce, ma va fatto al destinatario giusto.
Perché “1776” resta interessante
Al di là dei suoi limiti, “On this day…1776” tenta di portare sulle piattaforme digitali qualcosa visivamente più ambizioso e curato rispetto ai meme che scorriamo ogni giorno, dove day-influencers ci raccontano e riportano fatti o curiosità di cultura generale che ci convincono. Né vuole, né intende sostituirsi a prodotti cinematografici per la sala cinematografica.
Infatti Aronofsky non smette di fare film in modo tradizionale e ha in programma un film thriller-erotico, in collaborazione con l’autrice di “Gone Girl” Gillian Flynn ed è uscito in Agosto 2025 con l’ultimo film “Una scomoda circostanza” (“Caught Stealing”).
E ora ritorno al like e dislike. Può piacere e può non piacere. Liberi tutti.
C’è a chi piacciono gli influencer su TikTok, chi i vlogger su YouTube, chi guarda gente dormire h24 nelle live streaming su Twitch. Nel contesto dell’Online tutto è possibile e imprevedibile. Quello che stiamo davvero mancando, e digerendo, è un vero pensiero critico: che la vera battaglia non è “pro o contro l’IA”.
La vera domanda è: come la politica, le leggi e noi lavoratori rinegozieremo salari, diritti e condizioni di lavoro in un’epoca di cambiamento tecnologico.
Chi avrebbe mai investito milioni di dollari in una serie storica in costume da distribuire per il web? Probabilmente nessuno. E infatti nessuno lo ha fatto. Sarebbe stato folle spendere quel capitale per un prodotto web il cui intento e scopo è un certo tipo di fruizione, veloce, per uno schermo di uno smartphone mentre andate a casa dopo lavoro nel casino in metro. Ora ci rendiamo conto che il contesto regna sul medium e sul contenuto.
Metti la Banana di Maurizio Cattelan – titolo dell’opera “Comedian” – in un museo e vale 1.000.000 di dollari. Per la precisione fu venduta all’asta da Sotheby’s a New York per 6,2 milioni di dollari. Vendi la stessa banana per strada e ne vale 1.
Il cinema sui social? Ci ha provato, ma probabilmente è da evitare? D’altra parte non è mai esistito, e Aronofsky forse ha sbagliato in quello.
O forse, sbagliamo noi che nel vedere un regista cinematografico, sperimentare con le tecnologie, realizzare e firmare un contenuto digital ci aspettiamo qualcosa.
P.S: Anche Sorrentino, Mainetti, Garroni fanno gli spot pubblicitari sulle tv. Semplicemente non ce lo dicono. Giudicate voi la scelta.

Conclusione: la battaglia che conta
Penso che 1776 offra l’occasione per riflettere per cosa voler lottare. Ci arrabbiamo quando abbiamo paura di qualcosa, ma dobbiamo identificare davvero bene contro chi ce l’abbiamo e di cosa abbiamo realmente bisogno.
Credo che allo stato attuale delle cose, necessitiamo di rassicurazioni, di leggi concrete che ci tutelino, e contro il rischio di un’abbassamento delle condizioni di lavoro. Per gli artisti, per i tecnici, per chi fa immagini, se sapremo organizzarci, discuterne e rivendicare valore invece di dividerci in fazioni.
Qualunque scelta poco etica o poco sostenibile, deriva sempre da chi sta qualche gradino più in alto, e da noi, lavoratori che accettiamo le condizioni che ci vengono poste (o imposte) dal basso. Allora gli esperimenti, l’Arte, devono provocare e diventare qualcosa di utile.
Il resto, un prompt, premere un bottone o un grilletto, non parte da solo, dipende da noi. Come ha sottolineato proprio Aronofsky parlando, dell’intento principale della serie, era anche quello di:
“[…] riformulare la Rivoluzione non come un esito scontato, ma come un esperimento fragile plasmato da coloro che hanno combattuto per essa.”
Speriamo di non perderci un’occasione.