“Sorry, Baby” – Recensione
Spesso si sente parlare del “potere dell’amicizia” come di un raffazzonato espediente narrativo e tematico che permea alcune produzioni audiovisive di poco spessore, ma nel caso di Sorry, Baby è quanto di più autentico e positivo si possa intendere come motore propulsivo di un dramma che fa dell’umorismo il suo esorcismo e della speranza la sua risoluzione.
Nel mettere in scena la difficile ricostruzione interiore di Agnes, prima laureanda e poi giovane professoressa di lettere di un’amena località del boscoso New England, l’esordiente Eva Victor (anche sceneggiatrice e attrice protagonista) fa dell’amicizia tra la ragazza e la compagna di studi Lydie il principale rimedio (nel senso proprio di φάρμακον) al trauma che la investe nel corso dell’ultimo anno scolastico, e che impiegherà diversi anni ad elaborare.

Proprio nell’immediatezza dell’evento traumatico, poter confidare a Lydie quanto accaduto aiuta Agnes a dare subito un’identità tanto all’offesa subita quanto alla persona che l’ha attuata. Questa agnizione del dolore sarà così fondamentale, in ultimo, per superarlo o quantomeno imparare a conviverci. Sarà però necessario affrontare per molto tempo notti insonni, attacchi di panico, anaffettività generale e una sorta di precariato esistenziale che le causeranno una costante sensazione di insicurezza, di incertezza decisionale in merito alla direzione da imprimere alla propria vita.
Sorry, Baby mantiene la narrazione su un sapiente equilibrio emotivo, stemperando spesso il dramma tramite il ricorso a un umorismo di sottrazione e sottraendosi a facili patetismi. Il risultato è un esordio di notevole eleganza che riflette sull’importanza di coltivare relazioni umane positive per il benessere psicofisico, e di come, d’altro canto, un singolo atto di disprezzo e coercizione possa imprimersi in un vissuto individuale causando ferite dell’anima che è dura rimarginare.
Leggere Lolita in New England
Scompattato in frammenti temporali sparpagliati in un manciata di anni, Sorry, Baby racconta le vicissitudini di Agnes (Eva Victor), promettente studentessa di lettere in procinto di laurearsi. La serenità delle giornate passate a rifinire la tesi in compagnia dell’amica di sempre Lydie (Naomi Ackie) e la promessa di un avvenire brillante prospettatole dal suo relatore (Louis Cancelmi) vengono improvvisamente polverizzati da un evento traumatico che la precipiterà in anni di incertezze e ridefinizione di sé. L’amicizia indissolubile di Lydie, il sentimento per il simpatico vicino di casa Gavin (Lucas Hedges), la tenerezza di un gattino randagio e i piccoli barlumi di gentilezza di cui godrà nei momenti più inaspettati le permetteranno di riprendere in mano le redini della sua vita.

La lettura del libro Lolita, il capolavoro di scandalo di Vladimir Nabokov, è un elemento ricorsivo nel film. Di esso viene sottolineata la dicotomia tra la perfezione estetica del linguaggio e la scabrosità del contenuto. In un certo senso anche Sorry, Baby è così: adotta uno stile elegante ed essenziale di messinscena e di regia, non si nega vezzi estetici e flirta con lo spettatore tramite occasionali spunti umoristici, ma il nocciolo di questa forbita confezione è il marciume che alcuni esseri umani covano dentro sé, contaminati da gesti meschini e degradanti compiuti nei loro confronti da aprte di altri esseri umani, e delle conseguenze che ciò provoca a lungo termine.
Il perpetratore del torto nei confronti di Agnes non viene indagato nelle sue ragioni poiché Sorry, Baby non offre riflessioni sulla presenza del Male nel mondo, ma sulla resilienza umana che impara, nonostante tutto, a farci i conti e andare avanti. Non è un caso che questa storia si svolga nella cornice umana di una facoltà di lettere: il problema del linguaggio è centrale. Dare un nome al torto che si è subito significa riconoscerlo, ed è il primo passo per esorcizzarlo e non lasciare che esso definisca chi siamo o vogliamo essere.
Grande attenzione inoltre viene riservata ai luoghi: questa generica cittadina del New England (Victor ha concepito il film mentre si trovava nel Maine) dalle coordinate sfuggenti è ridotta a un pugno di luoghi identitari per la protagonista, tra cui figurano prevalentemente gli uffici di facoltà e la sua abitazione. Quest’ultima, un classico prefabbricato in legno a due piani in stile coloniale, segna un presidio di civiltà e cultura in mezzo ai freddi boschi della Nuova Inghilterra. È però anche spia di un isolamento, quello in Agnes rischia di rinchiudersi, prigioniera di un blocco emotivo che necessiterà di anni per superare.
Sussurri e risa
Sorry, Baby ha un scrittura che mescola con intelligenza il registro drammatico e quello della commedia: utilizza la seconda per disinnescare il pathos del primo, ma d’altro canto è il sostrato del prima a dotare di senso il secondo. Così e da un lato il bisogno di affetto da parte di Agnes si traduce in una richiesta sin troppo esplicita al lusingato vicino Gavin, è pur sempre vero che l’efficacia comica del dialogo da il là ad una riflessione sull’importanza di riuscire ad instaurare un legame emotivo stabile che passi anche da un necessario incontro fisico di corpi che si scelgono e si accolgono reciprocamente.

Eva Victor si rivela un’attrice molto versatile, in grado di passare agevolmente dal registro comico al drammatico, e capace di una serie di micro-espressioni molto significative. È anche la sua prossemica a strappare la scena più volte con le sue pose esagerate, quasi fumettistiche nella loro teatralità, come quando tenta di occultare maldestramente il gattino sotto il giubbotto all’interno del supermercato e come quando esibisce il felino all’amica appena raccattato per strada. Che si chiuda a riccio in cerca di isolamento o che ricerchi il contatto umano in un abbraccio, il suo è un ottimo esempio di recitazione con tutto il corpo cui a volte il resto del cast quasi fatica a star dietro.
A momenti, d’altro canto, la dicotomia dramma-umorismo è meno efficace, pendendo pericolosamente verso il parossismo o la caricatura: questo avviene nel tratteggio di alcuni personaggi contorno come la compagna di studi invidiosa (Kelly McCormack) o il medico insensibile (Marc Carver), rappresentati in modo sin troppo odioso, o in scene di scontro tra Agnes ed elementi oppositivi come le due dirigenti scolastiche o la cassiera del minimarket. In questi frangenti la stessa regia, che opta spesso per un naturalismo rappresentativo ed un montaggio invisibile, balza in prima linea con montaggi serrati, inquadrature frontali con salti di campo e battute ficcanti, sottolineando i concetti in modo fin troppo zelante.
Ma è confacente a un titolo d’esordio gettare qualche provocazione a chi guarda, e in definitiva questi limiti non intaccano la validità di un progetto sostenuto da una salda tenuta stilistica e una narrazione coerente, piacevolmente oscillante tra analessi e prolessi. Con Sorry, Baby, Victor dimostra di possedere già un mestiere efficace nell’imbastire un discorso cinematografico sui sentimenti. C’è riuscita anche grazie all’apporto fotografico di Mia Cioffi Henry, che sfrutta la luce naturale per esaltare i paesaggi esterni e orchestra sapienti illuminazioni naturalistiche per disegnare quelli interni (e interiori).
Un dramma raffreddato con alleggerimenti umoristici che sottolinea gli strascichi di traumi emotivi e fisici a lungo termine. Un valido esordio.
Pro
- Serio senza patetismi
- Spruzzate umoristiche efficaci
- La prossemica fumettistica di Eva Victor
Contro
- Non sempre le soluzioni registiche brillano quando vorrebbero
- Le figure antagoniste sono tutte caricaturali