Resident Evil 7 La rinascita perfetta della saga e del genere
Resident Evil 7, la storia di come ha rianimato una saga storica, e in un certo senso un intero genere.
Giungiamo ora a quello che, senza timore di smentita, definirei la pietra angolare della storia moderna di Capcom: Resident Evil 7: Biohazard.
Non stiamo parlando semplicemente di un “ritorno all’horror”, ma del capitolo più cruciale dell’intera saga e, oserei dire, di una delle opere più influenti nella storia recente dell’industria videoludica.
Questo titolo ha portato sulle spalle un peso titanico: quello di salvare il franchise dall’oblio dopo la deriva action e la crisi d’identità culminata nel fiasco critico di Resident Evil 6.
Ma il suo merito trascende la sopravvivenza del brand: Resident Evil 7 ha agito come un potente defibrillatore per l’intero genere dei Survival Horror.
In un periodo storico in cui il mercato mainstream aveva abbandonato la paura in favore dell’azione frenetica, lasciando un vuoto durato anni, questo gioco ha innescato un vero e proprio rinascimento, dimostrando ai publisher di tutto il mondo che l’orrore puro, intimo e viscerale poteva ancora essere un successo commerciale planetario.
Andiamo quindi ad analizzare questa opera mastodontica.
La Dark Age del genere
Per gran parte del ciclo vitale della generazione PlayStation 4, il genere Survival Horror sembrava essere sprofondato in un inesorabile oblio.
I grandi publisher Tripla A avevano di fatto decretato la morte del filone, abbandonandolo a un deserto produttivo quasi totale.
Questa ritirata strategica fu dettata in parte da una stanchezza fisiologica del mercato, fiaccato dall’ipersaturazione dell’era PS2/PS3, ma la vera ghigliottina fu il tracollo simultaneo delle due colonne portanti del genere.
Proprio sul finire della generazione precedente, infatti, sia Capcom che Konami toccarono il fondo, firmando quelli che sono unanimemente considerati i punti più bassi delle rispettive storie: da un lato il caotico e disastroso Resident Evil 6, dall’altro il mediocre Silent Hill: Downpour.
Questi due fallimenti critici non danneggiarono solo i singoli brand, ma avvelenarono l’intero pozzo, convincendo l’industria che l’epoca d’oro della paura fosse definitivamente tramontata.
Mentre il mercato mainstream abdicava, per gran parte dell’era PS4 il vessillo del survival horror rimase confinato quasi esclusivamente nel territorio dell’industria indie (Outlast, Amnesia), unico baluardo rimasto a difendere la tensione pura.
Tuttavia, nel 2014, Konami tentò il tutto per tutto sganciando una bomba mediatica: il tristemente celebre P.T. (Playable Teaser).
È doveroso riconoscere a questa demo un debito storico incalcolabile: senza quel terrificante “corridoio a L”, la mappa odierna dell’industria horror sarebbe in un luogo completamente diverso.
Fortunatamente, quell’opera incompiuta ha lasciato un segno indelebile, agendo come musa ispiratrice fondamentale.
La sua influenza è palpabile nella genesi di Resident Evil 7, e in modo ancora più sfacciato nella sua demo introduttiva, Beginning Hour, che ha saputo raccogliere l’eredità spirituale di P.T. traducendo quell’atmosfera claustrofobica e domestica nel linguaggio di Biohazard.

Beginning Hour e la sua forte ispirazione da PT
Il 19 Dicembre 2016 segna una data spartiacque.
A poco più di un anno dalla traumatica cancellazione di P.T., Capcom ha colto l’opportunità per riempire quel vuoto pneumatico rilasciando Resident Evil 7: Beginning Hour.
Questo “teaser giocabile” non ha nascosto la sua natura derivativa, prendendo a piene mani l’eredità estetica e strutturale del titolo Konami, ma l’ha trasformata in un evento mediatico in evoluzione: la demo è stata infatti aggiornata a più riprese (culminando nella “Midnight Version”) nel mese precedente al lancio, tenendo la community costantemente sulle spine.
Chiunque abbia messo mano a quella demo ha percepito istantaneamente il cambiamento di rotta: era un addio brutale al Resident Evil action e caciarone a cui eravamo “tristemente abituati”.
Al suo posto, ci siamo trovati immersi in un’esperienza radicalmente diversa, lenta e opprimente, condita da inedite sfumature paranormali, come le apparizioni spettrali della ragazza, che suggerivano una deriva occulta mai vista prima nella serie.
Ma il vero tocco di genio, degli sviluppatori si nascondeva in un livello di lettura ancora più profondo.
Il teaser celava infatti una quest secondaria dai toni decisamente macabri, una sorta di “Cold Case” investigativo volto a risolvere una scia di omicidi perpetrati tra le mura della residenza dei Baker.
Si trattava di un enigma di una complessità disarmante: attraverso una serie di passaggi criptici e azioni apparentemente illogiche durante l’esplorazione della Guest House, il giocatore doveva scovare indizi impercettibili e localizzare cinque tombe simboliche.
Il rituale si completava puntando la famigerata mano del manichino verso questi luoghi di sepoltura, in una sequenza così oscura da richiedere uno sforzo collettivo della community per essere decifrata.
La risoluzione di questo rompicapo non era fine a sé stessa, ma premiava la dedizione dei fan più accaniti con la Moneta Sporca, un oggetto unico trasferibile nel gioco completo; un piccolo ponte digitale che legava indissolubilmente l’esperienza della demo a quella finale.
Ma non tutte le persone sono rimaste soddisfatte da questa demo, infatti dietro il plauso generale di molti si celava una negatività disarmante.

Un titolo criticato per il suo shift nei toni…
Tuttavia, il teaser ha messo in luce quella che è stata la vera rivoluzione copernicana dell’opera: il drastico passaggio dalla terza alla prima persona.
Questa transizione rappresenta probabilmente la scommessa di design più audace e divisiva compiuta da Capcom nella storia recente del franchise.
La scelta della soggettiva non è un vezzo estetico, ma uno strumento psicologico potente: serve ad abbattere la “parete” tra giocatore e avatar, garantendo un livello di immedesimazione totale e viscerale.
Con questa mossa, il titolo recide di netto il cordone ombelicale con l’eredità dell’era post-Resident Evil 4.
Se i capitoli precedenti utilizzavano la telecamera alle spalle per esaltare l’azione frenetica e la spettacolarità cinematografica, la prima persona di RE7 ci costringe a guardare l’orrore dritto negli occhi, barattando il senso di controllo con una claustrofobica intimità.
Tuttavia, all’indomani del lancio, il titolo dovette scontrarsi ancora una volta con lo scetticismo di una frangia più conservatrice della fanbase.
L’accusa principale mossa dai puristi riguardava la presunta “totale assenza” di zombi, percepita come un tradimento del DNA della serie in favore di una dinamica Stalker (incarnata dai membri della famiglia Baker) più vicina ai canoni dell’horror moderno alla Outlast o Amnesia.
Analizzando a fondo, però, questa polemica si rivela spesso figlia di una fruizione superficiale, proveniente da chi probabilmente non ha avuto la pazienza di superare l’incipit del gioco.
Basta infatti scendere nelle viscere della residenza, nel claustrofobico scantinato, per incontrare i Micomorfi.
Queste creature non sono altro che una reinterpretazione biologica dei classici non-morti: lenti, barcollanti, resistenti e letali se affrontati in spazi angusti.
A conti fatti, replicano esattamente le meccaniche di ingaggio e il comportamento degli zombi storici, dimostrando che la tradizione non è stata cancellata, ma solo evoluta esteticamente.

… Che però si è consolidato nel cuore di tutti i videogiocatori
Fortunatamente, il tempo si è rivelato il giudice più severo ma giusto: le polemiche sterili si sono dissolte come nebbia, lasciando finalmente emergere la grandezza di un’opera che, col senno di poi, possiamo definire senza mezzi termini mastodontica.
Resident Evil 7 non si è limitato a essere il settimo capitolo di una lista; è stato il defibrillatore vitale di un intero brand.
Ha avuto il coraggio leonino di prendere tutte le discutibili scelte di design accumulate nell’era post-Resident Evil 4 l’azione esagerata, la spettacolarizzazione vuota e di capovolgerle completamente.
Capcom è tornata all’essenziale, abbracciando un approccio più viscerale, sporco e profondamente grottesco.
Il tutto è stato cementato da una scrittura che, analizzata in tandem con il suo sequel Village, detiene oggi il primato indiscusso per maturità e coerenza narrativa all’interno della saga, dimostrando che si può fare orrore puro raccontando al contempo una storia umana e stratificata.
Ma l’eccellenza di Resident Evil 7 non si esaurisce nei titoli di coda; il supporto post-lancio è stato infatti colossale, un esempio virtuoso di come si dovrebbe espandere un universo narrativo.
I pacchetti “Filmati Confidenziali” (Banned Footage) svolgono un lavoro magistrale di contestualizzazione: passiamo dall’angoscia claustrofobica di “La Stanza”, un gioiello di puzzle design ed escape room, al tassello narrativo cruciale rappresentato da “Figlie”, un prequel straziante che ci mostra la tragedia della caduta dei Baker prima della follia.
Tuttavia, l’offerta contenutistica raggiunge l’apice con le espansioni narrative maggiori: “Not a Hero” e “End of Zoe”.
Questi due capitoli non sono semplici add-on, ma veri e propri epiloghi necessari che riescono a quadrare il cerchio, chiudendo con soddisfazione le linee narrative rimaste in sospeso (come il destino di Lucas e di Zoe) e offrendo una varietà di gameplay che spazia dall’action tattico alla brutalità fisica.

“So answer him like he’s the one”
In definitiva, Resident Evil 7 si conferma un capitolo imprescindibile, una vera e propria chiave di volta storica.
La sua importanza trascende la qualità del software: è stata l’opera necessaria per riportare in auge un brand moribondo, risorgendo dalle ceneri dei disastri creativi precedenti e riconnettendosi con quell’anima oscura che la serie aveva smarrito per strada.
Ma il suo merito più grande è stato quello di agire da apripista industriale: il suo trionfo commerciale ha rianimato l’intero genere Survival Horror, dimostrando che la paura può ancora generare profitti enormi, smentendo anni di scetticismo da parte dei grandi publisher che, spaventati dalle performance claudicanti della tarda era PS3, evitavano il genere come la peste.
La fondazione è stata gettata, ma l’evoluzione della saga dei Winters è tutt’altro che conclusa, proprio per questo, non vedo l’ora di analizzare con voi il passo successivo di questa rinascita: preparatevi, perché molto presto parleremo di Resident Evil Village.
Vi lascio infine il mio scorso editoriale su Resident Evil 4, ed il link per acquistare il gioco su Steam.