“Se solo potessi ti prenderei a calci” – Recensione
Un acuto ritratto psicologico con una Rose Byrne da Oscar
Avete presente Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher? In esso l’impiegato interpretato da Michael Douglas perde la brocca e abbandona il suo tranquillo ruolo di colletto bianco per vestire i panni del giustiziere solitario. Detto in altri termini il film documenta ciò che accade quando il cervello schiocca in seguito a tutta la pressione, ansia, fatica accumulata e l’uomo precipita nel sonno della ragione.
Se solo potessi ti prenderei a calci, opera seconda di Mary Bronstein (17 anni dopo il suo esordio registico), è interessata a tutto ciò che accade prima: racconta cioè quella precipitazione nella paranoia e nella nevrosi che coglie la protagonista Linda, fino a toccare il fondo.
Si può dire insomma che finisca dove il film di Schumacher inizia.
A contrario di quest’ultimo, tuttavia, il gorgo in cui Linda precipita non si risolve nella disperazione, ma lascia intravedere uno spiraglio di speranza: ciò grazie al rapporto madre-figlia che è motore di tutti gli eventi del film e causa primigenia della crisi esistenziale oggetto di analisi, che inserisce il film in un filone che ha recentemente indagato la maternità-genitorialità contemporanea negli Stati Uniti d’America, da Pieces of a Woman a Nasty Baby, da Tully a Hungry Hearts: ritratti di madri (e/o padri) fragili, psicotiche, insicure, che hanno con il proprio ruolo un rapporto conflittuale e/o traumatico.
In questo senso la prole diventa tutt’altro che il compimento dell’unità famigliare: è anzi la miccia che rischia di far esplodere qualsiasi equilibrio psico-fisico, un corpo estraneo nelle dinamiche lavorative e sociali. Insomma: un problema.
Se solo potessi ti prenderei a calci però, come accennavo, lascia intravedere anche la soluzione, che passa per l’intraprendere un percorso di consapevolezza e la necessità di accettare la propria fallibilità e debolezza, trovando proprio negli altri – nel loro sguardo ricambiato – un supporto indispensabile a rimetterci in piedi dopo una caduta.
Anatomia di una caduta di calcinacci
Linda (Rose Byrne) è una psicoterapeuta sull’orlo di una crisi di nervi. Con il marito sempre in viaggio di lavoro, e alle prese con pazienti che definire problematici è un eufemismo, ha l’impressione che tutte le responsabilità della vita familiare e domestica ricadano sulle sue spalle: la giovane figlia ha problemi gravi che la obbligano a nutrirsi forzatamente tramite un sondino, ma gli sforzi dell’équipe medica non sono ricompensati; la ragazzina non sta raggiungendo per tempo gli obiettivi di peso prefissati, e Linda è imputata di non vigilare abbastanza affinché ciò accada, col rischio di mettere in discussione l’intero ciclo terapeutico.
Mentre la performance lavorativa di Linda risente sempre più della situazione e mina progressivamente il rapporto che intrattiene con il collega e suo stesso psicologo (Conan O’Brien), il soffitto della sua camera da letto collassa sotto il peso di una perdita che allaga tutta la casa, rendendola inagibile e costringendo mamma e figlia a trasferirsi in una camera d’albergo finché il danno non sarà riparato.
Accerchiata da mille problemi, Linda rischia seriamente di precipitare nella nevrosi.

Quasi un riferimento diretto di The Hole di Tsai Ming-Liang, la casa pericolante, lacerata, allagata è specchio di una personalità precaria che rischia di andare in pezzi.
Il pozzo oscuro di muffa e acqua che inghiotte lo sguardo di Linda in un abisso da cui è difficile divincolarsi assume i contorni di una creatura viva e maligna, intenzionata a far crollare non solo il tetto, ma l’intero mondo addosso a una madre la cui professione sarebbe quella di raccogliere i cocci altrui. Al contrario del buco del film taiwanese, questo non diventa un vaso comunicante per connettere due individui, ma un gorgo in cui precipitarne uno.
Non a caso un identico pertugio è praticato nel corpo della figlia, affinché passi il “cordone ombelicale” della flebo di nutrienti che Linda è costretta ad inculcare nella ragazzina a forza: un legame madre-figlia non più biologico, ma mediato dalla medicina e dalla tecnologia, unica speranza per la guarigione della seconda che però rappresenta l’anticamera della disperazione per la prima.
Una disperazione che è la sommatoria di così tanti segnali di pericolo da costringere Linda ad un costante spaesamento, un po’ come un animale talmente terrorizzato da diventare apatico e incapace di muoversi.
La donna è accerchiata da minacce, persone ostili, problematiche di ogni tipo, o almeno si percepisce tale. Così come percepisce che le intere sorti del mondo – o per lo meno del suo mondo – gravino unicamente sulle sue spalle e nessuno possa aiutarla: non l’equipe medica, che ai suoi occhi diventa una spietata giudice del suo cattivo operato; non il collega psicologo, con il quale pure sembra intrattenere una fragile complicità ma che finisce per apparirle nemico anziché alleato; non il vicino di camera d’albergo (A$AP Rocky), percepito più come un fastidioso ficcanaso che come un “concerned citizen” come lui stesso si definisce; e non certo il marito, la cui gracchiante voce telefonica suona come una costante accusa di fallimento più che un rassicurante alleato.
Per ritrarre questa discesa nella psicosi, la regia di Se solo potessi ti prenderei a calci adotta un approccio radicale: messinscena e fotografia devono essere claustrofobici; il formato panoramico fa a pugni con il ricorso sistematico a primissimi piani e soggettive più o meno dichiarate.
Tutto ciò contribuisce alla creazione di una poetica che si potrebbe definire anti-Antonioni: se il maestro ferrarese plasmava il paesaggio in funzione dello status psicologico delle sue protagoniste, fino quasi a divenirne l’estensione mentale in cui la Monica Vitti di turno (quasi sempre lei, in effetti) finiva a vagabondare, Bernstein qui opta per un approccio occlusivo.
Se Antonioni amava allontanarsi dai suoi personaggi e renderli meri puntini in campi lunghissimi, il punto di vista di Linda sulla realtà è sottrattivo, restringe anziché allargare, taglia via porzioni di realtà e non ne permette nessuna ricostruzione, tant’è che spesso si rifugia nell’onirico.
Che siano scaturite dai fumi della droga o generate da un puro processo allucinatorio, le visioni di Linda sono confuse visioni sbiadite in gorghi di oscurità, piccole fiammelle di luce svolazzanti in cui le sembra di riconoscere la madre defunta, oppure scampoli di ricordi offuscati che riportano alla mente un passato difficile.
In effetti questi frammenti finiscono per confondere lo stesso spettatore, incerto sulla loro natura come anche sul loro contenuto, aggiungendo uno strato di complessità forse non necessario ad una narrazione che per il resto si mantiene assolutamente coerente.
Una moglie
Se solo potessi ti prenderei a calci poteva funzionare solo grazie ad un’immensa prova attoriale, che Rose Byrne è riuscita a sostenere sciorinando un’alternanza di registri con sorprendente coerenza. Il suo ruolo la pone inevitabilmente accanto all’indimenticabile Gena Rowlands di Una moglie, il capolavoro di John Cassavetes in cui appunto la moglie ha realizzato probabilmente la più complessa e perfetta interpretazione femminile della storia del cinema americano.
Dal canto suo, Byrne infonde il personaggio di Linda di infinite sfumature espressive, non tanto a livello di prossemica quanto per gli impercettibili, fluidi passaggi da toni comici a toni drammatici, spesso più volte all’interno della stessa scena.
Nei dialoghi fra lei e il suo psicologo, o fra lei e la sua paziente più problematica, non c’è soluzione di continuità tra la Linda spaventata, annoiata, aggressiva, esilarata e psicotica: è come se esistessero tutte contemporaneamente, ed emergessero fianco a fianco di battuta in battuta.

La sua prova d’attrice è senz’altro aiutata – senza nulla togliere alla sua bravura – dalle performance spesso stereotipate del resto del cast: la dottoressa inflessibile, lo psicologo imperscrutabile, la paziente delirante, il vicino importuno, il marito starnazzante, sono tutte maschere monodimensionali che accentuano la duttilità della performance di Byrne, e sono narrativamente giustificate e rese coerenti dalle scelte registiche di cui si è detto sopra.
Nella dinamica relazionale che la lega alla figlia, si impone nuovamente la regia “censoria” di Bernstein: la bambina non è mai inquadrata in volto, di lei si osservano solo dei frammenti. Stratagemma brillante che esplicita quanto il distacco umano connoti il legame tra le due, e quanto difficile sia il suo recupero.
Una decisione che grava ancor più di responsabilità la prova della protagonista, che non può lavorare di piani di reazione, ma è sempre costretta alla ripresa completa. Una unità performativa che sicuramente giova al risultato finale, ma che dev’essere costata parecchia fatica e preparazione al ruolo.
Se solo potessi ti prenderei a calci è un film espressionista – anche a livello illuminotecnico per l’uso degli sfocati e del contrasto tra alte luci e scene pitch black cui ricorre il DP Christopher Messina – che si accosta con successo ad altre mirabili indagini psicologiche femminili (il già citato Cassavetes, ma anche il seminale Repulsion di Polanski), in cui Bernstein si muove su un filo sottile che oscilla tra la commedia drammatica e il thriller psicologico, grazie alla tensione costante generata dalla possibilità che tutto possa finire molto male in ogni momento.
Una lodevole prova di equilibrismo ottenuta, paradossalmente, assumendo radicali scelte registiche e affidandosi in toto a un’unica prova attoriale che per riuscire doveva per forza essere memorabile. E così è stato.
Una thriller-comedy al servizio di una straordinaria Rose Byrne
Pro
- Scelte registiche forti, quasi tutte riuscite
- Rose Byrne da Oscar
Contro
- Inserti "onirici" non così necessari