The Adventures of Elliot The Millennium Tales – Recensione

Recensito su PlayStation 5

Editoria & Trasparenza

Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.

The Adventures Of Elliot The Millennium Tales Key Art del titolo
The Adventures Of Elliot The Millennium Tales Key Art del titolo

Al culmine di un estenuante ma vibrante ciclo promozionale, cadenzato da un intero anno di trailer e confortanti build giocabili, l’attesa è giunta finalmente al capolinea: The Adventures of Elliot è approdato in via definitiva sui nostri schermi.

Devo ammettere, con assoluta onestà intellettuale, che fin dal suo primissimo reveal il titolo aveva operato su di me una fulminante infatuazione estetica, catalizzando la mia attenzione grazie a una direzione artistica a dir poco magnetica.

Chi mi conosce sa quanto io subisca il fascino della grammatica visiva dell’HD-2D; e l’audace idea di veder collidere questa tecnica da “diorama digitale” con un’architettura ludica squisitamente Zelda-like, aveva innescato in me un hype totalizzante e una sete di gameplay quasi viscerale.

Tuttavia, quando l’entusiasmo della vigilia decanta per lasciare spazio alla spietata analisi strutturale a bocce ferme, il verdetto finale assume connotati innegabilmente aspri.

L’opera si è rivelata una meravigliosa chimera, ma pur sempre imperfetta, a conti fatti, sebbene la caratura estetica sia fuori discussione, le colossali aspettative nutrite per questo progetto sono state ripagate solo in parte, mettendo a nudo un fisiologico scollamento tra la magnificenza formale della confezione e l’effettiva densità dell’esperienza pad alla mano.

The Adventures of Elliot ha una trama interessante, ma telefonatissima

Spostando la lente d’ingrandimento sull’architettura della sceneggiatura, è doveroso riconoscere al titolo un innesco drammaturgico di innegabile valore.

Le premesse del world-building sono intrinsecamente affascinanti e, durante le battute iniziali, l’opera è capace di tessere una ragnatela che cattura il giocatore in una morsa di puro e magnetico interesse.

Eppure, superata l’ebbrezza del prologo e aguzzando la vista analitica, l’intreccio inizia rapidamente a prestare il fianco a una marcata prevedibilità strutturale.

Intendiamoci: le tematiche di fondo vantano un’ossatura validissima e possiedono tutti i crismi per ammaliare un pubblico alle prime armi; se questa esperienza rappresenta il vostro battesimo del fuoco con il genere, il dipanarsi degli eventi vi risulterà come un labirinto brillante e squisitamente intricato.

Tuttavia, il discorso cambia radicalmente per chi vanta un bagaglio culturale più smaliziato.

Per dirla senza mezzi termini: se avete già metabolizzato il vocabolario letterario di Square Enix o, nello specifico, gli stilemi e gli archetipi del Team Asano, la sceneggiatura perderà in fretta il suo velo di mistero.

I risvolti di trama diventeranno quasi telegrafati e vi ritroverete a decodificare l’esatta traiettoria dell’epilogo già a partire dai primissimi atti, scivolando in una comfort zone narrativa piacevole ma, in fin dei conti, drammaticamente derivativa.

The Adventures Of Elliot The Millennium Tales Carter uno dei personaggi più telegrafati del gioco
Carter uno dei personaggi più telegrafati del gioco

Il sistema delle quest funziona molto bene

A bilanciare le palesi fragilità testuali dell’opera interviene, fortunatamente, una solida e stratificata infrastruttura ludica legata all’economia delle missioni, se da un lato il pathfinding della campagna principale tende a viaggiare su binari piuttosto conservativi, bypassando intere macro-aree e relegandole a mero scenario, è il massiccio ecosistema delle side quest e dell’hunting dei collezionabili a farsi carico della vera valorizzazione topografica.

Questo espediente di design diffuso forza virtuosamente il giocatore a mappare, setacciare e vivere ogni singolo anfratto del mondo di gioco.

Per onor di cronaca e rigore critico, va ammesso che la struttura di molti di questi incarichi ricalca in modo quasi didascalico il temuto archetipo della fetch quest (la classica missione di andata e ritorno per recuperare un oggetto).

Eppure, qui subentra una fascinosa anomalia sistemica: se all’interno di un JRPG tradizionale queste meccaniche di mero “fattorinaggio” rischiano di tradursi in un tedioso e annichilente backtracking, calate nella grammatica esplorativa di uno Zelda-like acquisiscono una fluidità e un ritmo insospettabilmente piacevoli.

Una sinergia meccanica che trova la sua assoluta e definitiva sublimazione se si sceglie di fruire dell’opera su una piattaforma portatile: un ambiente in cui il loop di gioco asseconda sessioni mordi e fuggi, trasformando queste digressioni in perfette e gratificanti pillole di intrattenimento frammentato.

The Adventures Of Elliot The Millennium Tales Le Magicite un buon sistema, che però lascia troppo spazio al caso
Le Magicite un buon sistema, che però lascia troppo spazio al caso

Un Gameplay strutturalmente solido…

Il vero, indiscusso pinnacolo dell’intera esperienza risiede però nella sua infrastruttura ludica.

Il gameplay di The Adventures of Elliot sfoggia un magnetismo viscerale e travolgente: se nel vostro DNA di videogiocatori batte forte l’amore per la rigida ma perfetta grammatica degli Zelda classici bidimensionali, questo titolo vi restituirà un appagamento assoluto.

Il cuore pulsante dell’opera si manifesta nella dirompente sinergia meccanica tra un arsenale ampiamente stratificato e la vasta pletora di abilità magiche e potenziamenti legati a Faie.

Questa generosa abbondanza di strumenti non è mai fine a se stessa, ma innesca una straordinaria libertà tattica: ogni singolo encounter o ostacolo sulla mappa si apre a un ventaglio di approcci radicalmente differenti, sfociando in un vero e proprio gameplay emergente che premia costantemente la creatività empirica del giocatore.

A impreziosire ulteriormente questa intelaiatura interviene, senza alcun dubbio, il puzzle design ambientale.

Gli enigmi, incastonati con particolare cura all’interno delle articolate planimetrie dei dungeon, rifuggono la banalità per offrire delle sfide seppur semplici con un ottimo ritmo, confermandosi tanto organici al mondo di gioco quanto genuinamente stimolanti e divertenti da decifrare.

The Adventures Of Elliot The Millennium Tales Kaifred una delle bossfight migliori del titolo
Kaifred una delle bossfight migliori del titolo

…Che però si va a scontrare con la ripetizione

Tuttavia, l’entusiasmo fin qui accumulato si infrange rovinosamente contro l’evidente e strutturale tallone d’Achille dell’intera produzione: l’architettura della world map.

È su questo fronte che il brillante innesco ludo-narrativo si scontra con una pigrizia topografica a dir poco sconcertante, nonostante l’impalcatura concettuale del gioco si fondi su reiterati salti cronologici, costringendoci a compiere balzi sempre più remoti nel passato, la morfologia del mondo rimane vittima di una drammatica stasi.

Al netto della macro-area del regno incastonata nel quadrante sud-orientale unica e sola eccezione a subire una flebile rilettura architettonica, l’intero mondo di gioco è funestato da un massiccio e ingiustificabile riciclo di asset.

Questa imperdonabile paralisi ambientale infetta inevitabilmente anche il level design dei dungeon, le cui planimetrie restano pedissequamente immutate a dispetto del titanico scorrere delle ere.

L’impatto di questa politica del “copia-incolla” si traduce in un vero e proprio collasso sistemico del ritmo: l’esperienza si avvita in una logorante ridondanza che prosciuga brutalmente il coinvolgimento.

Nel momento in cui il giocatore si ritrova, per la quarta volta consecutiva, a compiere un asettico backtracking sulle medesime coordinate, la meraviglia della scoperta viene inesorabilmente fagocitata da un senso di alienazione e da una opprimente player fatigue che annienta ogni residuo stimolo ludico.

The Adventures Of Elliot The Millennium Tales Un esempio della sua ottima art direction
Una delle zone artisticamente più belle, che però è anche l’emblema della ripetitività di questo gioco

Il ritorno di NAVI, solo che questa volta si chiama Faie

Se l’architettura del mondo di gioco solleva criticità innegabili, è sul fronte del companion design che il titolo scivola in una vera e propria débâcle.

Mi riferisco, inevitabilmente, a Faie: un sidekick talmente invadente ed esasperante da sembrare partorito dal medesimo, oscuro girone infernale che a suo tempo diede i natali alla famigerata Navi di Ocarina of Time.

Con una sostanziale, drammatica aggravante: Faie proviene da un abisso concettuale di gran lunga più profondo.

Se infatti l’archetipo storico di Navi si limitava a un reiterato ma telegrafico “Hey! Listen!” un trigger acustico tutto sommato arginabile e metabolizzabile, l’implementazione di Faie rappresenta un caso di studio clinico sul backseating.

La fatina bombarda letteralmente l’utente con un inquinamento verbale di rara tossicità: un flusso ininterrotto di bark drammaticamente ovvi e futili, il pool di queste frasi è talmente asfissiante che, dopo poche ore, il giocatore si ritrova a interiorizzarle a memoria per puro sfinimento uditivo.

Ma l’apice del sabotaggio ludico viene raggiunto sul versante della sceneggiatura: durante le cutscene e gli scambi testuali primari, Faie si arroga il diritto di cannibalizzare la scena, inserendosi con ingerenze di un infantilismo disarmante.

Quello che nelle intenzioni degli sviluppatori doveva forse fungere da innocente comic relief, si traduce in una brutale dissonanza tonale che distrugge l’immersione.

A conti fatti, ci troviamo al cospetto di una zavorra narrativa pura e semplice; un elemento di cui l’ecosistema del gioco avrebbe dovuto fare drasticamente, e felicemente, a meno.

Una buona opera con una valanga di difetti

Tirando le somme in questa sede di giudizio finale, il rammarico per ciò che The Adventures of Elliot avrebbe potuto e dovuto rappresentare è a dir poco palpabile.

Il potenziale insito nel progetto era titanico, e l’impalcatura ludica di base vantava un’ossatura di indubbia e solida caratura.

Purtroppo, questo promettente scheletro crolla sotto il peso di tre macro-criticità impossibili da perdonare: la tossicità sistemica di un companion caustico per l’intero ecosistema di gioco, il brutale e impietoso riciclo topografico degli asset, capace di tramutare la meraviglia esplorativa in puro logorio mentale e un intreccio drammaturgico fatalmente telegrafato.

Questi tre macigni concettuali affossano inesorabilmente il computo della valutazione globale, mitigando pesantemente la mia valutazione finale.

Ed è un epilogo che brucia; è un rimpianto genuino, soprattutto se consideriamo che le due build promozionali rilasciate in pre-lancio avevano confezionato un’esperienza talmente appagante da aver proiettato, di diritto, questo titolo in cima alla ristretta cerchia dei miei personalissimi most wanted dell’anno.

Alla fine del viaggio, però, l’entusiasmo della vigilia si infrange contro il muro di un’occasione clamorosamente sprecata, lasciandomi in eredità un’amara e cocente delusione a metà: quella di un potenziale capolavoro rimasto, purtroppo, tragicamente incompiuto.

Vi lascio infine il mio ultimo provato sul titolo, e la pagina Steam del titolo.

7.5
Sulla carta poteva essere un ottimo titolo, che però a mio avviso non si eleva dalla media grazie alla sua infinita quantità di difetti strutturali.

Pro

  • Un'ottima art direction, sublimata da la sua scelta dell'HD-2D
  • Un sistema di quest ben stratificato e variegato
  • Alcune bossfight memorabili

Contro

  • Una trama fin troppo telegrafata
  • Una ripetitività sconcertante soprattutto sul lato della mappa di gioco
  • Faie andrebbe completamente rimossa dal gioco, non aggiunge nulla se non un elemento di fastidio
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