Toy Story 5 – Recensione
In Toy Story 5, l'universo dei giocattoli rischia di essere spazzato via dai dispositivi digitali.
A ben trentuno anni dalla nascita del franchise, Toy Story 5 debutta ufficialmente nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 18 giugno 2026. Questo quinto capitolo è diretto da Andrew Stanton – nome di rilievo di casa Pixar a cui dobbiamo, tra le altre cose, il film di WALL-E – e co-diretto da Kenna Harris. Per quest’ultima si tratta del debutto alla regia, arrivato dopo aver collaborato ad altre produzioni dello studio come Elemental e il più recente Jumpers – Un salto tra gli animali.
Prima di entrare nel vivo della recensione vera e propria, però, vorrei fare una breve premessa. Non contiene alcuna critica al film, né tantomeno andrà a intaccare la valutazione finale: si tratta semplicemente di un parere personale sulla direzione intrapresa dal franchise negli ultimi due lungometraggi.
Una disanima personale
Quando qualche anno fa Disney Pixar annunciò Toy Story 5, rimasi perplesso. Per spiegarti il motivo dobbiamo fare un piccolo passo indietro, più precisamente alla conclusione del quarto capitolo. Se stai leggendo questa recensione deduco che tu abbia già visto i precedenti film, ma in caso contrario ti consiglio di saltare questi paragrafi.
Momento spoiler in arrivo in 3…2…1… Parto subito dicendo qualcosa di scomodo: Toy Story 4, per me, è sempre stato una forzatura. Alt, non sto dicendo che sia un brutto film, ma dopo il commovente addio ad Andy nel terzo capitolo, la saga poteva benissimo terminare lì. Disney ha voluto comunque continuare il franchise con il passaggio di testimone alla nuova proprietaria dei giocattoli, Bonnie.

Nulla di così sconcertante fino a qui, ma il fatto è che anche il quarto lungometraggio (un po’ come il tre) terminava lasciando poco spazio a un’eventuale sequel con gli stessi personaggi. Soprattutto considerando che Woody nel quarto film sceglie di diventare un giocattolo smarrito, separandosi DEFINITIVAMENTE dal gruppo.
La mia perplessità nasceva proprio da questo: Toy Story ha raccontato tutto quello che doveva dirci, o meglio i personaggi lo hanno fatto. Cosa c’è ancora da raccontare? Ecco che invece arriva un nuovo film, il quinto della saga, che riunisce i volti storici e aggiunge dei nuovi giocattoli al cast. Una scelta vincente o una semplice manovra di marketing? Vediamolo insieme – stavolta per davvero – nella recensione qui di seguito.
Nuove minacce digitali
Toy Story 5 è ambientato tre anni dopo il quarto capitolo. Dopo l’addio di Woody, Jessie è diventata la leader indiscussa della camera di Bonnie. La bambina, che ora ha 8 anni, è in cerca di amicizie ma fatica a integrarsi con le sue coetanee, che la considerano “strana” perché preferisce ancora giocare con i vecchi giocattoli piuttosto che usare i social o i tablet.
Per aiutarla a non rimanere isolata, i genitori decidono di regalarle Lilypad (detta Lily), un tablet di ultima generazione a forma di rana a cui Katia Follesa presta la voce italiana. La banda dei giocattoli dovrà quindi affrontare la sfida più grande e attuale di sempre: l’avvento della tecnologia e dei dispositivi elettronici.

La cowgirl è contraria all’uso della tecnologia come intrattenimento, convinta che “faccia crescere i bambini troppo in fretta”, portandoli a smettere di usare i giocattoli e, soprattutto, di giocare con la fantasia. Inoltre, crede che la vera amicizia nasca solo dal contatto diretto tra le persone e non attraverso uno schermo; per questo motivo, cercherà in tutti i modi di far fare amicizia a Bonnie con gli altri bambini “alla vecchia maniera”, entrando in diretta competizione con il tablet parlante.
Abbiamo dunque una trama centrale che si regge da sola, con Jessie come protagonista intenta ad aiutare Bonnie e allo stesso tempo trovare uno scopo in un’epoca in cui i giocattoli stanno passando di moda. Ma se da una parte abbiamo una trama principale che scorre senza problemi, dall’altra troviamo alcune sottotrame che si accavallano tra loro e non si sviluppano mai in maniera chiara.
La storia ruota totalmente intorno a Jessie e al suo passato, ma quando il focus si sposta sugli altri personaggi, come Woody e Buzz, si inizia a intravedere qualche incertezza, oltre a diverse forzature, specialmente per quanto riguarda i BUZZs (capirai guardando il film il perché del plurale).

Anche il ritorno di Woody, chiamato da Jessie come supporto per affrontare Lilypad, è del tutto casuale. Lo ammetto, l’entrata in scena dello sceriffo mi ha emozionato più del previsto, ma mi sono chiesto se questo canovaccio narrativo verrà riproposto anche in eventuali sequel.
Perché parliamoci chiaro: Woody è un personaggio iconico, simbolo di Toy Story fin dal primo capitolo, ma mi risulta difficile vedere un futuro con lui come protagonista, o anche come spalla. Già in questo quinto capitolo si comincia a percepire la sua presenza come superflua all’interno del cast, perché lui stesso è volutamente uscito di scena lasciando spazio agli altri personaggi del cast.
Il tema delicato della tecnologia
Quella di Jessie nel film è una paura che si riflette anche nel mondo reale. Toy Story 5, infatti, tratta un tema delicato come quello della tecnologia e del suo utilizzo, con anche risvolti sociali negativi. Tuttavia, lo scopo della pellicola non è quello di demonizzare la tecnologia, ma bensì di utilizzarla con parsimonia.
Un messaggio sociale che molto spesso leggiamo su internet, il classico “il problema non è il mezzo, ma il come lo si usa”. Questo concetto lo capirà anche Jessie che, nel corso dell’avventura, incontrerà altri dispositivi elettronici che hanno subito un destino molto simile a quello dei giocattoli: essere rinchiusi in un cassetto e dimenticati.
Questi nuovi dispositivi tecnologici fanno parte delle new entry del cast di Toy Story 5: Smarty Pants (un dispositivo per l’uso del vasino), Atlas (un vecchio GPS a forma di ippopotamo) e Snappy (una fotocamera digitale). Sono oggetti che fanno un po’ da ponte tra il periodo dei giocattoli analogici e quelli digitali.
La loro presenza è sicuramente determinante per dare un senso al film. Il concetto alla base di Toy Story 5 è che non esiste un vero e proprio nemico: Lilypad non è l’antagonista, poiché anche lei vuole il bene di Bonnie, seppur in modo diverso; lo stesso vale per gli altri giochi digitali.
In questo senso, la pellicola richiama molto il quarto capitolo: il vero “villain” della storia è in realtà un concetto astratto, ovvero il cambiamento e l’evoluzione dell’intrattenimento. A questo si aggiunge l’inevitabile crescita dei bambini che, una volta grandi, smetteranno di giocare con loro. Effettivamente, noi stessi nella vita reale siamo testimoni diretti di questi cambiamenti.

Lo stile inconfondibile della Pixar
Sul fronte tecnico, la Pixar si conferma ancora una volta una garanzia. Anche in Toy Story 5 ritroviamo la magistrale cura dei dettagli tipica dello studio che, in alcune scene, si sposta in campagna proponendoci paesaggi diversi dal solito.
Il design dei nuovi personaggi è simpatico, ma non particolarmente originale. Si tende spesso a utilizzare oggetti realistici, tra cui anche una fetta di pizza chiamata Pizza cu ‘e llente, quindi non è che siano il massimo della creatività come nei precedenti capitoli.
Le animazioni dei personaggi sono ben realizzate, ma chiaramente abbiamo ormai raggiunto il livello massimo da questo punto di vista ed è difficile trovare delle novità in questo ambito. Bisognerebbe sperimentare un po’ e magari trovare un nuovo Spider-Verse che rivoluziona l’industria dell’animazione, ma è quasi impossibile con l’IA che sta prendendo sempre più piede.
Toy Story 5 – Verdetto Finale
Toy Story 5 è esattamente ciò che mi aspettavo: un film che cerca di tenere in vita il franchise il più a lungo possibile, come fece il quattro prima di lui. L’ho trovato divertente e riflessivo, un film che, se visto con gli occhi di un adulto (specialmente di un genitore), fa più sorridere amaramente che ridere di gusto.
Ecco, quello che mi è mancato in questo Toy Story è la risata spensierata. Il film ci propone alcune scene comiche, ma non esagera perché il contesto non lo permette. Si parla comunque di una situazione struggente per Jessie, non c’è tempo per la risata, se non qualche battutina sparsa un po’ qui e un po’ là.
Certo, non siamo sui toni di Toy Story 3 che ci ha fatto vivere un vero e proprio incubo (quel maledetto inceneritore!), però a livello psicologico è sicuramente un film che fa riflettere e che vuole lanciare un messaggio sociale di grande impatto.
Divertente e visivamente splendido, ma che purtroppo non riesce a replicare la profondità dei precedenti film.
Pro
- Jessie è un'ottima protagonista...
- Messaggio sociale di forte impatto
- Visivamente e tecnicamente splendido
Contro
- ...a discapito degli altri personaggi che vengono messi in secondo piano
- Le sottotrame sono mal sviluppate