5 Elementi che devono assolutamente esser presenti nel remake di The Legend Of Zelda Ocarina of Time

Un lista dei 5 elementi che ritengo indispensabili per il successo del remake di The Legend Of Zelda Ocarina of Time

The Legend Of Zelda Ocarina of Time Il tempio del tempo in tutto il suo splendore
The Legend Of Zelda Ocarina of Time Il tempio del tempo in tutto il suo splendore

Il velo è stato finalmente squarciato, e quell’annuncio che ha tenuto col fiato sospeso intere generazioni di videogiocatori è ora tangibile realtà: il remake di The Legend of Zelda: Ocarina of Time si materializzerà sulle nostre console entro la fine dell’anno solare in corso.

Ci troviamo di fronte a un evento dal peso specifico incalcolabile, un vero e proprio sisma mediatico; d’altronde non stiamo parlando di un restauro qualunque, ma della rilettura del capolavoro per antonomasia, il monolite che ha letteralmente forgiato i dogmi del medium moderno.

Tuttavia, maneggiare una simile reliquia ludica significa camminare bendati sul filo del rasoio: le potenzialità per una consacrazione definitiva sono smisurate, ma lo spettro di un disastroso sacrilegio autoriale è altrettanto incombente.

Il pericolo più grande a mio categorico avviso è di gran lunga il più letale risiederebbe nella diabolica tentazione di destrutturare l’opera per piegarla forzatamente ai dettami sistemici di Breath of the Wild.

Imporre quella deriva puramente sandbox e open-air alla rigorosa architettura di Ocarina si tradurrebbe in uno snaturamento fatale del suo peculiare pacing narrativo ed esplorativo; una compromissione inaccettabile della sua identità.

Alla luce di questo delicatissimo equilibrio, non esiste momento storico più propizio per tracciare una netta linea di demarcazione.

Quello che seguirà non è un semplice elenco, ma un vero e proprio manifesto programmatico: i 5 pilastri inalienabili del game design originale che Nintendo ha il dovere morale di traghettare, intatti e sublimati, all’interno di questo monumentale rifacimento.

Niente Sacrari, in questo capitolo devono esserci i Dungeon Classici

Inauguriamo questo manifesto programmatico affrontando immediatamente quello che definirei il vero e proprio punto di non ritorno, la criticità sistemica che, se mal gestita, avrebbe il potere di svalutare istantaneamente l’intero pedigree dell’opera: l’infrastruttura dei dungeon.

Il level design di Ocarina of Time deve categoricamente preservare la sua natura di macro-struttura architettonica complessa e interconnessa, rifuggendo come la peste la pervasiva deriva a “Sacrari” che ha cannibalizzato le iterazioni più recenti del franchise.

Intendiamoci: a livello puramente meccanico la formula delle micro-istanze sdoganata da Breath of the Wild possiede una sua innegabile dignità funzionale.

Tuttavia, a livello di mero coinvolgimento, l’ho sempre percepita come un palliativo ludico emotivamente asettico; in un ecosistema storico che vanta planimetrie così stratificate, organiche e visceralmente appaganti da sviscerare, sarebbe un imperdonabile abominio di game design sacrificare l’epica esplorativa dei templi tradizionali sull’altare di un blando frammentismo.

Disintegrare quest’organicità per ripiegare su una dispersiva sequela di mini-dungeon, risolvibili attraverso un’enigmistica sbrigativa, equivarrebbe a privare il titolo della sua stessa anima.

The Legend Of Zelda Ocarina of Time Il temutissimo tempio dell’acqua, uno dei dungeon più iconici del gioco
Il temutissimo tempio dell’acqua, uno dei dungeon più iconici del gioco

L’intero sistema dell’ocarina deve rimanere intatto

Il secondo, imprescindibile pilastro strutturale che non a caso conferisce la nomenclatura all’opera stessa, coincide con il fulcro diegetico dell’intera avventura: l’Ocarina del Tempo.

L’implementazione di questo strumento deve essere votata a una rigorosa e assoluta fedeltà meccanica, preservando in scala 1:1 l’iconico repertorio pentagrammatico del 1998, pur abbracciando l’ipotesi virtuosa di un’espansione filologica della libreria musicale tramite l’introduzione di nuovi spartiti inediti.

Parliamo di un artefatto talmente radicato nel core loop del gioco da trascendere la mera funzione di oggetto d’inventario: è un vero e proprio elemento interattivo di manipolazione del world state.

Qualsiasi maldestro tentativo di snellirne i comandi o di modernizzarne l’utilizzo in modo pacchiano, magari automatizzandolo, si tradurrebbe in uno snaturamento sistemico dalle proporzioni incalcolabili.

Un rischio di collasso ludico che deflagrerebbe in tutta la sua gravità soprattutto durante la timeline adulta, fase in cui l’Ocarina cessa di essere un semplice accompagnamento per elevarsi a chiave di volta assoluta del fast travel, dell’apertura dei dungeon e dell’intera macro-enigmistica ambientale.

The Legend Of Zelda Ocarina of Time Link che apprende l’iconica Zelda’s Lullaby
Link che apprende l’iconica Zelda’s Lullaby

La cripticità dell’opera non deve essere sacrificata

Un ulteriore elemento di fascinazione viscerale, che eleva l’opera originale a vera e propria pietra miliare del game design, risiede nella sbalorditiva plasticità dell’esperienza: ogni singola run possiede il potenziale sistemico per tramutarsi in un percorso intimamente unico e irripetibile.

Grazie a un’impostazione squisitamente criptica e fieramente ostile a qualsiasi forma di handholding, il titolo restituisce all’utente una player agency a dir poco vertiginosa.

Questo paradigma di libertà si manifesta in tutta la sua dirompente forza nell’architettura della progressione: non parliamo soltanto di una densa e ramificata economia di side quest, ma di una clamorosa destrutturazione del pathfinding principale.

Soprattutto durante l’esplorazione della timeline adulta, l’infrastruttura ludica permette di approcciare i dungeon con una progressione spiccatamente non lineare.

È innegabile che il gioco tracci un percorso ideale, mascherandolo elegantemente attraverso le criptiche indicazioni di Sheik; tuttavia, si tratta di una geniale “bussola diegetica”, una soft-guidance narrativa che non si tramuta mai in un rigido vincolo di codice.

L’assenza di fastidiosi muri invisibili o restrizioni artificiali permette al giocatore smaliziato di disattendere queste direttive, innescando un vero e proprio sequence breaking intenzionale e affrontando i templi in un ordine incredibilmente anarchico, scolpendo la propria epopea in totale e assoluta autonomia.

The Legend Of Zelda Ocarina of Time L’esempio per eccellenza della cripticità del titolo lo abbiamo con lo Shadow Temple
L’esempio per eccellenza della cripticità del titolo lo abbiamo con lo Shadow Temple

La progressione degli oggetti non deve essere alterata

Il quarto, incrollabile dogma di questo manifesto investe direttamente la filosofia di acquisizione e la macro-gestione dell’inventario: il pacing degli oggetti deve rimanere sacro e inviolabile.

E non mi riferisco unicamente all’ovvio e inderogabile postulato legato alle armi, le quali DEVONO conservare una curva di potenziamento speculare a quella del 1998, ripudiando senza appello qualsiasi ansiogena meccanica di deterioramento.

Il vero nucleo della questione risiede nella precisione chirurgica con cui l’intero equipaggiamento viene somministrato al giocatore.

L’arsenale deve essere letteralmente spalmato lungo l’intera epopea, ripristinando quel magistrale drip-feed che cadenzava il ritmo dell’architettura originale.

È imperativo evitare la controversa politica del front-loading sistemico che ha caratterizzato le iterazioni di Breath of the Wild e Tears of the Kingdom, opere in cui la quasi totalità del pacchetto abilità viene letteralmente scaricata nelle mani dell’utente già durante la zona tutorial.

In Ocarina of Time, artefatti iconici come l’Arco delle Fate o l’imprescindibile Hookshot non sono meri strumenti offensivi o gadget situazionali: si configurano come veri e propri enabler esplorativi, chiavi di volta concettuali in grado di sbloccare intere macro-aree e alterare il pathfinding.

Alterare le tempistiche del loro ritrovamento significherebbe sabotare le fondamenta stesse del gioco, annientando quel profondo, ineguagliabile senso di gratificazione intrinseco alla formula classica.

The Legend Of Zelda Ocarina of Time Questa è solo una parte di tutti gli oggetti che potete ottenere in Ocarina of Time
Questa è solo una parte di tutti gli oggetti che potete ottenere in Ocarina of Time

The Legend Of Zelda Ocarina of Time è il gioco da speedrun per eccellenza, anche questo lo deve essere

Abbandonando per un istante la fredda disamina strutturale per abbracciare una prospettiva più intimista e viscerale, è impossibile non riconoscere a Ocarina of Time un ulteriore e inestimabile merito: l’essere diventato il Santo Graal assoluto nel panorama globale dello speedrunning.

Non parliamo di un semplice gioco, ma dell’ecosistema competitivo per eccellenza, un microcosmo sorretto da un incalcolabile patrimonio di exploit capaci di scardinare il tessuto stesso del codice.

L’apice incontrastato di questa decostruzione ludica risiede nella leggendaria Stale Reference Manipulation (SRM): una manipolazione ingegneristica della memoria RAM così spinta da permettere l’esecuzione di codice arbitrario, innescando un warp letale che catapulta il giocatore direttamente ai titoli di coda e disintegra l’opera in un world record da circa tre minuti.

Per onor di logica e competenza informatica, sono perfettamente consapevole che la fisiologica bonifica del motore di gioco e il definitivo abbandono della peculiare architettura hardware del Nintendo 64 comporteranno l’estinzione di queste falle originarie.

Eppure, accarezzo un sogno dal sapore squisitamente romantico: sarebbe un atto di immensa caratura autoriale se Nintendo decidesse di tributare un omaggio consapevole a questa storica nicchia, reintroducendo volontariamente alcuni di questi iconici glitch sotto forma di meccaniche intenzionali o raffinati easter egg.

In fin dei conti, se l’infrastruttura del 1998 pulsa ancora oggi di una linfa vitale inesauribile, ergendosi a manifesto immortale del medium, il merito è da attribuire in larghissima parte proprio a questa devota frangia della community, che ha tenuto in vita il mito trasformando i suoi difetti di programmazione in un’arte purissima.

The Legend Of Zelda Ocarina of Time La Stale Reference Manipulation in azione con le tabelle di memoria in vista
La Stale Reference Manipulation in azione con le tabelle di memoria in vista

Un titolo che ha bisogno di esser svecchiato, ma anche di esser preservato

A margine di questa strenua difesa dei dogmi storici, sarebbe tuttavia intellettualmente disonesto non riconoscere che Ocarina of Time necessiti di un intervento di modernizzazione quasi clinico.

È innegabile che alcune sovrastrutture meccaniche, figlie dirette dell’acerba transizione poligonale del 1998, risultino oggi intrinsecamente anacronistiche.

Parliamo di una legnosità endemica e di una fisiologica “frizione ludica” che, all’atto pratico, risulterebbero indigeste o quantomeno aliene al palato affinato del videogiocatore contemporaneo.

Eppure, questa doverosa iniezione di Quality of Life non deve mai, in nessuna circostanza, degenerare in una destrutturazione sistemica del materiale d’origine.

Il vero mandato ontologico di un remake d’eccellenza risiede, di fatto, nell’arte del restauro conservativo: il suo compito è quello di sublimare le eccellenze assolute dell’opera matrice, intervenendo con precisione chirurgica per limarne le rugosità strutturali.

Il team di sviluppo ha il sacro dovere di rifuggire qualsiasi tentazione legata a un delirio di onnipotenza autoriale; abbandonarsi a una sconsiderata sovra-ingegnerizzazione delle meccaniche non farebbe altro che profanare il DNA e l’eredità di quel monolite che, a decenni di distanza, continuiamo a venerare con immutata devozione.

Detto questo vi lascio il trailer con cui il titolo è stato annunciato, ed il mio scorso editoriale che ho scritto in occasione dell’annuncio.

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