“Duel” (1971) – Recensione Blu-ray

Prima che ci fosse lo Squalo, c'era il camion.

Editoria & Trasparenza

Copia retail (fisica) fornita gratuitamente dal produttore/editore. Nota: Si ringrazia Plaion Pictures

Duel (1973) – Recensione Blu ray

C’è una scena, nei primissimi minuti di Duel, in cui non siamo il guidatore, ma siamo la macchina. L’inquadratura parte dal cofano, segue la strada davanti a noi, e l’unico suono è quello del traffico cittadino e di una radio che salta da uno spot pubblicitario all’altro senza un filo logico, con qualche brano musicale accennato prima che una mano cambi canale.

È un’apertura di una semplicità disarmante, e di un’efficacia quasi imbarazzante. In meno di tre minuti, Steven Spielberg ti ha già detto tutto quello che devi sapere su come guarderai questo film.

Duel è del 1971, scritto da Richard Matheson e diretto da Spielberg in quello che è considerato il suo debutto nel lungometraggio. Fu prodotto con un budget di 450.000 dollari e andò in onda per la prima volta su ABC il 13 novembre 1971 come film della settimana. La storia originale di Matheson era stata pubblicata nel numero di aprile 1971 di Playboy, un dettaglio che Matheson stesso racconta con un certo divertimento nell’intervista inclusa tra gli extra, e si ispirava a un episodio realmente vissuto dallo scrittore il 22 novembre 1963 (giorno dell’assassinio di Kennedy), quando un camion lo tagliò pericolosamente sull’autostrada californiana.

Da quell’aneddoto nasce uno dei film definiti fra i più tesi e geometrici della storia del cinema americano.

Duel (1972) – Recensione Blu ray

“Duel” (1971) – Recensione Blu-ray: la strada come palcoscenico

L’azione si apre a Los Angeles, con il protagonista David Mann che percorre South Broadway verso nord, poi prende la Highway 5 in direzione Bakersfield. Pian piano l’ambiente urbano lascia spazio alle aride colline del Canyon Country californiano, con le riprese concentrate nelle zone di Agua Dulce, Acton e Santa Clarita, in particolare sulla Sierra Highway, la Agua Dulce Canyon Road e la Soledad Canyon Road.

ABC aveva spinto per girare in studio, ma Spielberg sapeva che questa era una storia che aveva bisogno dell’aria della strada aperta, e aveva ragione. Il deserto non è solo uno sfondo: è una condizione. Quel sole che non finisce mai, quelle colline che si ripetono identiche, quella sensazione che non esista nessun posto in cui nascondersi.

La macchina del protagonista, poi, è un voluto pugno in un occhio, di un rosso brillante in un panorama fatto quasi esclusivamente di marroni, magari di qualche verde spento. Il confronto del film revisionato con l’originale in 4:3, presente tra gli extra del film, dimostra l’ottimo lavoro di restaurazione e digitalizzazione fatto, soprattutto in fatto di saturazione dei colori, e la macchina ne è assolutamente dimostrazione.

David Mann, interpretato da Dennis Weaver, si ritrova molto presto dietro un camion cisterna arrugginito (marrone come l’ambiente, tra l’altro), carico di materiale infiammabile, che scarica fumo nero dietro di sé. Gli sta attaccato, come un predatore ad una preda, e infine lo supera, ma solo per piazzarglisi davanti alla minor velocità possibile. Dopo un po’ gli fa segno di superarlo, giusto mentre una macchina sta arrivando dalla corsia opposta. Mann evita la collisione, ma è chiaro che da qui è tutto in discesa, e le strade aride diventeranno il palcoscenico di una sfida, tra umanità e mostruosità.

Duel (1975) – Recensione Blu ray

Il camion è un Peterbilt 281 del 1955, scelto da Spielberg dopo una specie di audizione in cui visionò una serie di mezzi pesanti e Spielberg riconobbe nel Peterbilt l’unico con “un muso”. La Plymouth Valiant rossa fu invece scelta e dipinta intenzionalmente di quel colore per risaltare nelle riprese in campo largo nel deserto, ma finisce per avere diverse chiavi di lettura, in particolare una che propongo più avanti.

Una scelta che in retrospettiva si rivela anche una delle chiavi di lettura del film: il rosso sgargiante della macchina contro i toni bruni e polverosi del camion e del paesaggio. Un uomo fuori contesto, fuori luogo, nei colori sbagliati per quella storia. Fuori contesto, e non solo dal punto di vista geografico.

Il camion, dal canto suo, sembra fatto di quell’ambiente. È marrone come la terra, arrugginito come i cartelli abbandonati sul bordo della strada. È infiammabile, ce lo dicono subito, e non è un dettaglio innocente: basta una miccia per innescare una reazione a catena in cui qualcuno finisce bruciato. Spielberg inquadra il muso del camion come se fossero le fauci di uno squalo, anni prima che ci fosse davvero uno squalo. Il rumore del motore copre progressivamente il suono della radio, occupando la mente di chi guida esattamente come il camion occupa la carreggiata.

Sembra quasi senziente.

Sembra che nessuno lo stia guidando.

Il fatto che ci venga “presentato” mentre alla radio un ascoltatore si lamenta del fatto di aver perso la propria mascolinità dopo essersi sposato con una donna che preferisce lavorare che stare in casa e fare la casalinga, destino invece libero proprio per l’uomo che sta chiamando, non è casuale. Non avrà voluto farlo attivamente, Matheson, nello scrivere lo script, ma è difficile non vedere una critica alla nostalgia della mascolinità della società “moderna”.

Duel (1974) – Recensione Blu ray

Mann, il protagonista, ha in fondo un auto rossa (colore che è facile associare mentalmente al genere femminile), modesta, mentre il camion è grosso, marrone, grondante di olio, quasi come un corpo palestrato e martoriato da anni di cicatrici e storie. Il muso del camion stesso ha tante targhe, come a fare l’occhiolino ad una tossicità universale e non limitata geograficamente.

Una lettura sicuramente non voluta, ma lo stesso interessante.

Uno slasher senza sangue

Se un inseguimento tra auto fosse uno slasher movie senza gore, sarebbe “Duel”. La struttura è quella: una vittima, un predatore, spazi sempre più angusti, un’escalation che non si ferma mai davvero. L’assenza di musica in molte sequenze chiave, una scelta deliberata e coraggiosa del compositore che ha voluto comporre una OST fatta più di rumori, che di armonie, contribuisce a disorientare lo spettatore, che non sa quando provare tensione e quando rilassarsi, perché non c’è una colonna sonora vera e propria che glielo dica.

Da una scena ambientata ad un benzinaio in poi, la regia stringe sempre di più. Le inquadrature si fanno ravvicinate, claustrofobiche, come se lo spazio attorno al protagonista si stesse comprimendo anche quando è in campo aperto. La scena al ristorante Chuck’s Cafe è forse la più lunga del film, e in parte deliberatamente opprimente: Mann cerca di identificare il guidatore tra i clienti del locale, e noi lo osserviamo scivolare nella spirale delle sue paranoie fino a quasi condividere il fastidio di chi gli sta attorno.

È un momento in cui il film ci porta quasi a sminuire il protagonista, a dubitare di lui, a ridurre la portata di quello che sta vivendo. Il che lo rende ancora più vittima di quanto già non sia.

Il tema della mascolinità scorre sottotraccia per tutto il film. Mann è un uomo che parla al telefono con la moglie e ammette passivamente di non aver difeso il suo onore quando un collega l’ha aggredita. Una scena mostra un oblò di lavatrice che lo inquadra quasi fosse una gabbia, metà dentro e metà fuori dal mondo. È un uomo intrappolato, e il camion è la forma fisica di tutto quello che lo opprime: una minaccia senza volto, senza ragione, senza possibilità di negoziare.

Duel (1971) – Recensione Blu ray

Il film finisce un po’ come è iniziato: per caso, con una piccola trappola organizzata su due piedi, e poi torna il silenzio. Non c’è catarsi grandiosa. C’è solo la fine del rumore, e la realizzazione, da parte di Mann, di cosa ha vissuto e di cosa ha fatto per uscirne.

Comparto tecnico ed extra

Il 4K Ultra HD presenta il film in risoluzione 2160p con aspect ratio 1.85:1, HDR10 e audio Dolby Atmos. Universal include anche la versione più breve originale per la TV, in un master 2K non restaurato, con tutte le imperfezioni del caso, una scelta coraggiosa e preziosa per chi vuole vedere come il film appariva nella sua forma originale nel 1971.

La resa visiva in 4K beneficia della rimasterizzazione in modo evidente. I colori primari vengono leggermente amplificati, con i cieli e le vetture più definiti, mentre i toni della pelle risultano più naturali e calibrati rispetto alla precedente versione Blu-ray. I colori caldi e saturi della pellicola – quel giallo abbacinante del deserto californiano, il rosso quasi aggressivo della Plymouth – sono restituiti con una coerenza che si sente. Il dettaglio nelle scene ravvicinate è notevolmente migliorato rispetto alla versione precedente, e le scene al buio o in controluce gestiscono le ombre senza appiattire.

Il disco include tre featurette originali registrate nel 2001. La prima è una conversazione con Spielberg sul film e sulla sua carriera televisiva, con qualche riflessione genuinamente interessante sul Colombo che aveva diretto poco prima di Duel, e su cosa significasse fare televisione in quegli anni. La seconda esplora il contesto della TV americana di quel periodo. La terza è l’intervista a Richard Matheson, in cui lo scrittore racconta con evidente piacere la genesi della storia e l’ironia di vederla pubblicata su Playboy prima che Universal la trasformasse prima in sceneggiatura e poi in film. Sono extra di qualità, anche se datati, e aggiungono un contesto produttivo che arricchisce la visione.


Duel ha cinquant’anni abbondanti e non li dimostra. È un film costruito con una precisione così geometrica che il tempo non lo scalfisce: la tensione funziona ancora, la regia è ancora impressionante, e la semplicità della premessa è ancora la sua forza più grande. Questa edizione 4K è il modo migliore per vederlo, con una qualità visiva che rispetta le scelte cromatiche originali e un audio che restituisce il suono del motore con un peso fisico che si sente. Per chi non lo ha mai visto, è un’occasione da non perdere. Per chi lo conosce già, è un buon motivo per rivederlo con la qualità che si merita.

7.9
L'esordio filmografico di Spielberg funziona, nonostante alcuni limiti narrativi

Pro

  • La struttura narrativa sa da episodio di Twilight Zone
  • La scelta di non mostrare mai il guidatore del camion lo rende quasi una "leggenda"
  • Per essere un film girato in 10 giorni, è riuscito moltissimo

Contro

  • Alcuni residui dell'editing e regia degli anni '70
  • La trama si annacqua un po' troppo nel terzo atto
Ti è piaciuto quello che hai letto? Vuoi mettere le mani su giochi in anteprima, partecipare a eventi esclusivi e scrivere su quello che ti appassiona? Unisciti al nostro staff! Clicca qui per venire a far parte della nostra squadra!

Potrebbe interessarti anche