“Colpi d’amore” (2025) – Recensione Blu-ray
Ke Huy Quan merita meglio. Lo sappiamo tutti, anche lui probabilmente.
Copia retail (fisica) fornita gratuitamente dal produttore/editore. Nota: Si ringrazia Plaion Pictures
Love Hurts è prodotto da 87North, la stessa casa di produzione dietro John Wick, Nobody, Bullet Train e The Fall Guy. A questo punto il marchio è quasi una garanzia di stile: action choreography di qualità, stunt pratici, influenze dal cinema di arti marziali asiatico.
A dirigere c’è Jonathan Eusebio, al suo debutto alla regia, con un curriculum da stunt coordinator e action designer che include i primi tre John Wick, Pirates of the Caribbean e The Fall Guy. La sceneggiatura è di Matthew Murray, Josh Stoddard e Luke Passmore. Il film è uscito il 7 febbraio 2025, distribuito da Universal Pictures, con un budget dichiarato di 18 milioni di dollari e un incasso globale di poco inferiore. Numeri che raccontano già qualcosa.
Il cast include Ariana DeBose, Daniel Wu, Mustafa Shakir, Sean Astin, Marshawn Lynch e Cam Gigandet, tutti attorno a Ke Huy Quan nel ruolo di Marvin Gable, agente immobiliare del Wisconsin con un passato da killer al servizio del fratello criminale. È una premessa solida, con qualche ambizione tematica interessante sepolta sotto uno script che non sempre sa cosa farne.

“Colpi d’amore” (2025) – Recensione Blu-ray: una romantic comedy che non si ricorda di esserlo
I primi minuti di Love Hurts sono i più riusciti. Il film si apre con toni da commedia romantica, leggeri, autoironici, con Ke Huy Quan che irradia un fascino costantemente brillante che sembra quasi indipendente da quello che gli viene chiesto di fare. È uno di quegli attori capaci di rendere credibile quasi qualsiasi cosa solo con la presenza, e in queste scene iniziali si vede tutto il potenziale di un film che potrebbe essere qualcosa di più originale di quanto poi risulterà.
Molto presto, però, il tono si sposta verso l’action puro, e con quel cambiamento arriva anche tutta la grammatica post-marvelizzazione dell’azione cinematografica: ritmo sincopato, humor inserito nelle sequenze di combattimento, villain con eserciti di scagnozzi intercambiabili. Non è necessariamente un problema, d’altronde 87North ha costruito la sua identità su esattamente questo tipo di film, ma il passaggio avviene senza troppa cura per quello che si stava costruendo prima, e la commedia romantica delle prime scene scompare quasi senza lasciare traccia.
Ke Huy Quan e il conflitto che non viene esplorato
Il personaggio di Marvin Gable ha qualcosa che lo distingue dai suoi colleghi del genere, almeno sulla carta.
A differenza di John Wick o del protagonista di Nobody, Marvin non vuole tornare a essere quello che era. Vuole tenersi la vita che si è costruito sopra il suo passato da torturatore e killer, e il conflitto con il fratello – interpretato da Daniel Wu – nasce proprio da questo: da un uomo che ha scelto di essere qualcuno di diverso e che ora viene trascinato indietro da chi non lo accetta. È un’idea più sfumata del solito, più credibile emotivamente, e Ke Huy Quan ha la capacità di portarla sullo schermo senza bisogno di grandi discorsi.

Il problema è che lo script pianta questi semi e poi non li annaffia mai abbastanza. Il conflitto tra i due fratelli rimane in superficie: avrebbero potuto essere due antagonisti qualunque, senza storia condivisa, senza il peso di una relazione che si è incrinata nel tempo. Daniel Wu fa quello che può con quello che ha, ma il film non gli dà lo spazio per essere qualcosa di più di un ostacolo narrativo al limite del meme, lui e i suoi Boba Tea. È il personaggio meno carismatico dell’intero cast, che occupa uno spazio drammatico senza riuscire mai a riempirlo.
Una menzione a parte merita Sean Astin, la cui parte è piccola ma costruita con cura. Ha un monologo pregno di significato, godibile e inaspettato, che per qualche minuto alza il livello dello script e ricorda cosa potrebbe essere il film se si prendesse più rischi con i suoi personaggi secondari.
In realtà anche la maggior parte dei personaggi secondari funziona, da Raven (Mustafa Shakir), all’assistente di Marvin (Lio Tipton), ai due scagnozzi King e Otis (Marshawn Lynch e André Eriksen). Persino la piccola comparsata del sempre delizioso Rhys Darby funziona. È che tutto ciò che di questo film funziona, è appesantito da quello che invece sbaglia.

Il ritmo dei dialoghi e il problema dei voiceover
Una delle cose più apprezzabili di Love Hurts è il tempo che si prende con i dialoghi. In un genere che spesso sacrifica le scene di interazione sull’altare del montaggio frenetico – e non è una critica solo ai film d’azione, anche certi Nolan si riservano editing velocissimi per le conversazioni – qui c’è una certa pazienza, una volontà di lasciare che le parole respirino. Non sempre i dialoghi sono all’altezza di questo spazio che viene loro dedicato, ma il ritmo è apprezzabile di per sé, e nelle scene che funzionano si sente la differenza.
Meno felice la scelta di ricorrere ai voiceover interni dei protagonisti, usati con una frequenza eccessiva. È uno strumento narrativo che, usato troppo, finisce per togliere spazio all’interpretazione degli attori e alla fiducia nel pubblico, e qui se ne abusa in un modo che stona con la qualità generale della regia nelle sequenze d’azione. Sembrano quasi cerotti piazzati lì per compensare a errori produttivi o mancanze narrative, più che strumenti diegetici utilizzati a dovere.
Le scene d’azione: quando funzionano, funzionano bene
Il passato da stunt coordinator di Eusebio si vede nelle sequenze d’azione, che sono il punto più alto del film quando non si inceppano. C’è un omaggio esplicito all’era d’oro dell’action di Hong Kong – Jackie Chan, Donnie Yen – che nelle parti migliori riesce a tradursi in qualcosa di concreto: uso creativo dei props, coreografie che cercano la fisicità e la leggibilità piuttosto che il caos visivo. Alcune composizioni sono inventive, e si sente la mano di qualcuno che conosce il linguaggio del corpo in movimento.

Il problema sono i rallentamenti. Inserire movimenti lenti per mostrare il cattivo che tira fuori l’arma, ad esempio, è una scelta comprensibile, ma qui viene usato troppo spesso e in momenti che non lo giustificano, abbassando il ritmo esattamente quando il film dovrebbe scalare e accelerare. Il risultato è un’altalena di qualità che non permette mai alle scene di costruire davvero tensione cumulativa.
Lo script è prevedibile quasi in ogni suo snodo, e chi ha visto abbastanza film di questo genere non troverà molte sorprese. Ma c’è una cosa che “Colpi d’Amore” sa fare e che non è scontata: sa quando tirare le tende. La durata è di 83 minuti, e il film non spreca un secondo cercando di essere più di quello che è. Non allunga la conclusione, non aggiunge un terzo atto inutile, non insegue una grandiosità che non si è guadagnato. Va giù tranquillo, lascia il pubblico senza particolari rimpianti, e questo, in un panorama in cui i film d’azione spesso non sanno smettere, è già qualcosa.
Comparto tecnico ed extra
Universal Pictures e Plaion Pictures portano Colpi d’amore in home video in formato DVD e Blu-ray, in semplice amaray senza particolari cure nel packaging, e saltando completamente l’Ultra HD. Una scelta che dice già qualcosa sulla considerazione che la distribuzione ha deciso di riservare al titolo.
Il Blu-ray, però, si difende bene sul piano tecnico. Il comparto video è di ottimo livello: il film gioca su una palette vivace che dà grande rilievo al rosso, al rosa e alle luci neon, in linea con il tema valentiniano che percorre tutta l’opera, e i colori appaiono decisi e saturi, con contrasti ottimali e neri profondi. Il dettaglio è soddisfacente in ogni zona dell’inquadratura, senza cedimenti evidenti.
L’audio è invece la sorpresa negativa del disco. La traccia italiana è un Dolby Digital 5.1 che fa il suo lavoro ma non regge il confronto con il Dolby Atmos della traccia inglese, né con il Dolby Digital Plus 7.1 riservato, per qualche motivo, al francese. La gerarchia è piuttosto chiara.

Gli extra sono soddisfacenti e meglio assortiti di quanto ci si potesse aspettare. Oltre a otto scene eliminate o estese, c’è un finale alternativo che, curiosamente, funziona meglio di quello ufficiale più diverse featurette: un breve profilo del protagonista, un approfondimento tematico e, il pezzo più interessante, lo speciale sugli stunt di dieci minuti, che vale la visione soprattutto per chi vuole capire da dove viene la qualità coreografica delle scene d’azione migliori del film, e quanto lavoro fisico ci stia dietro.
Love Hurts è esattamente il tipo di film che non delude ma non entusiasma. Ke Huy Quan è brillante come sempre e merita uno script migliore di questo. Eusebio mostra talento reale nelle sequenze d’azione e qualche limite evidente nel resto. Il conflitto fraterno ha buone fondamenta emotive che vengono lasciate incompiute, e il villain principale spreca la sua presenza. È un film che va giù bene, senza nulla che rimanga davvero, ma senza nemmeno l’amaro di aver buttato via un’ora e mezza. A volte è sufficiente così.
Sufficientemente godibile, ma Ke Huy Quan merita di meglio
Pro
- Ke Huy Quan ha un charm innegabile
- Le scene d'action sanno essere ben costruite
- Una durata giusta
Contro
- I momenti di rallentamento nei combattimenti
- I subplot B e C sono abbastanza banali
- Tutto il contesto San Valentiniano