September 5: la diretta che cambiò la storia – Recensione Blu-ray

Eravamo lì, a guardare nell'oscurità. Aspettavamo che succedesse qualcosa perché volevamo farne una foto.

Editoria & Trasparenza

Copia retail (fisica) fornita gratuitamente dal produttore/editore. Nota: Si ringrazia Plaion Pictures

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Verso la fine di September 5, un personaggio dice, in poche parole, qualcosa che racchiude in sé tutto quello che il film ha cercato di fare nel corso dei suoi novanta minuti. È una di quelle frasi che non fanno rumore quando le senti, ma che continuano a risuonare dopo che i titoli di coda sono finiti. Ed è una frase che parla di giornalismo, di televisione, di voyeurismo, ma soprattutto di quella zona grigia in cui il confine tra raccontare una storia e farne parte scompare del tutto.

September 5: la diretta che cambiò la storia – Recensione Blu-ray

September 5 è un film del 2024 diretto dal regista svizzero Tim Fehlbaum, co-scritto con Moritz Binder e Alex David, e racconta la crisi degli ostaggi alle Olimpiadi di Monaco del 1972 dal punto di vista della troupe di ABC Sports che stava coprendo i giochi. Il film ha girato per 33 giorni, 29 dei quali agli studi Bavaria di Monaco, uno a Penzing, e tre nell’effettivo Villaggio Olimpico, che si presenta oggi quasi identico a come appariva nel 1972.

L’accesso al materiale d’archivio originale di ABC è stato il punto di partenza dell’intera produzione, e fu proprio la necessità di negoziare quel materiale a spingere il film verso una coproduzione internazionale in lingua inglese, supportata tra gli altri da Sean Penn. Il risultato è qualcosa che sta a metà tra il dramma storico e il documentario, e che funziona benissimo in entrambe le direzioni.

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Un’apertura che sa già tutto

Il film inizia con uno spezzone di documentario sulle Olimpiadi di Berlino del 1936 e poi di Monaco del 1972 (le prime olimpiadi trasmesse via satellite a tutto il mondo) e da lì entra immediatamente in sala di montaggio con un editing serrato e vivace che mima esattamente il ritmo di lavoro che sta descrivendo. Scelte veloci su che camera usare, che inquadratura privilegiare, cosa mostrare e cosa tagliare.

È già, in questi primi minuti, un parallelo esplicito con il lavoro del regista: ogni scelta determina che storia decidi di raccontare, e chi ha il controllo della regia ha il controllo della narrativa.

Il film fa uso estensivo di footage archivistico, telecamere a mano e pellicola 16mm, ed è girato in gran parte in un seminterrato buio e claustrofobico, replica fedele della control room originale di ABC a Monaco. La porosità della pellicola, i movimenti di macchina iniziali, persino gli zoom un po’ ineleganti che rimandano all’estetica televisiva dell’epoca: tutto contribuisce a un senso di immersione che pochi film storici recenti hanno saputo raggiungere con questa naturalezza, ma ai quali i film più documentaristici tendono, sempre e comunque.

I dialoghi sono frizzanti e vivaci quanto l’editing, e non girano intorno all’ovvietà del tema o del contesto sociopolitico. Roone Arledge, interpretato da un Peter Sarsgaard a suo agio come sempre, è aggressivo con le storie che vuole raccontare. Vuole fare un servizio sull’Olocausto subito dopo l’intervista a un atleta ebreo che ha appena vinto l’oro, e la sua logica è brutalmente diretta: “Chiedigli come si sente a vincere un oro nel cortile di dietro di Hitler”.

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È un personaggio che ha già deciso dove sta il confine tra emozione e manipolazione, e che quel confine lo sposta continuamente a proprio vantaggio, ma mai così tanto da darti fastidio.

La tensione come grammatica visiva

A dodici minuti dall’inizio, nella totale assenza di colonna sonora che ha caratterizzato l’apertura del film, dei colpi d’arma da fuoco distanti creano la prima vera tensione, più in chi guarda e legge il sottotitolo che nei protagonisti, ancora convinti di aver “sentito male” o frainteso. Come se la violenza, in fondo, si potesse fraintendere, e in parte è a questo che un particolare giornalista accenna, con una domanda piazzata involontariamente a bruciapelo ad una collega tedesca.

Dall’altro lato, è un meccanismo hitchcockiano applicato con precisione: noi sappiamo che erano spari, ma i personaggi no, e quella asimmetria di informazione genera un disagio che non si dissolve mai del tutto.

Il regista Fehlbaum e il direttore della fotografia Markus Förderer hanno deciso fin dall’inizio di raccontare la storia come se fossero anch’essi una squadra di reporter sul campo, e la regia porta questa intenzione fino in fondo. I close-up di persone e oggetti (una fotocamera, uno schermo televisivo) arrivano solo nei momenti di reazione agli eventi, di tensione pura. Le parti informative, in cui si spiega cosa sta succedendo, sono girate in piano americano, come se il film allargasse il respiro ogni volta che i personaggi cercano di riprendere il controllo.

È quasi come se, quando le cose accadono davvero, anche chi le notizie le racconta diventasse spettatore.

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La colonna sonora è fatta quasi esclusivamente di droni, suoni bassi e sostenuti che potrebbero facilmente confondersi con il rumore di macchinari accesi, il tipo di rumore che chi ha fatto un turno di notte in ospedale conosce bene. Più che segnalare la tensione, sembra volerla abitare, sembra volercisi rannichiare dentro.

Fehlbaum ha deciso che il presentatore Jim McKay non sarebbe stato interpretato da un attore ma attraverso il footage originale della trasmissione: “Mi sembrava impossibile riprodurre quella performance con un attore.” La scelta è giusta, e il risultato è che le scene in cui il materiale d’archivio si fonde con le riprese costruite ad hoc sono tra le più riuscite del film, al punto da rendere difficile, a tratti, distinguere le une dalle altre.

Lo script e le sue domande senza risposta

Il film mostra i muscoli dello script in una conversazione rapida e intensa in corridoio: se, nel voler riportare live gli eventi, filmi un ostaggio che viene ucciso, di chi diventa la storia? Della rete televisiva o delle vittime? È un dilemma che il film non risolve, e fa bene a non farlo, limitandosi a mostrare come certe decisioni vengano prese sul momento, con l’adrenalina in corpo e qualche grado di spazio di manovra garantito dalle telecamere che non stanno riprendendo il balcone.

Il personaggio di Jim McKay appare nel film attraverso le clip originali del 1972, insieme ad audio di Howard Cosell e ricostruzioni parziali della copertura di Peter Jennings. Attorno a questi inserti, John Magaro costruisce forse la performance più completa del cast nei panni di Geoffrey Mason, il caposala di ABC Sports. Prima mesto ma volenteroso, poi quasi inebriato dall’enormità di quello che sta documentando, Mason arriva a plasmare la notizia in prima persona, annunciando che gli atleti rimasti in ostaggio sono stati salvati all’aeroporto di Fürstenfeldbruck prima che la notizia venga confermata.

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Una scelta che si rivelerà tragicamente sbagliata, e che pesa sul finale come una pietra, tanto che l’ultima immagine del film è proprio su di lui, tornato in macchina, incapacitato di chiudere mentalmente un turno che ha cambiato per sempre la storia. Il primo attentato terroristico trasmesso in diretta mondiale, con 900 milioni di spettatori.

Ben Chaplin è invece molto più asettico nel ruolo di Marvin Bader, il capo delle operazioni, ma perfettamente a tono con il personaggio e con il film. C’è un dialogo bellissimo tra Bader e la nuova interprete tedesca Marianne Gebhardt, interpretata da Leonie Benesch, in cui Bader sfida in modo quasi brusco l’ottimismo di lei, chiedendosi quanto anche i genitori di Gebhardt avrebbero potuto prevedere l’ascesa del nazismo.

What else can we do but try to move on, and be better.

È uno di quei momenti in cui il film allarga lo sguardo dal 5 settembre 1972 a qualcosa di molto più grande, senza bisogno di sottolinearlo. Una frase finale, sempre di Marianne, pone la parentesi di chiusura a quella domanda che lei stessa si è posta.

Ancora un volta sono morte persone innocenti in Germania. La Germania ha fallito di nuovo.

Un terzo atto volutamente meno teso

Se devo trovare un difetto al film, è nella sua fretta nel terzo atto. Non c’è una vera scalata di tensione nella parte finale, quanto piuttosto una progressiva perdita di controllo dell’informazione: prima perché il pericolo si allontana geograficamente dallo studio, poi perché bisogna decidere se diffondere una notizia non confermata. C’è un momento di pace apparente che sembra chiudere il film, e poi la verità irrompe di nuovo, ed è lì che September 5 trova il suo momento più brutale, quello in cui la voce si rompe e la rabbia finalmente avrebbe modo di emergere, ma il film lascia solo lo spazio al silenzio del dramma, all’accettazione che tutto quello che doveva andare storto… è andato storto.

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È un finale che lascia qualcosa di amaro, e lo fa apposta.

Il film sceglie anche di non soffermarsi troppo sulla morte dei due atleti israeliani uccisi nelle prime ore della crisi, Moshe Weinberg e Yossef Romano, concentrandosi invece sugli eventi successivi. È una scelta che si può discutere, ma che è coerente con la prospettiva scelta: quella di persone che stanno cercando di raccontare qualcosa che non capiscono ancora del tutto, in tempo reale, con gli strumenti che hanno. La morte di Weinberg e Romano è qualcosa di già successo, meno importante, in un certo egoistico senso, di ciò che sta succedendo.

Comparto tecnico ed extra

Il Blu-ray restituisce il film in modo pulito, rispettando le scelte visive di Fehlbaum e Förderer: la grana della pellicola, i contrasti deliberatamente contenuti, la palette cromatica fredda e desaturata della control room. Non è un disco pensato per mostrare i muscoli della rimasterizzazione, ma per preservare l’integrità di un film che ha costruito la sua estetica sull’assenza di fronzoli.

Gli extra sono assenti, ma stranamente non se ne sente troppo la mancanza. September 5 è un film che si chiude su sé stesso in modo abbastanza definitivo, e c’è qualcosa di coerente nel lasciarlo senza ulteriori livelli di interpretazione.

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September 5 è uno dei film più riusciti degli ultimi anni nel raccontare il giornalismo dall’interno, non come professione eroica o come male necessario, ma come una serie di decisioni prese nel buio, con informazioni incomplete e conseguenze imprevedibili. Fehlbaum dirige con una precisione e una maturità notevoli, il cast è di altissimo livello, e il modo in cui il materiale d’archivio originale si fonde con le scene costruite è un risultato tecnico e narrativo di rara eleganza. Un film necessario, e un Blu-ray che lo preserva con il rispetto che merita.

8.9
Uno dei film più riusciti degli ultimi anni nel raccontare il giornalismo dall'interno

Pro

  • Regia immersiva e stilisticamente coerente dall'inizio alla fine
  • Uso del materiale d'archivio originale di ABC integrato in modo quasi invisibile
  • John Magaro straordinario, forse il meglio del cast
  • Dialoghi vivaci e densi, senza mai scadere nell'ovvio
  • La tensione è costruita con strumenti semplici e grandissima efficacia
  • Sollevare domande etiche senza pretendere di risponderle

Contro

  • Il terzo atto perde un po' di tensione rispetto ai primi due
  • La morte dei primi due atleti viene sorvolata con troppa velocità
  • Assenza totale di extra
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