Resonance: A Plague Tale Legacy – Recensione

Recensito su PlayStation 5

Editoria & Trasparenza

Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.

Resonance A Plague Tale Legacy recensione

Quando venne annunciato Resonance: A Plague Tale Legacy, il livello di curiosità ha raggiunto picchi importanti. Un prequel delle due avventure A Plague Tale: Innocence e Requiem, ambientato in Grecia e con un profondo legame con la mitologia, era un’intuizione già all’apparenza davvero azzeccata. Poi è arrivata un po’ di perplessità: sì, perché il nuovo Resonance sembrava distaccarsi in maniera netta dalle avventure del passato, prendendo una strada più orientata all’action, con situazioni più dinamiche e meno ansiogene rispetto ai capitoli precedenti.

Resonance cambia prospettiva anche sotto il punto di vista dei protagonisti: abbandona la storia dei due fratelli De Rune, Amicia e Hugo, per raccontare quella di Sophia, predona che abbiamo conosciuto nel corso del secondo capitolo con un passato che si intreccia con le vicende dei due fratelli. Sophia in questo prequel è lontana dalla figura carismatica vista in Requiem: qui è giovane, insicura e in cerca di risposte.

Una svolta è stata data anche all’ambientazione: dalla tenebrosa Francia del XIV secolo martoriata dalla Peste Nera si passa alla mitologica isola di Creta. Oltre a un cambio radicale nella costruzione dello scenario, in Resonance l’avventura di Sophia è strettamente connessa anche al passato dell’isola: infatti ciò che succede alla protagonista è legato a doppio filo a quanto avvenuto all’eroe della mitologia greca Teseo, creando così un suggestivo intreccio tra la piaga della Macula e la leggenda del Minotauro.

Resonance la scrittura di Sophia

La Scrittura di Sophia: L’evoluzione attraverso il dolore

L’avventura inizia con una Sophia ancora bambina, a cui viene somministrato del sangue infetto in un convento di suore: tale infezione fa avere delle visioni alla piccola, visioni di una terra lontana che nasconde misteri e chissà cos’altro. Nelle primissime battute di gioco è il padre a irrompere nel convento e salvare la protagonista. Sophia, però, è ormai frastornata da continue visioni di cui non riesce a comprendere l’origine e il significato.

Crescendo, Sophia coltiva dentro di sé il desiderio di avere risposte, desiderio che la porta a intraprendere il viaggio verso Creta. Tutto questo non senza qualche incidente di percorso: il viaggio, infatti, parte da una rocambolesca fuga da Venezia in cui Sophia riesce a rubare la Sfera Minoica, elemento fondamentale per poter raggiungere i segreti più profondi dell’isola. La narrazione prosegue con un ritmo sostenuto, alternando momenti d’azione particolarmente concitati – sia per i combattimenti sia per le varie fughe – a momenti più lenti dove il pathos e l’atmosfera ansiogena prendono il sopravvento.

La scrittura di Sophia è decisamente ben riuscita. In Resonance, Asobo Studio ha voluto porre attenzione sull’evoluzione che ha avuto il personaggio: se fino ad ora l’avevamo conosciuta come una spavalda predona, carismatica e con la soluzione sempre pronta, qui la musica è ben diversa. Sophia è spaventata, non sa cosa le stia accadendo, cerca risposte e in più occasioni si sente sola e abbandonata. Cosa più importante, è costantemente insicura delle proprie scelte, un’insicurezza che la porta a vivere ogni decisione come una tragedia e ad affrontarne le conseguenze con estremo dolore e continui ripensamenti.

Viene raccontato in maniera ottima il legame profondo tra la protagonista e Leni, compagna di viaggio sempre presente nell’avventura; una piccola nota di demerito va invece al cast dei personaggi secondari, a cui manca un po’ di quella profondità che avrebbe reso la storia sicuramente più affascinante. La regia e la sceneggiatura si attestano su livelli pregevoli, seppur si sia percepita una leggera flessione in alcune scene finali, con alcune sequenze quantomeno discutibili.

Resonance il filo tra Sophia e Teseo

Sulle Tracce di Teseo: Il filo conduttore tra Passato e Presente

La storia di Sophia, come accennato, è continuamente influenzata dalle sue visioni: in queste sequenze appaiono i flashback dell’eroe greco Teseo, con un racconto della leggenda del Minotauro rivisitato in maniera assolutamente piacevole. Grazie a queste digressioni è stato possibile creare un intreccio tra le avventure di Sophia e quelle di Teseo in grado di arricchire considerevolmente la lore della saga.

Per quanto riguarda le fasi di gameplay nei panni di Teseo, possiamo definirle essenziali e meno articolate rispetto a quelle con Sophia. Tuttavia, il valore narrativo che acquistano le sequenze vissute nelle vesti dell’eroe greco ha un impatto tale sulla storia principale da far passare in secondo piano l’essenzialità del gameplay puro.

Il Gameplay in tre tappe

Volendo analizzare il gameplay, dividerei la struttura dell’avventura pad alla mano in tre componenti essenziali: esplorazione, combattimento e le fasi stealth/enigmi.

Creta Senza Filtri: Il fascino dell’esplorazione alla cieca

Se siete in cerca di un gioco che vi metta a disposizione delle macro-aree completamente esplorabili in cui il solo limite è la vostra curiosità, Resonance: A Plague Tale Legacy è il titolo che fa per voi. Il gioco non vi fornisce aiuti a schermo: niente indicatori, niente mappa, niente di niente. Siete solo voi e queste aree dalla superficie considerevole, piene di manufatti, segreti e oggetti utili a potenziare le abilità di Sophia.

Proprio quest’ultimo aspetto rende l’esplorazione un momento centrale dell’esperienza. Il sistema di progressione è infatti totalmente basato sui punti risonanza, che permettono di acquistare nuove abilità e risorse sotto forma di accessori (bracciali, amuleti e ninnoli vari) in grado di aumentare le statistiche di Sophia. Entrambi sono rintracciabili esclusivamente scandagliando per bene le varie mappe. In sostanza, il level design è ben pensato e vagare alla ricerca di ogni collezionabile risulta stimolante, divertente e piacevole per gli occhi, visti gli scorci meravigliosi che l’isola sa offrire.

Resonance la bellezza di esplorare

Un Combat System a metà strada

C’era molta curiosità attorno al combat system, dato che è l’elemento che più di tutti differenzia Resonance dagli altri capitoli del franchise. Possiamo dire in definitiva che l’ingresso di un sistema di combattimento strutturato in salsa action sia un esperimento riuscito a metà per Asobo Studio.

Sotto il profilo del ritmo è sicuramente una trovata eccellente: spezzare le fasi più lente e compassate con la dinamicità del combattimento all’arma bianca si rivela una scelta azzeccata. Seppur lo stile sia quello di un classico action – tra schivate, parry e finisher cinematografici – il feedback pad alla mano è soddisfacente e non risulta mai banale, ma anzi sempre stimolante e divertente.

Tuttavia ci sono alcuni punti meno riusciti che vanno ad intaccare, seppur in maniera moderata, l’esperienza finale. Sotto il punto di vista estetico le animazioni sono spesso ripetitive e mancano di quella progressione che le renda più spettacolari con il prosieguo della storia. A questo si aggiunge una scarsa varietà dei nemici che rende leggibili i loro pattern già dopo pochi scontri. Quello che più mi ha fatto storcere il naso, però, sono le poche boss fight, prive di quel giusto mordente epico che mi sarei aspettato e decisamente rivedibili.

90 Minuti di Applausi: Il ritorno della Tensione Viscerale

Se per il combattimento ci sono stati elementi che non hanno convinto a pieno, qui c’è solo da alzarsi e fare i classici “90 minuti di applausi” ad Asobo Studio. È in queste sezioni che emerge tutta la vera essenza delle produzioni A Plague Tale, smentendo quanto visto nei trailer che promettevano una presenza più risicata di queste meccaniche: le fasi stealth sono centrali, tantissime e decisamente d’impatto.

Le sequenze di infiltrazione ci riportano direttamente ai primi due capitoli, realizzate in maniera impeccabile e con momenti da vera pelle d’oca. Il perenne stato di ansia che si prova nei momenti in cui dobbiamo scappare dalla “Creatura” è proposto in maniera sublime. La sensazione di essere braccati e l’impotenza di fronte a ciò che ci sta inseguendo regalano emozioni vivissime che non spezzano il ritmo, ma mantengono il giocatore costantemente vigile e attento.

Per quanto riguarda gli enigmi, anche qui ci troviamo di fronte a un lavoro eccellente. La meccanica della Sfera Minoica, con cui Sophia può manipolare la luce e risolvere puzzle ambientali, è davvero ben pensata ed eseguita. Gli enigmi sono bilanciati con precisione per non risultare mai frustranti o banali. In più, per chi dovesse averne bisogno, Asobo ha integrato un sistema di indizi su richiesta per aiutare a raggiungere la soluzione.

Resonance e lo stealth ansiogeno

Luci d’Autore e Ombre Tecniche: La doppia anima di A Plague Tale Legacy

Parlando di direzione artistica, Asobo ha fatto un lavoro grandioso. I paesaggi dell’isola greca sono mozzafiato, con scorci d’impatto e un colpo d’occhio ispirato, arricchito da un eccellente character design. Il punto più alto viene però raggiunto dal comparto sonoro: le musiche di accompagnamento e il sound design generale sono spettacolari, studiati al millimetro per valorizzare ogni situazione.

Se la direzione artistica è una delle note più liete della produzione, a fare da contraltare è senza ombra di dubbio il comparto tecnico, che rappresenta la nota più dolorosa di Resonance: A Plague Tale Legacy. La resa visiva non sfrutta appieno l’hardware next-gen, portando a chiedersi in più di un’occasione se si stia giocando a un titolo di questa o della passata generazione. A questo si aggiungono incertezze nella resa visiva delle aree più buie e alcuni bug minori che spezzano il ritmo dell’avventura. A fare da contorno c’è infine la necessità pratica di impostare la modalità Prestazione per garantire una fluidità accettabile.

Resonance luci artistiche e ombre tecniche

Conclusioni

Partiamo dalle cose ovvie. Resonance: A Plague Tale Legacy non è un titolo perfetto, e non si avvicina neanche a esserlo. Se ci si ferma alla superficie, ci si trova davanti a un sistema di combattimento che poteva essere rifinito meglio, un cast di personaggi secondari a cui sarebbe giovata una maggiore profondità e un comparto tecnico a tratti rivedibile: questi sono fattori che, in produzioni di questo calibro, pesano sul giudizio finale.

Tuttavia, Resonance fa talmente bene tutto il resto che gran parte di questi difetti finisce per passare in secondo piano. Quando le componenti chiave del franchise – lo stealth ansiogeno, l’atmosfera magnetica, la gestione della luce e l’esplorazione pura – funzionano a livelli così alti, il titolo centra in pieno la propria identità. I limiti riscontrati sono difetti di gioventù di una struttura che tenta di rinnovarsi, ma che non scalfiscono minimamente il cuore di un’avventura viscerale e appassionante.

Resonance non ha bisogno della perfezione tecnica per lasciare il segno: la sua è un’avventura viscerale, ricca di atmosfera e guidata da un’anima autoriale fortissima. Un capitolo coraggioso che regala a Sophia una consacrazione memorabile e che conferma, ancora una volta, la straordinaria capacità di Asobo Studio di fare grande scuola quando si tratta di raccontare storie che restano dentro.

8
Un capitolo coraggioso che regala a Sophia una consacrazione memorabile e che conferma, ancora una volta, la straordinaria capacità di Asobo Studio di fare grande scuola quando si tratta di raccontare storie che restano dentro.

Pro

  • Componente Stealth ed enigmi ben realizzati
  • Direzione artistica mozzafiato
  • Design delle aree esplorabili
  • Sophia ottima come protagonista

Contro

  • Sistema di combattimento come occasione mancata
  • Comparto tecnico non all'altezza
  • Cast secondario poco approfondito e alcune sbavature nel finale
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