Resident Evil (2026) – Recensione

Resident Evil (2026) - Recensione | L'incubo di Raccoon City torna sul grande schermo, stavolta nelle mani del regista Zach Cregger.

Resident Evil (2026) – Recensione

Sono stanco… stanco di sentire il popolo del web gridare in coro “ma questo non è Resident Evil perché non ci sono Leon o Chris”. Stanco dei pregiudizi basati sugli attori, sul regista, sulla sinossi, e chi più ne ha più ne metta. Può attirare o meno, come giusto che sia, ma questa nuova pellicola basata sul franchise simbolo di Capcom è al 100% Resident Evil, te lo garantisco.

Resident Evil (2026), diretto da Zach Cregger, segna il ritorno cinematografico del franchise a quattro anni di distanza dall’ultima pellicola, prendendo nettamente le distanze dall’era d’azione firmata Paul W.S. Anderson con Milla Jovovich nei panni di Alice e dal reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City di Johannes Roberts.

Il regista visionario dell’horror, che già con Barbarian e in particolare con Weapons aveva dimostrato il suo talento, propone un’idea tanto semplice quanto efficace per l’universo di Resident Evil: raccontare l’origine dell’epidemia attraverso gli occhi di un ignaro fattorino. Una routine di consegne si trasforma così nell’agghiacciante cronaca del collasso di Raccoon City, creando una storia parallela capace di coesistere perfettamente con la saga principale senza snaturarla.

Resident Evil (2026) – Recensione

Il protagonista di Resident Evil: il Film è Bryan (interpretato da Austin Abrams), un giovane corriere medico incaricato di effettuare una consegna notturna diretta al Raccoon City Hospital. Durante il tragitto lungo una strada isolata nei boschi, Bryan investe accidentalmente una donna misteriosa. Quello che sembra un drammatico incidente d’auto si rivela essere solo l’inizio di una notte d’incubo: in città è esplosa un’epidemia improvvisa e devastante, che muta il DNA umano in poche ore, trasformando gli abitanti in mostruose creature assassine.

Il film non rivela fin da subito la sua natura horror, ma ci gira intorno per una buona ventina di minuti proponendo, nel frattempo, diverse scene comiche tra il surreale e il demenziale. Questo perché, come anticipato, l’idea di fondo è raccontare l’origine del virus dal punto di vista di un comune cittadino ignaro di ciò che sta accadendo. Bryan, infatti, è impacciato, odia le armi, non è per nulla atletico e la sua principale abilità è di ripetere “ca**o” in continuazione: insomma, non è certo Leon che fa backflip a caso o Chris che sfonda macigni a mani nude.

Resident Evil (2026) – Recensione
Oh, Bryan, non sai che notte del ca**o ti aspetta.

Man mano che la trama si sviluppa, anche il personaggio evolve gradualmente, mantenendosi però sempre coerente con la sua caratterizzazione originale. Ho apprezzato moltissimo il lavoro attoriale di Austin Abrams nei panni del protagonista, capace di restituire una performance misurata ma di fortissimo impatto emotivo. Questo vale anche per il resto del cast, anche se, ovviamente, l’intera pellicola ruota intorno esclusivamente al personaggio di Bryan.

Il film si lascia apprezzare per tutti i suoi 90 minuti, grazie a un ritmo costante che raggiunge il suo naturale climax nel finale. Dividendo il film in tre parti, le prime due risultano ben strutturate e coerenti invece nel terzo e ultimo atto alcune scene mi hanno fatto storcere un po’ il naso, apparendo forzate e meno curate rispetto agli atti precedenti. Evito di entrare troppo nel dettaglio altrimenti c’è il rischio di qualche spoiler.

Notevole anche la realizzazione delle creature, davvero inquietanti e di chiara ispirazione videoludica. In questo caso si è preferito puntare su mostri originali e curati nei dettagli, anziché riproporre i tradizionali zombie lenti a cui le vecchie pellicole del franchise ci avevano abituati (mi riferisco sempre ai primi film di Resident Evil).

Resident Evil (2026) – Recensione – Zombie
Di infetti classici ce ne sono, ma meno di quanto pensi.

L’aspetto horror e la firma di Zach Cregger

Chi conosce la cinematografia del regista sa bene quanto il gioco di luci, ombre e profondità di campo sia una costante della sua poetica. Alcune scene di Resident Evil adottano le medesime scelte stilistiche già apprezzate in Weapons, riuscendo a costruire con maestria quel senso di tensione drammatica e horror.

La camera è spesso fissa nei corridoi, lasciando spesso fuori campo la vera minaccia e costringendo lo spettatore a scrutare l’oscurità dello sfondo. È proprio questa gestione dello spazio visivo a trasformare l’ambientazione in un vero e proprio personaggio, capace di trasmettere claustrofobia e angoscia costante. Il film non è particolarmente ricco di jump scare, tuttavia sono presenti e anche se telefonati c’è una sorta di ritardo da quando effettivamente te lo aspetti, accentuando così lo spavento.

Alcune scene sono girate in POV (Point of View), chiaramente ispirate al settimo e ottavo capitolo della saga, capaci di regalare inquadrature alternative e spesso sottovalutate. Le abbiamo viste ultimamente anche nel film di Spider-Man: Brand New Day, e più o meno il risultato qui è molto simile: apprezzabili e non fuori contesto.

Ultimo, ma non meno importante: il fan service. Il caro Cregger si è dimostrato molto equilibrato nell’inserire citazioni e riferimenti al videogioco (tra cui la macchina da scrivere vista nel trailer); le citazioni non risultano mai invadenti, ma sono distribuite in maniera intelligente nell’arco dell’intera narrazione.

Resident Evil (2026) - Recensione 1
Bryan in una scena del film.

Il miglior film basato sul franchise

So bene a cosa stai pensando: “Non che ci volesse molto, visto il livello degli altri film”. È anche vero il contrario, però: questo Resident Evil poteva tranquillamente essere il peggiore di sempre (ma sappiamo entrambi che è impossibile, dati i precedenti).

Il punto, però, è un altro: mentre negli altri capitoli si cercava in tutti i modi di inserire a forza i personaggi storici del videogioco per dare un contesto (e spingere le vendite), qui c’è una trama solida che si regge sulle proprie gambe, senza ricorrere al solito fan service becero.

Questo Resident Evil funziona sia come horror a sé stante – grazie anche alle capacità registiche di Cregger – sia come adattamento del franchise, perché racconta una storia parallela che si inserisce verosimilmente nella main story dei giochi (in particolare del secondo capitolo).

L’ennesimo successo per Cregger, che cala così un tris d’assi nel genere horror nel giro di pochi anni. Te lo consiglio caldamente, specialmente se sei un fan del cinema horror e del videogioco, ma un avvertimento: non aspettarti di veder comparire dal nulla i soliti volti noti della serie solo perché la pellicola porta il nome di Resident Evil.

8.9
Il miglior adattamento cinematografico di Resident Evil.

Pro

  • Trama coerente e bilanciata
  • La performance di Austin Abrams è credibile ed emotivamente d'impatto
  • Fotografia magistrale con un senso di tensione perpetuo
  • Comparto sonoro di alta qualità

Contro

  • Alcune scelte registiche nell'ultimo atto sono abbastanza forzate
  • Le troppe scene comiche, specialmente nella prima parte, potrebbero infastidirti
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