“Hokum” – Recensione
Che cosa ho appena visto...
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Definito come uno degli horror più spaventosi dell’ultimo periodo, Hokum è riuscito a fare un qualcosa che non credevo fosse possibile. Recentemente, ho potuto vedere il nuovo film di Damian McCarthy, e non mi era mai capitato di vedere un suo film, d’ora. All’entrata mi sono voluto confrontare con qualche collega per sentire anche le loro aspettative e incredibilmente eravamo sulla stessa barca: sapevamo il minimo indispensabile e non sapevamo esattamente cosa aspettarci.
Cosa avremmo vissuto, precisamente, all’interno della sala?
Hokum – Recensione
Ohm Bauman, uno scrittore, si reca in Irlanda per spargere le ceneri dei suoi genitori. Un viaggio programmato per ricordare e per pensare, che si trasformerà invece in un incubo. All’interno dell’Hotel si racconta una storia: una strega, si dice, è rimasta intrappolata in una stanza ben specifica.
Fin dai primissimi frame, Hokum mette in scena eventi paranormali e jumpscare, oppure momenti nei quali una strana presenza ha intenzione di disturbare Bauman. Molti di questi purtroppo sono molto prevedibili, e in alcuni momenti non sono per nulla necessari e arrogantemente esagerati.
La presenza di… presenze strane, nell’albergo, da un lato tormenta lo scrittore, dall’altra mi ha confuso, come spettatore, lasciandomi dei dubbi su dove, da subito, il film volesse andare a parare. Anche se la strada degli intenti diventa metaforicamente più illuminata superata la metà, Hokum ha un prima atto che davvero strania, e rende difficile capire se il film vuole essere un horror psicologico o se vuole solo far saltare sulla sedia lo spettatore, o, perché no, entrambe.
La storia stessa, nel suo complesso, non convince, per una serie di fattori.
Nella pellicola, durante l’evoluzione narrativa dello script scritto di Damian McCarthy (che del film è anche regista), accadono una serie di coincidenze che sembrano spingere le tue aspettative tematiche e narrative in una certa – specifica – direzione…. e così poi, straordinariamente, è.
Non parlo di poteri predittivi dello spettatore, quanto più che la storia va esattamente come il minimo comune denominatore narrativo di alcuni film horror vuole: quando serve una mano improvvisamente arriva una persona in grado di aiutare, o una specifica cosa o meccanismo si attiva “per magia” esattamente un momento prima del pericolo. Non credo servano altri esempi, no?
Tutto quello che caratterizza Hokum
Ohm, il protagonista, interpretato da Adam Scott, è un personaggio all’apparenza arrogante, che però qui e lì riesce a manifestare battute che, seppur molto semplici, aiutano a caratterizzarlo e a darci piccolissimi indizi sulla sua storia passata. La parte più interessante di Hokum a livello di narrazione è proprio la backstory del protagonista, anche se, come il canovaccio narrativo che citavo prima, un po’ si può intuire dopo qualche scambio e, come il resto del film, non è poi così profonda o originale.

Mantenendo il focus sul protagonista, confesso che è purtroppo vittima di una sorta di duplicità che è ingiusto ritrovarsi davanti, quando scegli un protagonista “poco comune” e apparentemente carismatico.
Nei momenti di pericolo, infatti, il nostro Ohm scorda ogni barlume di senso di sopravvivenza o logica, e si adatta al ruolo di protagonista di film horror: nei momenti di pericolo piuttosto di allontanarsi da esso, ci si avvicina; la sua grande mente sembra vietargli la capacità di ragionare; non si fa molte domande appena accade qualcosa di paranormale di fronte ai suoi occhi; a molto dell’inspiegabile che gli si manifesta davanti reagisce rimanendo il più delle volte completamente zitto, e soprattutto non affronta la cosa nemmeno in post, quasi come se non fosse in fondo davvero accaduto nulla.
Non è una novità, lo so, che all’interno dei film horror manchi la logica, in molti momenti, ma è vero anche che in Hokum ci sono varie situazioni dove il tutto è proprio… esagerato: il risultato a volte è di pessimo impatto, con uno spettatore medio che si ritrova a chiedersi come mai una soluzione tanto semplice e tanto efficace ai suoi occhi, non sia nemmeno lontanamente disponibile o arrivabile da un protagonista così, sulla carta, perspicace e creativo.
Locus pocus
Il film si svolge principalmente all’interno dell’hotel dove alloggia Ohm, e in parte anche in un bosco limitrofo. Tra le varie location faremo la conoscenza di personaggi secondari, anche in questo caso molto semplici ma che fanno il loro minimo indispensabile.
L’atmosfera non stanca, e straordinariamente non si sente il peso di vedere sempre la stessa location di nuovo e di nuovo, anche se, nell’atto pratico, le aree mostrate all’interno della pellicola sono sempre le stesse. È una scelta opinata e funzionale, quella di non bombardarci di luoghi che non hanno senso, o a livello strutturale, o a livello tematico.
Per quanto riguarda la fotografia, non posso dire che Hokum deluda. Colm Hogan (direttore della fotografia anche in “Oddity”, la pellicola precedente del regista Damian McCarthy), non fa nulla di così speciale da far rimanere a bocca aperta, ma luci, inquadrature, colori e luoghi, fanno esattamente il loro lavoro.
In sostanza, il problema principale che ho riscontrato nell’ultima opera di Damian McCarthy è quello di un prodotto dalla storia semplice, che in diversi momenti si ritrova a demolire gli ostacoli di fronte al protagonista grazie a dei ex machina troppo solidificati nel genere, il tutto condito da jumpscare che potranno essere efficaci per alcuni, ma che per i più “scafati”, cadranno brutalmente a terra di faccia.
Per ricollegarmi alla primissima frase di questo articolo, Hokum è riuscito a fare qualcosa che raramente mi è capitato prima d’ora: farmi passare la voglia di continuare a vederlo man mano che la pellicola proseguiva. Premetto che, un po’ per professione un po’ per atteggiamento, sono un redattore che giudica un prodotto solo ai titoli di coda: si impara presto, infatti, che in molte opere un dettaglio finale può arrivare anche a stravolgere il pensiero totale sull’opera.
Ricordo, per esempio, “Oppenheimer” di Christopher Nolan: il film mi aveva già di per sé soddisfatto, ma arrivato al discorso finale, improvvisamente la mia visione complessiva del “biopic” ne é risultata di molto migliorata, tanto da arrivare a considerarlo un film che mi ha lasciato senza parole.
Nel caso di Hokum, qualcosa sul finale c’è, ma sono ancora incerto se questo twist finale sia una vera bomba, o l’ennessima cosa insensata che il film ha deciso di manifestare a schermo.
Hokum – Conclusioni
Entrato in sala con zero aspettative, Hokum è riuscito comunque a deludermi, andando sotto le già bassissime pretese che avevo. La definizione corretta per Hokum è quella di un film che prova a mescolare tanti elementi, finendo per perdere il controllo della situazione – quasi quanto il suo protagonista – e soprattutto lasciano le redini del focus sugli elementi apparentemente più importanti della pellicola, ossia la storia e l’horror. Se ad ora volessi o dovessi consigliare a qualcuno di andare a vedere Hokum, non saprei onestamente dargli una motivazione realmente valida.

Non mi ha comunicato proprio nulla
Pro
- Fotografia decente
- Personaggi secondari e luoghi giusti
Contro
- Storia raccontata semplicemente
- Poco pauroso
- Il miracolo è quasi sempre presente
- Si perde su molte scene