Kejora Recensione
La genesi di Kejora si configura come una parabola emblematica, quasi solenne, nel panorama contemporaneo dello sviluppo indipendente, offrendo una testimonianza preziosa di come la determinazione creativa possa mutare forma senza perdere la propria anima originaria.
Nato dai primordiali e fecondi prototipi del 2020 come un frenetico run-and-gun a scorrimento laterale, un esplicito tributo estetico e cinetico a opere dal tratto marcato e vibrante come Cuphead, ancora oggi rintracciabile nei documenti d’archivio dello studio, il progetto ha subito una metamorfosi profonda e coraggiosa tra le fila di Berangin Creative.
Questo studio indonesiano, germogliato inizialmente dal sodalizio di soli tre sviluppatori, ha saputo col tempo attirare attorno a sé un’autentica bottega d’arte digitale composta da oltre una dozzina di professionisti: tra game designer, artisti del pennello, animatori legati alla tradizione e narratori, tutti accomunati dal culto per l’illustrazione bidimensionale e per quella tecnica d’animazione frame-by-frame che richiede una pazienza quasi monastica.
Attraverso innumerevoli iterazioni e il costante, talvolta febbrile, dialogo con la comunità globale durante vetrine di prestigio quali lo Steam Next Fest, l’opera ha progressivamente ripudiato la propria natura ludica muscolare per abbracciare la fisionomia più intima, complessa e riflessiva di un puzzle platformer 2D dall’alto lirismo narrativo, dove l’azione non è più il fine, bensì il mezzo attraverso cui veicolare un messaggio più profondo.
High Hopes

Al centro di questo affresco onirico si muove la giovane Kejora, affiancata dai fedeli compagni Guntur e Jaka, un sodalizio infantile la cui purezza funge da contrappunto a un mistero antico e inquietante: un villaggio prigioniero di un’anomalia temporale, un loop eterno che sembra sospendere la vita stessa in un limbo d’incertezza, rinchiudendola in una gabbia che, per quanto dorata, è pur sempre una prigione dell’anima, dove il tempo non è più fluire, ma un’immutabile condanna al ricordo.
Il racconto si snoda attraverso scenari interamente miniati a mano, capaci di evocare le suggestioni folcloristiche del Sud-est asiatico e di trasformare ogni singolo fotogramma in un atto di contemplazione visiva che trae forza da una palette cromatica inizialmente calda e rassicurante.
Sebbene l’incipit si presenti con le tinte pastello e i ritmi dilatati dello slice of life, indugiando con tenerezza sulla quotidianità di un gruppo di amici legati da una spontaneità commovente, il racconto vira velocemente verso lidi più cupi e soprannaturali, esplorando dualismi universali quali la collisione tra la cinica freddezza del mondo adulto e l’incontaminata curiosità dell’infanzia, o ancora la dialettica tra la chiusura esistenziale derivante dalla delusione e la brama di scoperta tipica di chi deve ancora decodificare l’universo circostante.
Tuttavia, nonostante il potenziale evocativo dei temi trattati, la narrazione scivola in una eccessiva linearità e superficialità che ne depotenzia ogni possibile afflato filosofico, riducendo i conflitti psicologici a una serie di cliché fin troppo ancorati ai canoni più banali della fiaba tradizionale. Questo approccio didascalico lascia nel fruitore più esigente un senso di vuoto, poiché la trama non riesce mai a graffiare la superficie o a offrire sfumature inedite, rivelandosi, in ultima analisi, un intreccio prevedibile che fallisce nel dare reale spessore alla malinconia che pure l’estetica del titolo vorrebbe suggerire.
In un genere in cui la trama funge sovente da mero pretesto per giustificare le meccaniche di salto e interazione, Kejora eleva invece il racconto a fulcro gravitazionale dell’intera esperienza, dimostrando ambizioni autoriali che, sebbene meritevoli di sincero elogio, si scontrano occasionalmente con una gestione del ritmo non sempre impeccabile.
La verbosità di alcuni dialoghi, unita a una certa rigidità di design che costringe il giocatore a rileggere pedissequamente lunghi segmenti testuali in caso di errore o morte accidentale, genera un attrito superfluo che appesantisce il fluire dell’avventura, trasformando i momenti di apprendimento in fasi di stasi forzata a causa dell’impossibilità di saltare sequenze narrative già ampiamente assimilate.
Time

Dal punto di vista prettamente ludico, la sinergia tra i tre protagonisti rappresenta il perno fondamentale su cui ruotano enigmi generalmente accessibili e pensati per non alienare il giocatore con una difficoltà punitiva, sfruttando le abilità specifiche di ciascuno: la forza bruta di Guntur nel manipolare l’ambiente e spostare gravosi ostacoli, l’agilità di Jaka capace di fungere da appoggio fisico per slanciare i compagni, e l’intuito della stessa Kejora per raggiungere vette altrimenti inaccessibili.
Purtroppo, questa impalcatura meccanica, pur solida nelle premesse, non gode di una reale evoluzione o di un potenziamento dei poteri nel corso delle circa sei ore necessarie al completamento dell’avventura; i personaggi rimangono ancorati alle medesime capacità dal prologo all’epilogo, rendendo la progressione ludica talvolta statica e viziata da una richiesta di precisione millimetrica nel posizionamento, un rigore “pixel perfect” che spesso stride violentemente con la natura contemplativa e rilassata del titolo, portando a errori di difficile interpretazione che possono sfociare in momenti di blocco involontario.
A queste ombre si aggiungono alcune criticità tecniche di natura intermittente, riscontrate con una frequenza non trascurabile, come l’improvviso mancato feedback di alcuni comandi o il blocco di determinati tasti che obbliga inevitabilmente al riavvio della schermata corrente; e sebbene il solerte sistema di salvataggio automatico ad ogni stanza ne limiti i danni strutturali, la loro presenza tradisce una rifinitura ancora acerba che le future patch correttive dovranno necessariamente levigare per non compromettere il godimento di una storia così sentita.
Nonostante una pubblicazione deliberatamente posticipata al gennaio 2026, frutto di una ponderata e quasi timorosa strategia commerciale volta a sfuggire all’ombra titanica e monopolizzante di Hollow Knight: Silksong per garantire all’opera la visibilità che il team ritiene meritevole, Kejora si conferma in definitiva un’esperienza che predilige l’estetica e l’emozione alla sfida pura e alla complessità sistemica.
Le sue ispirazioni dichiarate, che spaziano dalle suggestioni dell’animazione giapponese al tono malinconico e struggente di Valiant Hearts, si fondono in un mosaico di rara bellezza formale che rievoca lo stile del recente e nostrano Bye Sweet Carole; il tutto è sostenuto da una colonna sonora minimalista e contemplativa, capace di accompagnare il giocatore senza mai sovrastarlo.
Tale equilibrio estetico si scontra tuttavia con un prezzo di lancio che potrebbe apparire poco proporzionato. Questo divario emerge chiaramente a fronte della brevità dell’esperienza, di una narrazione talvolta troppo timida e di una rifinitura tecnica ancora claudicante, specialmente se il titolo viene paragonato a produzioni maggiormente riuscite e centrate quali A Space for the Unbound o il già citato Valiant Hearts.
L’offerta complessiva non permette infatti a tutte le brillanti intuizioni del team di Berangin Creative di fiorire con la dovuta incisività, lasciando l’amaro in bocca per ciò che questo viaggio avrebbe potuto essere con una maggiore cura nella varietà delle meccaniche e nella fluidità dei sistemi tecnici.

Conclusione: Kejora
In conclusione, Kejora si rivela un’opera fascinosa, una buona prova d’artigianato digitale che brilla per la sua veste estetica e per il coraggio di una metamorfosi creativa non scontata.
Tuttavia, la perizia tecnica profusa nelle animazioni frame-by-frame non trova un corrispettivo altrettanto solido nel tessuto interattivo e narrativo, lasciando che il titolo rimanga sospeso in quel limbo di incertezza che esso stesso prova a raccontare. Il gioco di Berangin Creative è un viaggio che merita di essere intrapreso da chiunque sappia anteporre la contemplazione dell’immagine alla complessità del sistema, ma che richiede una certa indulgenza nei confronti di una narrazione talvolta troppo timida e di una rifinitura tecnica ancora claudicante.
È un titolo che scalda il cuore con i suoi colori, ma che non riesce a incidere profondamente l’anima a causa della sua natura eccessivamente lineare e di una struttura ludica che fatica a evolversi. Per queste ragioni, pur restando un’esperienza dotata di una dignità autoriale lodevole, Kejora si ferma sulla soglia dell’eccellenza.
Kejora è un incantevole mosaico visivo che cattura il cuore con l'estetica, ma ne delude le aspettative con una struttura ludica e narrativa ancora troppo acerba e prigioniera della propria linearità.
Pro
- Atmosfera evocativa
- Impianto visivo bidimensionale di pregio
- Ambizione narrativa in un genere che ne è (quasi) del tutto privo
Contro
- Sviluppo narrativo deludente e superficiale
- Ruvidità tecnica e bug
- Ripetività di gameplay