Lovish – Recensione

Recensito su Steam

Editoria & Trasparenza

Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.

Matt Kap non è certo un nome nuovo per chi mastica pane e pixel: dopo aver ridefinito il concetto di tributo retrò con il cult Castle in the Darkness e aver perfezionato la formula dei metroidvania con il meraviglioso Astalon: Tears of the Earth, il designer canadese torna sulla scena nel 2026 con Lovish, un progetto che distilla decenni di amore per il gaming in un’esperienza concentrata, brutale e imprevedibile.

Lovish si rivela essere una delle sorprese più folgoranti di questo inizio anno, confermando il talento cristallino di Kap nel manipolare la nostalgia videoludica per trasformarla in un’esperienza frenetica e profondamente moderna.

Questa nuova fatica nasce sotto l’egida di LABS Works e pubblicata da Dangen Entertainment, un team fondato ufficialmente nel 2018 dalla volontà di Kap di circondarsi di collaboratori fidati per spingere la propria visione creativa oltre i limiti della produzione solista.

Nonostante il nome suggerisca una struttura imponente, lo studio opera come una realtà internazionale e distribuita che ruota attorno al nucleo creativo di Kap in Canada e alla programmazione del francese Jon Lepage.

Questa sinergia permette di coinvolgere talenti esterni di prestigio, come il celebre mangaka Ryusuke Mita, il cui tocco artistico ha definito l’immaginario visivo di titoli come Astalon e lo stesso Lovish.

La filosofia dello studio è racchiusa nel nome stesso, che evoca un laboratorio dedito alla sperimentazione costante con l’obiettivo di distillare l’essenza dei classici a 8 e 16-bit. Il risultato è un’opera che fonde un’estetica nostalgica con un game design spietato, ma sempre rigorosamente onesto nei confronti del giocatore.

Lovish
Se non cogliete l’evidente riferimento ad una saga fatta di draghi e bolle magiche il problema è vostro.

Rispetto ai titoli passati, quest’opera segna una netta e coraggiosa linea di demarcazione, distanziandosi dalla progressione classica dei metroidvania. In Lovish, il giocatore non deve gestire vite infinite o checkpoint generosi, ma dispone di una singola vita complessiva supportata da una riserva di 200 cuori iniziali.

Questo contatore diventa l’unica barriera tra la gloria e il game over definitivo, e può essere incrementato in modi bizzarri: mangiando durante le folli cutscene/qte di fine livello, completando minigame casuali o raccogliendo i rari cuori droppati dai mostri sconfitti. Tuttavia, questa scorta non deve indurre a una falsa sicurezza; Lovish resta un platform di precisione spietato, basato su salti al millimetro e una reattività nervosa.

A proposito delle cutscene, le scenette di fine livello rappresentano forse l’apice della bizzarria e dell’umorismo scorretto che permeano l’intera opera, trasformando il classico momento di riposo post-vittoria in un frenetico e ansiogeno minigioco di riflessi. Una volta varcata l’uscita, il giocatore viene proiettato in una serie di Quick Time Event imprevedibili e grotteschi che vedono Sir Solomon impegnato in abbuffate pantagrueliche o in atti di meschinità ai danni dei suoi alleati.

La riuscita di queste sequenze non ha una valenza puramente estetica, poiché costituisce il meccanismo principale per rigenerare la scorta dei cuori o per accumulare monete, rendendo ogni tasto premuto correttamente una vitale boccata d’ossigeno per la sopravvivenza della run.

Tuttavia, si tratta di un’arma a doppio taglio: la stessa frenesia che permette di rimpinguare le risorse può trasformarsi in un boomerang, dato che un errore nei riflessi può portare a perdere cuori e soldi con la medesima, spietata facilità.

Esistono centinaia di varianti di queste scene, ognuna caratterizzata da un ritmo diverso e da animazioni che spaziano dal citazionismo nostalgico alla demenzialità pura, costringendo il giocatore a non abbassare mai la guardia nemmeno quando il pericolo sembra scampato, anche gli effetti e le situazioni sono le più svariate, pensate che sono presenti anche dei combattimenti in stile JRPG.

Questo meccanismo rompe deliberatamente la tensione dei livelli platformer per sostituirla con una scarica di adrenalina supplementare, dove l’avidità di Solomon e la necessità di accumulare salute si fondono in un siparietto interattivo che premia la reattività e punisce severamente la distrazione, trasformando il banchetto del protagonista nell’ennesima prova di nervi per chi impugna il controller.

Lovish
Qualcuno ha detto Castlevania o sono io che sento le voci?

I livelli sono brevissimi, progettati per essere terminati in una manciata di secondi (spesso meno di trenta), ma ogni schermata è un concentrato di pericoli che richiede una pianificazione meticolosa e una memoria ferrea.

Non ci sono sconti: la regola aurea della morte con un singolo colpo trasforma ogni ostacolo in una danza coreografata dove ogni frame conta.

La gestione della propria salute residua diventa così una sfida psicologica tanto quanto atletica, trasformando l’intera scalata in un tesissimo atto di equilibrismo.

Il cuore pulsante della sfida risiede nel sistema delle tre corone presenti in ogni stanza. La Corona del Tempo richiede di raggiungere l’uscita entro un limite cronometrico serrato, premiando la velocità pura. Quella del Segreto spinge all’esplorazione meticolosa per scovare oggetti nascosti tra pareti illusorie.

Infine, la Corona della Pace impone di superare la prova senza uccidere alcun nemico, trasformando il gioco in un puzzle stealth di rara intensità. Questi non sono semplici collezionabili: servono per aprire le Porte delle Corone, accedere a stanze segrete e sbloccare alleati fondamentali come Mort, un mietitore capace di combattere al nostro posto durante i boss.

Questo sistema agisce come una spada di Damocle: se per una stanza standard il sacrificio di qualche cuore è accettabile, la caccia alle corone trasforma Lovish in un’esperienza d’azzardo puro. Il giocatore deve decidere in una frazione di secondo se rischiare l’integrità della run per un collezionabile o se ripiegare su una strategia conservativa.

Il paradosso è che più si accumulano cuori, più aumenta la paura di perdere tutto per una distrazione, rendendo i livelli avanzati un vero esercizio di nervi d’acciaio. La difficoltà sale in modo inesorabile, e sebbene non si raggiungano i picchi punitivi di Celeste o di Super Meat Boy, dovrete sudare ogni singolo centimetro, supportati solo dagli oggetti venduti dalle sorelle Purin e Sara per mitigare la sfida.

Un dettaglio fondamentale che definisce la spietatezza di Lovish è la gestione del fallimento: esaurire l’intera scorta dei 200 cuori non significa semplicemente ricaricare un salvataggio, ma affrontare il baratro del Game Over definitivo (in realtà non è sempre così, ma non voglio rovinarvi la sorpresa).

Questa natura roguelite trasforma ogni errore in una ferita profonda alla progressione complessiva, rendendo le visite ai negozi delle sorelle Purin e Sara non un lusso, ma una necessità vitale.

Qui il commercio si fa strategico: non si acquistano solo vite extra, ma abilità capaci di riscrivere le regole del gioco, come lo scatto aereo o l’attacco pogo, indispensabili per navigare nei livelli avanzati dove il level design si fa quasi sadico.

La scelta di cosa acquistare e quando farlo aggiunge uno strato di profondità gestionale che bilancia l’immediatezza dei riflessi, rendendo la scalata di Solomon un’impresa di logoramento e pianificazione.

Lovish
I minigiochi sono tanti e tutti divertenti. Ovviamente non poteva mancare un riferimento a Vampire Survivors.

Crazy on you

Lovish è una mastodontica enciclopedia interattiva capace di mutare genere improvvisamente attraverso portali annidati che spaziano da dungeon in stile Zelda a frenetiche arene “bullet heaven” alla Vampire Survivors.

Il tutto è impreziosito da una quantità folle di citazioni che spaziano da Bubble Bobble a Ghouls ‘n Ghosts, passando per Castlevania e persino Braid.

Dal punto di vista estetico, è un trionfo della pixel art “neoclassica”, capace di fondere il rigore degli 8-bit con una fluidità di animazione moderna.

Ogni stanza è un diorama disegnato a mano che sprizza personalità, dove la pulizia visiva permette di distinguere istantaneamente pericoli e collezionabili in un caos cromatico stimolante.

Il tutto è accompagnato da una colonna sonora chiptune che martella un ritmo incessante, ricordando le melodie più orecchiabili dei classici Final Fantasy.

Volendo cercare il proverbiale pelo nell’uovo, si incontrano alcune ingenuità tecniche. L’impossibilità di tornare alla mappa dai livelli senza completarli e la mancanza di un indicatore di cuori residui nella schermata di retry sono sbavature che pesano sull’esperienza utente.

Ho riscontrato anche bug fastidiosi, come nella bossfight contro l’uccello gigante dove l’attacco si bloccava inspiegabilmente, e una sensazione occasionale di input lag sui salti che può generare frustrazione. Sono tuttavia piccole macchie in un quadro d’eccellenza.

Sconfiggere il boss finale è solo un’illusione: il vero completamento richiede di scovare glitch intenzionali e stanze segrete, trasformando Lovish in una decostruzione metalinguistica del genere indie. In sintesi, i pregi risiedono in una direzione artistica sublime, una varietà di situazioni che non annoia mai e un sistema di rischio/ricompensa geniale.

I difetti si limitano a una gestione dei menu migliorabile e a qualche incertezza tecnica. Resta un gioiellino imperdibile, una vera lettera d’amore a un periodo storico lontanissimo che, grazie a Matt Kap, dimostra di avere ancora moltissimo fascino da vendere.

La mappa di gioco ci mostra le informazioni più importanti. In alto a destra il numero delle corone raccolte, ne avevo ancora parecchia di strada da fare.

Lovish: Il Verdetto

In definitiva, Lovish è un esperimento coraggioso che riesce nell’impresa di rendere fresco un genere ormai saturo. È un titolo che premia la dedizione e punisce la fretta, ma che sa anche regalare una soddisfazione immensa a ogni corona conquistata.

Sebbene qualche imperfezione tecnica ne sporchi leggermente il mantello, l’opera di Matt Kap si impone come un acquisto obbligato per chiunque cerchi una sfida di alto livello racchiusa in una confezione estetica deliziosamente retrò.

Non è solo un gioco, ma una prova di nervi dedicata a chi non ha paura di perdere il cuore (e l’anima) tra i corridoi di un castello maledetto.

8.5
Action brutale dal cuore noir: un cult immediato. Perderete l'anima (e il fegato) ridendo a crepapelle

Pro

  • Varietà Incredibile
  • Protagonista unico
  • Grafica e sonoro retrò irresistibili!

Contro

  • Sbavature tecniche
  • Interfaccia utente e gestione dei menu rivedibile
Vai alla scheda di Lovish
Ti è piaciuto quello che hai letto? Vuoi mettere le mani su giochi in anteprima, partecipare a eventi esclusivi e scrivere su quello che ti appassiona? Unisciti al nostro staff! Clicca qui per venire a far parte della nostra squadra!

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento