Pro Evolution Soccer 2015

Prima o poi l’anno della palla al centro dovrà pur arrivare e la dicotomia PES – Fifa dovrà tornare a infiammare il mercato videoludico: lo strapotere del prodotto figlio di Electronic Arts va avanti oramai dal 2007, quando Pro Evolution decise di deporre le armi e fermare all’anno precedente la propria crescita e il proprio successo. Questo, dalle prime prove di quest’anno, sembrava potesse essere l’anno decisivo, quello di un cenno da parte di Konami.

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Pro Evolution Soccer in questo 2015 ha espresso un concetto chiaro e preciso: l’intenzione è tornare al passato, riprendere i canoni vincenti che hanno consegnato al pubblico e al mercato videoludico un’esperienza che per anni è stata al top, che per diverse edizioni è riuscita a surclassare Fifa, pronto a emergere soltanto nell’ultimo lustro con certezza e con concretezza. Il ritorno sui propri passi significa ridonare velocità di gioco, ritrovare la frenetica evoluzione della gara, dell’esperienza videoludica, che vada contro quelle stucchevoli situazioni che Fifa ha voluto abbracciare nella sua ultima edizione: vedere i rallentamenti causati dal recupero della palla dalla rimessa laterale o la preparazione per un calcio di rigore. Elementi realistici, tangibili, ma che non fanno altro che annullare quella che dovrebbe essere la velocità di esecuzione di un titolo che offre una simulazione sportiva e anche un’importante componente di competizione nel multiplayer, che sia online o che sia offline. Per poter avere la giusta frenesia nei movimenti è richiesta un’ottima gestione del Fox Engine, che permette la gestione di una fisicità ad alti livelli: il giocatore più pesante si muoverà difficilmente se attaccato alle spalle – vedere Stefano Okaka nella Sampdoria, per un esempio reale – così come l’ala più gracile, ma più veloce riuscirà a recuperare terreno qualora il primo attacco dovesse essere andato male dinanzi a un gigante. Per far sì che ci sia sempre più interazione sotto quest’aspetto è stato dato ai tasti dorsali l’importante compito di difendere la palla: accade anche in Fifa, ma stavolta l’aspetto è molto più fisico, la variante offerta è sicuramente più pregnante, perché una spallata può realmente spingere l’avversario a terra, così come sarà possibile frapporsi tra la palla e l’attaccante per evitare di perderne il controllo. La dinamica di gioco ne beneficia, perché la IA riesce a leggere bene la situazione e riesce a offrire anche situazioni complesse, quali il pressing asfissiante e anche il ritrovarsi circondato da più giocatori, pronti a trascinare a terra il centravanti difficile da atterrare: l’esempio che più riesce a offrirci una realtà della cosa è sempre relegato in Stefano Okaka.

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È indubbio però che Pro Evolution Soccer 2015 anche quest’anno pecchi nelle licenze. Il titolo presenta delle imperfezioni che possono sì essere figlie di una mancanza di diritti, ma arrivano anche da imprecisioni che non sono concepibili: basti pensare, ad esempio, alla presenza dello stadio San Siro e dello stadio Giuseppe Meazza, che secondo Konami rappresentano due diverse realtà di impiantistica, ma che nel realismo quotidiano sono esattamente lo stesso impianto. La Premier League ancora una volta soffre una lacuna importante, così come la Bundesliga, per non parlare della Serie B che in sostituzione della Pro Vercelli trova la Prevencula, senza dimenticare la Spremonese o il Pecchiora: i giocatori all’interno sono reali, ma indubbiamente i nomi delle società sono da mani nei capelli. Per quanto quindi Konami sia riuscita a ribadire la presenza della Europa League, della Champions League, della Copa Libertadores, della Champions d’Asia, non siamo ancora pronti a dire che il lavoro svolto è piacevole o interessante: non sarà una licenza della CL, insomma, a farci dimenticare che è tutto troppo approssimativo, ancora. Di rimando, però, la realizzazione delle maglie su licenza – vedere il Manchester United – è lodevole, così come il lavoro effettuato sugli spalti e sugli stadi che è stato possibile gestire: facciamo riferimento, ad esempio, al West Ham. Per quanto riguarda, infine, i volti dei giocatori non siamo molto convinti del lavoro effettuato, salvo alcuni di essi: si è deciso di non operare in maniera omogenea, portando alcune squadre ad avere dei volti poco reali e poco vicini alla realtà dei fatti, mentre altri giocatori, ovviamente i top player, possono offrire un dettaglio anche superiore a Fifa. Troppa disparità.

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Quest’anno PES si è anche arricchita del commento tecnico di Massimo Caressa e Luca Marchegiani, che hanno lasciato il palcoscenico di Fifa, ceduto a Pierluigi Pardo e Stefano Nava. La scelta non è stata sicuramente positiva, in prima analisi perché Caressa non gode più della stima che aveva raccolto negli anni passati, in secondo luogo perché la campionatura delle frasi offerte non è assolutamente variegata, anzi è molto limitata, causando un effetto ripetizione che stanca quasi immediatamente. L’obiettivo di cercare di dare una ventata di novità e di freschezza non è stato raggiunto né soddisfatto.

PES 2015 ha compiuto un percorso notevole nel migliorarsi sin dalle prime prove della Gamescom: già in Germania, però, le aspettative erano alte, perché c’era la possibilità di compiere un buon lavoro e di andare a colmare le lacune offerte da un Fifa non del tutto convincente quest’anno. Durante il percorso, però, qualcosa non ha funzionato, in particolar modo a causa delle licenze di cui sopra. Indubbiamente, però, è da lodare il lavoro svolto per l’intelligenza artificiale, per l’offerta tattica, per le soluzioni di gameplay proposte, che in alcuni momenti soddisfano anche più di Fifa, per rapidità e per immediatezza. Sicuramente quest’anno PES ha l’onere e l’onore di poter riaccendere un dibattito che mancava da qualche anno, su chi fosse realmente il migliore nel settore, nel genere: se da qui si decide di ripartire è un’ottima decisione, ma l’anno prossimo serve un investimento migliore, serve un prodotto con più licenze e con maggiori possibilità. Se dobbiamo giocare la Serie B italiana vogliamo farlo con la Pro Vercelli, l’Avellino e il Carpi. Non con la Prevencula.

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