“Il testamento di Ann Lee“ – Recensione
Un bio-pic a sfondo religioso che si trasforma in musical degli eccessi.
Ann Lee, nata a Manchester nel 1736 in una famiglia poverissima di operai tessili, vive un’infanzia segnata da un rapporto profondamente traumatico con il corpo e la sessualità e da una fede che comincia a ossessionarla sempre più. Dopo un matrimonio infelice e la tragica perdita di quattro figli, tutti morti prima di compiere un anno di età, la protagonista di Il testamento di Ann Lee si convince di come i rapporti carnali siano alla radice del peccato. In seguito a una visione mistica arriva a credere di essere la seconda incarnazione di Cristo, questa volta in forma femminile.
È per lei l’inizio di una missione: Ann si unisce ai cosiddetti Shakers, i “Quaccheri Tremolanti”, una setta religiosa che pratica il culto attraverso balli, urla e canti collettivi dove il corpo diventa veicolo di estasi divina, diventandone la guida spirituale. Ma nell’Inghilterra del Settecento il dissenso religioso rischia di attirare non poche critiche, spingendo lei e i suoi seguaci a tentare una nuova vita Oltreoceano.
Le vie del biopic
Non è nuova ai drammi in costume la regista Mona Fastwold, che già col suo precedente lavoro ci aveva accompagnato indietro nel tempo. Se il dramma queer in costume Il mondo che verrà (2020) era ambientato nel 1856, qui andiamo ancora più indietro, a metà del diciottesimo secolo, con un film che ha fatto molto discutere sin dalla sua presentazione all’ultimo Festival del Cinema di Venezia.
Scritto a quattro mani insieme al collega e compagno Brady Corbet, autore del pluripremiato The Brutalist (2024), il film appare infatti come un’operazione senza dubbio interessante ma parimente pretenziosa, che si affida alla performance totalizzante di Amanda Seyfried per coprire le lacune di una narrazione sin troppo convulsa e sconclusionata.

Il tutto accompagnato dall’onnipresente musica di Daniel Blumberg, basatosi sugli inni originali della setta poi trasformati in qualcosa di sperimentale: canti primitivi, ritmi spezzati, suoni gutturali, quasi come una sorta di gospel selvaggio di difficile presa. Le coreografie hanno tradotto il tutto in una serie di movenze in bilico tra liberazione sessuale e trance collettiva, scadendo però di sovente nel ridicolo involontario.
Canta che ti passa?
Ann rimane una figura mitica, poco esplorata nel suo privato ma canonizzata come un simbolo, non soltanto puramente religioso ma anche di emancipazione femminile contro il patriarcato, all’insegna del girl power contemporaneo qua forzatamente adattato in un contesto d’epoca. Una scelta discutibile che finisce per lasciare inesplorati diversi spunti in favore di un affresco tanto barocco quanto inutilmente ridonante, che si trascina per oltre due ore all’insegna di una sfiancante monotonia prendente via via il sopravvento.

L’arco narrativo va avanti nel corso degli anni, anche se il trucco non rende credibile l’invecchiamento di una protagonista che diventa sempre più schiava del suo credo, trovando sia adepti sempre nuovi che avversari potenzialmente insidiosi, con il dualismo tra fede e ragione che non viene mai affrontato con cognizione di causa, ma sempre con una visione schierata che non accetta repliche. Ciò che sulla carta si prefiggeva come un musical dall’indole catartica è diventato così un’occasione mancata, soffocato dalle sue stesse, celestiali, ambizioni.
Il testamento di Ann Lee Recensione – Conclusione
Costruire il paradiso in terra richiede sacrifici enormi, ma anche il pubblico deve faticare non poco per arrivare al cuore e al significato de Il testamento di Ann Lee, che si perde nelle sue gratuite ridondanze e in un approccio che mescola sacro e profano, trasformando la divina missione della protagonista in un musical zoppicante e convulso, come le sue esagitate coreografie.
Amanda Seyfried è la nota più positiva, esuberante e tormentata, di un film che si smarrisce nelle sue sperimentazioni fine a se stesse, sprecando un materiale narrativo pur denso e carico di spunti – la vera storia della “santa” aveva molto più da dire – in una messa in scena inutilmente estatica, dove l’estetica annulla la sostanza in favore di messaggi ambigui e soluzioni eccessive, che non vanno da nessuna parte in un caos di canti e lamenti.
Un bio-pic musicale sul fanatismo religioso del Settecento.
Pro
- Amanda Seyfried è intensa e fuori controllo.
Contro
- Anima musical gratuita e poco ispirata.
- Coreografie che scadono nel ridicolo involontario.
- La narrazione è sacrificata a un'estetica discutibile.