“Città d’Asfalto” – Recensione Bluray

Un dramma fin troppo onirico fra sirene, vittime e soccorritori

Editoria & Trasparenza

Copia retail (fisica) fornita gratuitamente dal produttore/editore.

Ti è mai capitato di guardare un film e capirne il senso solo alla fine? È ironicamente quello che mi è capitato con “Città d’Asfalto” è esattamente quel tipo di film. Non ti spoilero da subito il suo intento narrativo, ma te lo lascio indovinare e te lo rivelero alla fine della recensione di questo blu-ray.

Come sempre, grazie a Plaion per la possibilità di ricevere e recensire questi titoli che altrimenti, in un certo senso, non conoscerei.

“Città d’Asfalto” – Recensione Bluray

L’inizio ha la strana capacità di dettare, ma senza che tu lo sappia, il tono dell’intera pellicola. Conosciamo il personaggio di Cross (Tye Sheridan), in mezzo ad un turno in ambulanza, e tutto è… onirico, a dir poco. Il caos è immediato, come ci si aspetta da un turno di notte in ambulanza a Manhattan: qui siamo nella mente di Cross, tra rumori, urla, e il suono del proprio respiro nelle orecchie mentre stai solo cercando di non farti prendere dal panico.

“Città d’Asfalto” piazza Cross quasi in una barella psicologica: il movimento dell’ambulanza, le luci rosse e blu sparate in faccia; solo il silenzio contraddistingue lui da qualcuno sulla barella. Con il senno di poi, apprezzo il parallelismo che sceneggiatura e regia qui compiono, visivamente, nel – quasi – confondere chi è la vittima e chi il “salvatore”.

I tagli sono rapidissimi, serrati, con una camera a mano che non sa dove guardare perché in quelle situazioni nemmeno tu sai bene dove poggiare lo sguardo. La location aiuta tantissimo a rendere ancora più incomprensibile ma quotidiano il tutto: “Città d’Asfalto” non può non ricordare i momenti migliori di ER, in questi primi frame.

Se quello era più concentrato sui dottori, qui è il primo paziente di Cross a offrire una strana chiave di lettura: nel dare il benvenuto alla morte, c’è una pace reale, dettata da un sottofondo di musica classica particolarmente incisivo dopo il caos acustico delle prime scene.

Sembra vedersi un’evidenziazione che ha senso, con il senno di poi: un parallelismo fra chi in ambulanza ci lavora e chi ne ha bisogno, dei soccorsi. Il rilascio dalla sofferenza della vita è una via di fuga per il membro di gang sfortunato che si è preso una pallottola nel punto sbagliato al momento sbagliato, ma in cosa trovano pace i soccorritori, se nemmeno il sapere di salvare vite – o almeno far loro compagnia mentre spirano – regala la pace nella loro mente e nel loro cuore?

Un altro spunto interessante è dato dal sottotesto di sacralità, un sacro di pura natura religiosa con il quale il protagonista ha un qualche tipo di rapporto, di quasi sudditanza. Molto del caos emotivo e visivo si placa, per un attimo, con i turni che Cross fa con Rut, il personaggio di Sean Penn.

Qui si torna alla voglia di realismo – e alla capacità di metterlo a schermo, con parti che richiamano alcuni momenti dell’ER di nostalgica memoria -, un realismo che, lo confesso dall’alto dei miei 7 anni di volontariato in croce rossa, è perfettamente centrato, soprattutto nella difficoltà di molti dei pazienti con cui ti ritrovi ad avere a che fare nei turni di notte.

In una particolare scena in una macelleria halal, un nuovo concetto tematico viene introdotto: è più l’editing di per sé, che la sceneggiatura, a intimare questo accenno narrativo, ma “Città d’Asfalto” sembra volerci mostrare che il mondo vada avanti a prescindere dalle emergenze, dalle vittime, dai soccorritori…

Il mondo va solo avanti, e deve farlo: non è qualcosa o qualcuno che decide di alzare la testa e andare in avanti, è qualcosa che non ha alternativa se non quella di meccanicamente procedere.

Le difficoltà di Cross iniziano a sommarsi: un po’ tutti gli sono contro, tolto forse Rut, e lui cerchi di stare a galla; lui cerca di andare avanti, ma il mondo è pieno di inerzia, e pretende che noi tutti si vada avanti. Persino in discoteca le luci addosso a Cross sono quelle di un ambulanza, come se dall’ambulanza Cross e Rut e tutti gli altri volontari non ci escano mai davvero.

Il cuore narrativo ed emotivo si rivela essere quello sostenuto e promosso dalle scene fra Cross e Rut, che assumono a tratti momenti documentaristici a livello di inquadrature e montaggio. Sono in particolare i silenzi di alcuni di questi momenti che mi hanno colpito di più, silenzi talmente intensi da essere quasi ovattati, al punto dal darmi la sensazione di tapparmi le orecchie come la pressione di un aereo in volo.

Se il comparto narrativo tiene il filo della tensione abbastanza teso, Tye Sheridan non ci regala particolari range di espressività, mentre Sean Penn va un po’ con il pilota automatico, ma per la sua capacità anche uno sforzo minimo porta a casa un bel risultato.

Il suo personaggio è quello che ha più da dire e vivere, in fatto di evoluzione, mentre quello di Sheridan ha un terribile trauma che l’ha spinto a fare il lavoro che fa – e a mirare al lavoro che vuole – ed è al centro della copia carbone di una figura angelica importante.

L’arcangelo Gabriele non è solo presente nell’unico abbellimento che lo spoglio appartamento di Cross si concede, ma anche nelle ali della giacca di Cross. I personaggi di Rut e Lafontaine sono essi stessi quasi l’angelo e il demone sulla spalla di Cross, ma i ruoli si confondono; le nozioni di salvezza sono quelle su cui si discute, moralmente, fra la condanna a morire di uno spacciatore e la morte che per grazia Rut vuole concedere a una giovanissimi vittima “destinata ad una vita di merda”.

Dentro l’ambulanza i volontari “non sono pedine né re, ma dei”, dice Lafontaine, e forse Cross deve lasciarsi indietro le nozioni di giusto e sbagliato, proprio alle porte di quel giuramento di vita, quello di Ippocrate, che lo costringerà a trattare tutti, a prescindere da ciò che crede, ed è proprio in quel confine che tutto si trasforma in un limbo.

All’inizio lui vuole essere il protettore degli innocenti ma non sa essere funzionale nel resto della sua vita per farlo; dopo è più capace ma è anche più freddo, distaccato, irascibile.

Alcuni dei silenzi di cui ti parlavo diventano presto una trappola, e il film si perde troppo nei silenzi meditativi accompagnati da musica, quasi come ne servissero di più in cui poter parlare lontano dalle emergenze e i traumi.

La fotografia è competente ma non ha picchi, in particolare a causa di scene a volte perfettamente naturali, a volta troppo oniriche e costruite. Le emergenze rimangono realistiche, con una regia che è più ispirata nell’introduzione che nel resto del film.

Il supporto bluray è perfetto per lo stile onirico-documentaristico del film di Jean-Stephane Sauvaire, e le tracce audio, 5.1 DTS HD Master Audio sia in inglese che in italiano su bluray (e 5.1 Dolby Audio su DVD), regalano di più con un buon paio di cuffie che con una soundbar: il caos acustico è molto, e sembra che la traccia faccia più fatica a star dietro a tutto su un supporto audio più ampio e meno “specifico”.

Nell’edizione in bluray è anche presente la copia DVD, che si comporta ugualmente bene. Il vantaggio del bluray in questo caso è quasi puramente sulla traccia audio appunto. “Città d’Asfalto” é uno di quei film che, credo, potrebbe giovare di qualche contenuto extra, ma questo non ne offre. Peccato.

Conclusioni

Con una visione a posteriori di “Città d’Asfalto”, sembra quasi che manchi proprio, una direzione: ci sono cose che succedono, ma non ci sono ostacoli, volontà, desideri, solo avvenimenti.

Detto nel modo più brutale che posso adottare, è un film che non racconta nulla di nuovo e non lo fa in modo nuovo. Il suo momento migliore è un intimissimo dialogo alla fine, con dei primi piani stretti fra due persone che condividono un dramma, un trauma e una redenzione.

Il didascalismo del simbolismo pesa leggermente, dopo un po’ e, come dicevo all’inizio, la vera palla curva, il vero motore morale, arriva alla fine, con due righe dedicate ai suicidi tra i volontari di primo soccorso.

6.9
Un film che non racconta nulla di nuovo e non lo fa in modo nuovo

Pro

  • Sean Penn bravo ma un po' con il freno a mano tirato
  • Il mondo del primo soccorso come limbo dal quale è impossibile uscire
  • Il senso di realismo delle scene di soccorso è elevato

Contro

  • Tye Sheridan non è un leading man
  • Le sezioni più oniriche sono un po' pesanti
  • Il messaggio del film non è chiaro, se non per due momenti alla fine
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