Chi era Zhong Kui? L’ombra dell’impero, il flagello dei Demoni – Analisi del trailer e storia del mito
Game Science sconvolge tutti con il trailer gameplay di Black Myth: Zhong Kui. Scopriamo chi è il Cacciatore di Demoni: mitologia e oscure verità.
Quando, nell’agosto del 2024, Black Myth: Wukong ha fatto irruzione nel mercato videoludico, il mondo ha compreso che l’industria cinese non era più relegata a un ruolo di comprimaria o di mera esecutrice per conto terzi. Game Science aveva preso uno dei testi più sacri e celebri della letteratura asiatica, Il Viaggio in Occidente, e lo aveva trasmutato in un’esperienza interattiva di caratura mondiale. Sun Wukong, con la sua sfrontatezza, i suoi colori vibranti, le sue infinite trasformazioni e il suo spirito ribelle, incarnava l’eroe perfetto per un’epopea esplosiva. Tuttavia, il trionfo planetario porta spesso con sé la tentazione della ripetizione.
Molti si aspettavano un sequel diretto, un prolungamento delle avventure dello scimmiotto. Invece, in un giovedì di questo agosto 2026, un anno dopo l’annuncio, Game Science ha deciso di far crollare ogni certezza.
Con un drop improvviso, privo di estenuanti campagne di marketing, è comparso su YouTube un video intitolato Black Myth: Zhong Kui – 15 Minutes Gameplay Trailer. Quindici minuti esatti di pura, brutale, silenziosa e abbacinante oscurità. Se Wukong era il sole cocente che sfidava i cieli e gli dei, Zhong Kui è l’abisso insondabile. È il freddo della tomba, è il rancore che sopravvive alla morte, è il dovere che si nutre di sangue demoniaco. Questa non è più una fiaba di redenzione e illuminazione buddista, ma un viaggio viscerale e terrificante nei meandri del Sottosuolo (il Diyu), radicato in una mitologia molto più cupa, spigolosa e intimamente tragica.
Per comprendere appieno la portata di ciò che Game Science ha mostrato in questo quarto d’ora di puro miracolo tecnico in Unreal Engine 5, è assolutamente indispensabile sviscerare le origini del Cacciatore di Demoni. Chi è Zhong Kui? Da dove nasce la sua leggenda? E in che modo il videogioco sta reinterpretando, destrutturando e onorando questo patrimonio culturale?
PARTE I: LA GENESI DEL DEMONE – MITO, STORIA E TRAGEDIA
La figura di Zhong Kui è onnipresente nell’Asia orientale. Dalle porte delle case in Cina durante il Capodanno Lunare, fino ai tetti delle abitazioni in Giappone (dove è noto come Shōki, divinità in grado di sconfiggere il dio del vaiolo e della malattia), la sua effigie è il talismano supremo contro il male. Tuttavia, dietro l’immagine stereotipata del gigante grottesco, barbuto, vestito di blu o di verde, si nasconde una delle storie più umane e strazianti di tutta la tradizione cinese.

Il Mistero del nome e le origini arcaiche
Gli storici e i folcloristi dibattono da secoli sull’origine di questa figura. Come riportato anche nei testi enciclopedici, l’erudito della dinastia Qing, Gu Yanwu, propose la cosiddetta “teoria dello strumento magico” (法器說). Secondo questa tesi, il nome Zhong Kui deriverebbe dall’omofonia con la parola Zhongkui (終葵), che nell’antichità designava un pesante martello o una mazza utilizzata durante i rituali sciamanici Nuo per scacciare gli spiriti maligni.
Col tempo, l’oggetto inanimato sarebbe stato antropomorfizzato, diventando un eroe in carne ed ossa. Ancora più bizzarra è la “teoria del fungo” (蕈類說) sostenuta dal celebre medico Li Shizhen nel suo Bencao Gangmu (Compendio di Materia Medica), secondo cui Zhong Kui era in origine il nome di una specie di fungo a forma di punteruolo, e che i cantastorie avrebbero poi inventato la figura del mangiatore di demoni basandosi su questa omonimia.
Ma è con la Dinastia Tang che il mito assume la sua forma definitiva, squisitamente tragica e politica.
Il talento sfregiato: la tragedia agli esami imperiali
Le cronache, in particolare quelle risalenti all’epoca Song (come il Mengxi Bitan di Shen Kuo, che cita testi più antichi), ci raccontano la vita di un uomo reale. Zhong Kui era uno studioso originario delle montagne di Zhongnan. Dotato di un intelletto paragonabile solo a quello dei più grandi saggi dell’antichità, Zhong Kui si recò nella capitale Chang’an per sostenere i severissimi esami imperiali. Le sue prove scritte furono così brillanti da garantirgli il primo posto assoluto (il titolo di Zhuangyuan).

Tuttavia, il destino aveva dotato Zhong Kui di un aspetto mostruoso. Le cronache lo descrivono con “una testa simile a una pantera, occhi rotondi come anelli, un volto di ferro e una barba ispida come aghi di pino”. Quando si presentò al cospetto dell’Imperatore (Gaozu secondo alcune versioni, Dezong secondo altre rielaborazioni romanzate) per ricevere la carica di ministro, il sovrano rimase inorridito dalla sua bruttezza. Influenzato dai cortigiani corrotti e superficiali, l’Imperatore decise di annullare i risultati dell’esame, negando a Zhong Kui la carica che gli spettava di diritto unicamente a causa del suo aspetto esteriore.
L’ingiustizia fu lacerante. Per uno studioso confuciano, il mancato riconoscimento dopo decenni di studio estenuante rappresentava la distruzione dell’onore personale e familiare. Consumato dalla rabbia, dal dolore e da un senso di impotenza cosmica, Zhong Kui compì un atto definitivo: si scagliò contro i gradini di pietra del palazzo imperiale, sfracellandosi il cranio e morendo sul colpo.
La promessa dall’aldilà e l’incubo dell’imperatore
L’Imperatore, colpito dal rimorso e temendo la vendetta di uno spirito così potente e ingiustamente perseguitato, ordinò che il corpo dello studioso venisse sepolto con i massimi onori, facendogli indossare la veste verde (o blu) ufficiale dei ministri di alto rango. Commosso da questo gesto riparatore, l’anima di Zhong Kui, ormai giunta nel Sottosuolo, fece un solenne giuramento: non si sarebbe vendicato sulla dinastia, ma avrebbe dedicato la sua esistenza eterna a proteggere l’Impero e l’umanità dai demoni, dai fantasmi e dalle entità malvagie.
Da vittima dell’ingiustizia umana, divenne il giudice implacabile delle tenebre.
Il consolidamento definitivo della sua leggenda si deve però all’Imperatore Xuanzong (Minghuang). La tradizione narra che, di ritorno da una campagna militare, l’Imperatore si ammalò gravemente di malaria. Durante una notte di deliri febbrili, sognò un piccolo demone vestito di rosso (identificato come Xuhao, l’incarnazione del furto e del declino) che scorrazzava per i corridoi rubando il flauto di giada imperiale e il sacchetto profumato della concubina Yang Guifei.
All’improvviso, il palazzo tremò. Apparve un demone colossale, vestito con un abito blu stracciato, che indossava un cappello da studioso rovinato e scarpe di cuoio asimmetriche. Il gigante catturò il demone rosso, gli cavò gli occhi con un gesto brutale e lo divorò crudo. Quando l’Imperatore gli chiese chi fosse, il gigante rispose: “Sono Zhong Kui di Zhongnan, colui che ha giurato di liberare il mondo dai demoni”.
Al risveglio, la malattia dell’Imperatore era svanita. Convocò immediatamente il leggendario pittore Wu Daozi e gli descrisse la creatura. Il dipinto che ne scaturì divenne il canone estetico di Zhong Kui, diffuso in tutto l’impero come talismano.
Il lato umano del mostro: le nozze della sorella
L’aspetto più affascinante di Zhong Kui è la sua profonda umanità. Il mito più toccante a lui legato è la storia nota come Zhong Kui Jia Mei (Zhong Kui sposa sua sorella). Nonostante il suo aspetto orripilante, Zhong Kui aveva una sorella minore di straordinaria bellezza e bontà, a cui era legatissimo.
Dopo la sua morte e la sua apoteosi a divinità infernale, venne a sapere che un tirannico signorotto locale stava cercando di costringere la ragazza a un matrimonio forzato. Zhong Kui, rompendo le leggi cosmiche, risalì dagli inferi. Convocò un’armata di spiriti grotteschi e spaventosi, terrorizzò i prepotenti e scortò personalmente la sorella in una sfarzosa, macabra e dolcissima parata nuziale, dandola in sposa al suo vero amore, il nobile e fedele amico Du Ping, colui che ne aveva pietosamente curato la sepoltura.
Questa storia, celebrata nell’Opera di Pechino e in innumerevoli dipinti (spesso caratterizzati da una deliziosa atmosfera tragicomica, con i piccoli demoni che portano i regali nuziali), eleva Zhong Kui oltre il semplice archetipo del guerriero. Egli è il fratello amorevole, il protettore degli innocenti, colui che pur vivendo nelle tenebre più fitte conserva un cuore puro.

PARTE II: IL TRAILER – L’ARTE DEL SILENZIO E DELLA SOFFERENZA
Con questo mastodontico bagaglio culturale alle spalle, l’approccio di Game Science per Black Myth: Zhong Kui risulta ancora più geniale. Hanno evitato la strada didascalica. I 15 minuti di gameplay rilasciati (in un formato ultrawide 21:9 che conferisce all’opera un respiro epico e cinematografico) non ci presentano immediatamente il dio barbuto. Ci raccontano una discesa.
I primi minuti: un eroe spezzato e la zattera verso il vuoto
Il trailer si apre con un naturalismo crudo e desaturato. Non c’è musica, solo il suono del vento e dei passi. Vediamo un uomo di schiena, vestito di bianco e grigio, con una spada dritta (Jian) legata sulla schiena. Quando il personaggio inciampa e si volta a favore di telecamera, questo non è il demone. È un giovane umano, dal volto segnato da una profonda cicatrice, lo sguardo teso e affaticato.
Stiamo giocando nei panni di Zhong Kui prima del suicidio? O stiamo controllando un avatar, un “Prescelto” (come nel caso del Predestinato di Wukong) destinato a ereditarne il manto? La cura dei dettagli è maniacale. I vestiti si sporcano di fango, i capelli mossi dal vento (gestiti dalle straordinarie fisiche dell’Unreal Engine 5) restituiscono una sensazione di vulnerabilità totale.
Il guerriero entra in una grotta buia, illuminata solo da fioche luci verdastre.
Qui incontra un anziano emaciato, quasi un cadavere ambulante. Senza proferire parola, in un’atmosfera densa di rassegnazione, i due costruiscono una zattera di bambù. Si avventurano in un mare nero, in tempesta. Le onde sono montagne d’acqua inchiostro. Questa traversata è metafisica. È l’attraversamento del fiume giallo, il passaggio verso il Diyu, l’aldilà taoista. Un’onda titanica, resa con una fluidodinamica che ha lasciato a bocca aperta gli sviluppatori di mezzo mondo, li travolge.

Il risveglio e il primo sangue
Il protagonista si risveglia su una spiaggia dal colore livido, un limbo tra la vita e la morte. Si carica l’anziano sulle spalle, un gesto di estrema pietas filiale, ma viene immediatamente accerchiato. Dalle sabbie emergono umanoidi spettrali, incappucciati di lino bianco sporco di sangue, armati di asce arrugginite e falci.
E qui, Game Science svela il sistema di combattimento. Dimenticate l’azione frenetica, aerea e basata sull’allungamento del bastone di Sun Wukong. Il combat system di Zhong Kui è radicato al suolo. È pesante, tecnico, spietato. Si basa sulle arti marziali tradizionali del Wushu legate alla spada dritta, ma le ibrida con la perversione del ritmo tipica di Sekiro.
Ogni fendente richiede precisione. Il protagonista esegue parate perfette (deflect) che generano un brevissimo hit-stop e sollevano sciami di scintille realistiche. Quando attacca, la violenza è esplicita e coreografica: la lama affonda nelle carni spettrali con un feedback tattile che sembra bucare lo schermo. Il sangue macchia dinamicamente le vesti candide dell’eroe.
Ma il trionfo nel combattimento si accompagna alla tragedia narrativa. L’anziano, ormai in fin di vita, soccombe a una mutazione orribile: una mostruosa radice di legno scuro gli perfora il cranio dall’interno. Questa scena ci dice molto sulle meccaniche del mondo di gioco: l’aldilà è corrotto, infestato da una malattia silvana.
La scena stacca su una foresta oscura, dove il protagonista, ora più scafato, infonde la sua lama nel fuoco. Lo scontro con creature arboree contorte si trasforma in una danza piromantica. Fendenti infuocati illuminano la selva, dimostrando che il giocatore avrà accesso a magie elementali devastanti, indispensabili per purificare le aberrazioni.

Il demone ostrica e l’abisso acqueo
Il punto più alto del trailer, sia dal punto di vista tecnico che artistico, arriva nella sezione centrale. Il guerriero si tuffa in un lago sotterraneo dal colore verde malsano. L’esplorazione subacquea è spiazzante: il fondale è disseminato di migliaia di talismani di carta gialla (i Fu, usati dai monaci taoisti per sigillare i demoni, qui misteriosamente inabissati). Tra di essi, fluttua il corpo privo di sensi di una donna in abiti nuziali. Forse un richiamo alla famosa sorella della leggenda? Mentre il protagonista tenta di raggiungerla, viene trascinato via da una forza invisibile. Riemerge in una colossale caverna calcarea, dove ha inizio la prima vera Boss Fight.
Il design del nemico è da pelle d’oca: un colosso umanoide, grigio e putrescente, le cui braccia e la cui spina dorsale sono fuse con mostruosi gusci di ostrica o tridacna, incrostati di cirripedi taglienti. È il “Demone Ostrica”. Lo scontro è una lezione magistrale di game design. Il boss usa i pesanti gusci bivalvi sia come scudi impenetrabili (su cui la spada del giocatore rimbalza se si attacca con il tempismo sbagliato) sia come mannaie capaci di scatenare onde d’urto d’acqua. I balzi del mostro, innaturali per la sua stazza, costringono il giocatore a schivate millimetriche.
A questo punto, la musica, finora composta da lamenti ambientali, esplode con le percussioni forsennate dei tamburi cinesi e i canti disarmonici e distorti di monaci impazziti. Il giocatore risponde attivando una nuova abilità: la lama della spada viene avvolta da fulmini accecanti. Le combo si fanno più veloci, trasformandosi in una tempesta elettrica che scuote l’illuminazione dell’intera caverna, calcolata in tempo reale con il Lumen di Unreal Engine 5.
La fisicità dello scontro raggiunge l’apice in una sequenza scriptata dinamica: il Demone afferra brutalmente il protagonista per la testa sollevandolo da terra. Il giocatore deve lottare per divincolarsi, in un’animazione fluida che non interrompe il flusso del gameplay, culminando con un colpo critico che ricaccia l’abominio negli abissi.

Spiriti, cavalcature e follia visiva: l’epilogo del trailer
Se il trailer si fosse fermato qui, avremmo già tra le mani un potenziale Game of the Year. Ma Game Science ha voluto stordire il suo pubblico con un montaggio finale frenetico, una pioggia di visioni sconnesse che allargano a dismisura la portata del progetto.
In rapida successione assistiamo a scenari folli. In un villaggio fatiscente, il protagonista affronta spiriti minori mentre dal cielo piovono letteralmente milioni di antiche monete di rame bucate, un effetto particellare che piega le ginocchia ai migliori hardware in circolazione.
Poi, incontri criptici: una figura mostruosa che indossa una gigantesca maschera di cartapesta (simile a quelle del teatro No) regge una lanterna con su incisi oscuri ideogrammi. Subito dopo, uno scorcio di un uomo di spalle, davanti a uno specchio crepato, intento a dipingersi il volto con il trucco rosso acceso e nero tipico dei generali dell’Opera di Pechino. È l’indizio definitivo: il processo di trasformazione nel “Vero” Zhong Kui, la maschera del mostro che si sovrappone al volto dell’uomo.

Il mondo di gioco si espande. Vediamo un gigantesco pesce-drago piumato sorvolare canyons di pietra lavica. Una titanica tartaruga demoniaca, che porta sulla schiena le rovine di un tempio, si trascina pesantemente per una pianura desolata. Le magie del protagonista diventano più esoteriche: un fascio di pura energia viola, una sorta di esorcismo proiettato dalla punta della spada, incenerisce un demone rosso fiammante.
E infine, l’elemento che ha fatto impazzire i fan: l’esplorazione non sarà solo a piedi. Vediamo il protagonista aggrapparsi e cavalcare una colossale bestia pelosa, una sorta di Yak ancestrale o creatura mitologica, per superare distanze enormi.
Il trailer si chiude con una inquadratura larga. L’eroe, a cavallo dell’enorme bestia, osserva da un dirupo una sterminata vallata avvolta in una nebbia perlacea. Un villaggio maledetto, templi diroccati, e in lontananza ombre titaniche che si muovono. Lo schermo sfuma in nero. E con un suono che ricorda il taglio netto di una ghigliottina, appare il titolo del gioco, dipinto a mano come da un pennello intriso di sangue fresco: BLACK MYTH: ZHONG KUI.
PARTE III: OLTRE IL CODICE – IL SIGNIFICATO DELL’OPERA
Tentare di sviscerare in profondità ogni singolo frame di questi quindici minuti, significa fare i conti con un’operazione culturale che trascende il medium videoludico. Quello che lo studio fondato da Yang Qi sta compiendo è un recupero sistematico, filologico e al contempo postmoderno della propria identità culturale.
In Occidente siamo abituati a consumare mitologie nordiche (come in God of War), norrene o greche. I demoni che affrontiamo sono demoni di matrice giudaico-cristiana. Game Science ci sta invece fornendo le chiavi per accedere a un universo immaginifico completamente diverso, basato su filosofie taoiste e buddiste, dove il concetto di inferno non è solo un luogo di fiamme e punizione, ma una burocrazia della sofferenza, un ecosistema dove spiriti, divinità, mostri e anime in pena convivono.
L’esatto opposto di Wukong: accettare il proprio demone interiore
La scelta di incentrare il secondo capitolo del loro “Black Myth Universe” su Zhong Kui è una dichiarazione di maturità narrativa spaventosa. Sun Wukong era l’anarchico, il ribelle, colui che distruggeva i palazzi del cielo perché si riteneva superiore agli dei. Era una fantasia di onnipotenza.
Zhong Kui è l’esatto contrario. È la vittima assoluta. È l’intelletto supremo intrappolato nel corpo ripugnante, è l’uomo buono distrutto dalla vanità del potere costituito. E la sua reazione alla morte non è la vendetta universale, ma l’abnegazione. Sceglie di sprofondare nel fango per evitare che altri debbano farlo.
Il videogioco, stando a quanto visto, sembra voler esplorare proprio questo trauma iniziale. L’uomo che vediamo all’inizio, con la veste bianca e la cicatrice, non è ancora il Dio Esorcista venerato nei templi. È un’anima spezzata, un viaggiatore in un mondo ostile. Le meccaniche di gioco, dal parry precisissimo all’uso centellinato della magia, riflettono questa vulnerabilità. Se in Wukong si era un tornado di colpi che scherzava con i nemici, in Zhong Kui ogni scontro è una lotta per la sopravvivenza. La pesantezza della spada, la crudezza delle animazioni in cui i nemici ti afferrano e ti sbattono a terra, la fatica che si legge nei movimenti del personaggio: tutto concorre a creare l’atmosfera di un pellegrinaggio doloroso.
L’inserimento dei Wu Gui (i cinque fantasmi che nella leggenda accompagnano Zhong Kui, e che sembrano intravisti in alcune sezioni di evocazione a metà del trailer) promette di aprire scenari di gameplay inesplorati. Potremo forse controllare legioni di spiriti minori? La pittura facciale dell’opera cinese sarà una meccanica di trasformazione, una “stance” che modificherà radicalmente il moveset facendoci passare dall’elegante spada umana agli artigli del demone? E soprattutto, il viaggio esplorerà il salvataggio della sorella, introducendo una narrazione emotiva, fatta di legami spezzati e ritrovati, che andrà a spezzare la costante brutalità del mondo di gioco?

Inchiostro, carta e talismani: Il sapere è l’arma letale
Non bisogna dimenticare il sostrato antropologico della figura. La medicina tradizionale cinese, come citato precedentemente dal Bencao Gangmu del sedicesimo secolo, riteneva che la figura di Zhong Kui avesse poteri guaritori non solo in senso spirituale, ma anche fisico. Si consigliava di bruciare dipinti di Zhong Kui e ingerirne le ceneri miste ad acqua per curare febbri malariche, complicazioni da parto o malattie psicosomatiche.
Nel gioco, il legame con la carta, i talismani, l’inchiostro magico è visivamente preponderante. I Fu (talismani) sul fondo del lago, il taccuino con gli ideogrammi, le spade che si infiammano: c’è un costante richiamo all’alfabetizzazione come forma di magia. Zhong Kui non era un guerriero in vita, era uno studioso, uno scienziato delle lettere. Nel gioco, la sua arma più forte non è il muscolo, ma la sapienza occulta, la capacità di leggere i veri nomi dei demoni per annientarli.
Verso il sottosuolo: l’attesa per il nuovo titolo di Game Science
La maestria di Game Science risiede nel rispetto sacrale per questo materiale d’origine unito a una spregiudicata volontà di innovare. Hanno preso la tragedia di un suicida del VII secolo e l’hanno innestata sul motore grafico più avanzato del ventunesimo secolo, creando un pastiche gotico, orientale, furioso e malinconico.
Questo trailer è la promessa di un’avventura che ci costringerà a guardare negli abissi, ad affrontare paure primordiali incapsulate in forme demoniache incomprensibili per la nostra logica occidentale. Ci spingerà a imparare il ritmo di danze mortali, a padroneggiare la spada dritta e la fiamma taoista, a truccarci il volto col sangue e col nero fumo per spaventare entità che si nutrono di terrore.
Black Myth: Zhong Kui non ha ancora una data di uscita. Potremmo dover aspettare due, tre o cinque anni. Ma l’impatto di questo giovedì d’agosto riecheggerà a lungo nei corridoi dell’industria videoludica. Il Re Scimmia ci aveva portato in cima ai cieli per ridere in faccia al Buddha; il Cacciatore di Demoni ci sta prendendo per mano per trascinarci nell’inferno e insegnarci a dominare le nostre ombre. E noi non vediamo l’ora di indossare la veste, afferrare la lama ed ergerci a guardiani delle tenebre.