Death Stranding: verso la recensione – U come…

Tutte le ispirazioni, reali e presunte, del titolo di Kojima Productions... con la lettera U

L’embargo per la recensione di Death Stranding è ormai alle porte, ma noi non desistiamo dal portarvi ancora per mano lungo questo viaggio conoscitivo attraverso le due dozzine di influenze dirette e indirette dell’ultima fatica di Kojima Productions.

U come Ulisse

Ovviamente non è la sola opera o il solo protagonista a farlo, ma Ulisse e la sua Odissea ci mostrano come il viaggio vero e proprio sia specchio di una movimentazione psicologica e riflesso di un cambiamento dello status quo emotivo.

Un interessante studio sull’evoluzione della psicologia svoltosi circa un decennio fa ha dimostrato che il modo in cui l’essere umano ha viaggiato, nel corso del tempo, è sempre stato il canarino nella miniera dell’evolversi del suo rapporto con i concetti di spazio e tempo stessi; anche il solo osservare come egli abbia modificato e plasmato l’ambiente per renderlo più vivibile e più adatto al viaggio dimostra che il contatto con gli altri e la scoperta del nuovo sono diventate prerogative in un mondo che avvicina i confini ma non avvicina per forza chi li abita.

Death Stranding

Un viaggio è prima di tutto uno spostamento fisico, materiale, spaziale, ma ciò non nega la sua connotazione fortemente psicologica ed emotiva, un “muoversi” che, se affrontato con il giusto animo, comporta l’acquisizione di un nuovo punto di vista, di un’inclinazione mentale e comportamentale che è in parte volontaria, quando si decide di partire per il viaggio, e in parte non, quando ci si rende conto che non si è davvero veramente tornati indietro. Dietro ogni viaggio c’è una speranza, un’aspettativa, un desiderio: c’è qualcosa che lasciamo a casa e qualcosa che ci portiamo (in)dietro, ma non è mai una somma a totale zero.

Con il passare dei secoli il viaggio è passato da privilegio a diritto e possibilità di molti, nuova possibilità per l’essere umano di allargare il suo orizzonte mentale abbracciando nuove realtà sociali, antripologiche, mentali, diventando quindi strumento universale di studio dei rapporti fra uomo e ambiente ma anche, e soprattutto, fra uomini e uomini.

Death Stranding

Se a muovere Ulisse era una folle sete di conoscenza, forse mascherata dalla sua necessità istintiva di arrivare fino in fondo alle cose, a spingere il protagonista di Death Stranding non c’è la voglia di vedere e sapere tutto, quanto piuttosto il disperato tentativo di salvare… qualcosa: il futuro del suo paese, sé stesso, la memoria e il desiderio di riunificazione con Bridget, forse qualcosa che ancora non ci è dato sapere.

Ogni racconto inizia con un conflitto e in Death Stranding, come nell’Odissea, questo è dato dal contrasto fra ciò che il protagonista vuole e tutti gli ostacoli che trova per strada, vuoi per destino o per casualità; forse il riunire le United Cities of America è solo un pretesto, come fu la guerra di Troia, atto a creare la tensione che il viaggio tenderebbe a sciogliere.

La differenza fra Sam e Ulisse qui un po’ si fa viva, poiché se il senso di malinconia e il bisogno di tornare a Itaca si percepiscono nella lettura dell’Odissea, Death Stranding sembra volersi sganciare dal concetto di “posto in cui tornare” per lasciare ad ogni singola destinazione il vero target del desiderio di salvezza del protagonista.

Death Stranding

Nell’opera di Omero è il ritorno a casa il fulcro di tutto, in quella di Kojima sembra calcarsi la mano sul viaggio di andata, step dopo step fino al traguardo; in entrambi i casi c’è “qualcosa” di superiore a rendere i protagonisti pedine di una partita su cui hanno apparentemente poco potere, se non attraverso un’epifanica riscoperta di ciò che li ha messi su quella strada. Ulisse attraverso una realizzazione di passata insolenza, Sam forse attraverso un comportamento inerte non completamente giustificato dai suoi trascorsi.

Non resta che scoprire se l’Itaca di Sam sarà un traguardo fisico o una destinazione emotiva e mentale.

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