The Adventures of Elliot quando Octopath Traveler incontra Zelda
The adventures of Elliot è uno dei titoli che personalmente attendo più quest'anno, svisceriamo i contenuti che abbiamo ricevuto fino ad ora.
Ci siamo quasi: Questo 2026 sta finalmente per consegnarci uno dei titoli che, sul piano personale, ha letteralmente monopolizzato la mia lista dei desideri, parlo ovviamente di The Adventures of Elliot: The Millennium Tales.
Fin dal suo folgorante e inaspettato reveal durante il Nintendo Direct dello scorso anno, quest’opera ha rapito la mia attenzione grazie a una direzione artistica a dir poco magnetica, capace di distinguersi nettamente nell’affollato panorama odierno.
Ma la vera forza gravitazionale del progetto risiede nella sua impalcatura ludica, in un’industria ossessionata dalla dispersione, questo titolo compie una dichiarazione d’intenti precisissima, riabbracciando la sacra grammatica del level design in stile Zelda classico.
Per contestualizzarlo con un’ottima pietra di paragone moderna, ci troviamo di fronte a un’architettura che ricalca il senso di scoperta, gli enigmi ambientali e la progressione visti recentemente nel brillante The Legend of Zelda: Echoes of Wisdom.
A sigillare definitivamente questo patto di fiducia con i giocatori è stata la provvidenziale shadow drop di una demo corposa, rilasciata a ridosso dell’annuncio, un assaggio “pad alla mano” che non solo ha dissipato ogni dubbio sulla bontà del concept, ma ha letteralmente decuplicato il mio hype in vista dell’imminente rilascio.
L’anima di Octopath Traveler
Per quanto il mio rapporto con Octopath Traveler sia sempre stato profondamente conflittuale, azzoppato da una frammentazione narrativa che, francamente, ritengo dispersiva e a tratti alienante, esiste un singolo elemento di quella produzione capace di esercitare su di me un fascino ipnotico e inattaccabile: la sua monumentale direzione artistica.
Parliamo di quell’estetica ibrida, ormai universalmente codificata sotto il marchio di HD-2D, che rappresenta una vera e propria scossa per il nervo ottico.
Una grammatica visiva che si esalta attraverso una palette cromatica vibrante, la quale trova la sua consacrazione assoluta, la sua sublimazione tecnica, quando ha la possibilità di esplodere sui contrasti assoluti di un pannello OLED.
La splendida e rassicurante notizia è che The Adventures of Elliot: The Millennium Tales eredita organicamente questa nobile anima visiva, e le premesse sono a dir poco folgoranti: è bastata la manciata di ore offerta dalla seppur risicata demo per rapirmi completamente.
Il titolo è riuscito a catapultarmi, senza preavviso, all’interno di uno dei mondi pixel art più caldi, accattivanti e visivamente lussuosi che io abbia mai avuto il privilegio di esplorare all’interno di questo specifico filone ludico.

La struttura di Zelda
Spostando chirurgicamente la lente d’ingrandimento sul versante del combat system di The Adventures of Elliot, è d’obbligo sezionare l’unica bossfight offerta dalla versione di prova: lo scontro con il Lord of The Maw.
Pur non potendo sbilanciarci sulla tenuta dell’intero roster dei nemici, questo specifico encounter spicca per una scelta animativa tanto audace quanto affascinante: l’utilizzo di movimenti che ricalcano in tutto e per tutto l’estetica della stop-motion.
È un “passo uno” digitale, un virtuosismo artigianale che dona alla creatura un fascino grottesco e un peso scenico innegabile.
Tuttavia, analizzando la questione sotto l’intransigente lente del game design, questa peculiarità fa suonare un importante campanello d’allarme strutturale per il futuro dell’opera.
Il Lord of The Maw funziona alla perfezione perché la sua natura ludica è quella di un boss ambientale, rigidamente ancorato al background dell’arena: la sua animazione frammentata, di conseguenza, non intralcia minimamente la nostra libertà di manovra.
Ma cosa accadrà quando questa precisa tecnica verrà applicata a boss dinamici, corpo a corpo e fisicamente presenti al centro dell’area di scontro? In un genere d’azione dove la perfetta telegrafia dei colpi e la lettura cristallina delle hitbox sono essenziali per schivare e sopravvivere, un’animazione volutamente scattosa e priva di frame di raccordo rischia di tramutarsi rapidamente da pregio visivo a gravissimo ostacolo.
Il pericolo è che questa scelta stilistica possa minare pesantemente la leggibilità del gameplay, sfociando in dinamiche di scontro inutilmente frustranti e punitive.
Allargando l’orizzonte all’infrastruttura ludica generale, al netto di ciò che la versione di prova ci ha concesso di sviscerare, il mio giudizio si traduce in un plauso a tutto tondo. La mappa abbraccia con devozione i dogmi fondativi dei primissimi The Legend of Zelda: ci troviamo immersi in un world design spiccatamente aperto, che rifugge il fastidioso hand-holding moderno per restituire al giocatore la pura vertigine della scoperta, costellando l’orizzonte di bivi e obiettivi secondari stimolanti.
Eppure, è proprio in questo delicato snodo esplorativo che The Adventures of Elliot compie un vero e proprio sorpasso concettuale sulla sua stessa musa ispiratrice.
Nelle porzioni di mappa testate, l’esplorazione si è rivelata incredibilmente ariosa, priva di quella componente asfissiante, quasi opprimente, che storicamente ammorba i capostipiti di questo genere.
Se in molti action-adventure classici persino il semplice avanzamento lungo la main quest rischia di trasformarsi in un calvario logico, qui il flow di gioco risulta sempre limpido e ininterrotto.
L’avanzamento risponde a una progressione organica, che ti permette di procedere spedito nella campagna senza incappare in fastidiosi colli di bottiglia o enigmi mal calibrati.
In sintesi: un trionfo di leggibilità ambientale che ti risparmia la disperata, cieca e frustrante prassi di far detonare bombe contro ogni singola e anonima parete rocciosa sperando in un miracolo di level design.
Un difetto storico che conosciamo molto bene, non è vero Zelda?

The Adventures Of Elliot si dimostra un titolo interessante, ma soltanto il tempo ci mostrerà i risultati
Tirando le somme di questo nostro primo, esaltante contatto, è innegabile che ci troviamo al cospetto di una delle produzioni più magnetiche e promettenti dell’intero anno.
Un progetto che vanta, tra le altre cose, il prestigioso sigillo editoriale di Square Enix: un autentico titano dell’industria, nonché pioniere assoluto di quella grammatica visiva HD-2D che qui sembra aver trovato la sua massima espressione.
La demo ci ha consegnato una vertical slice magistrale, una scintillante vetrina che ha saputo mettere a nudo l’immenso potenziale ludico ed estetico dell’opera.
Tuttavia, il rigore della critica videoludica impone sempre una sana dose di prudenza analitica: l’ultima parola spetta inderogabilmente alla build finale.
Sarà compito esclusivo del gioco completo dimostrare se questa vertiginosa ondata di hype sia pienamente giustificata o se, al contrario, le sue meccaniche rischino di cedere e smentirsi sulla lunga distanza.
Eppure, alla luce della solidità strutturale intravista in questa demo, il mio personalissimo radar punta dritto verso l’ottimismo.
Le aspettative sono, a buona ragione, alle stelle, e non mi resta che cerchiare in rosso sul calendario quel fatidico 18 giugno, il conto alla rovescia per il Day One è ufficialmente iniziato.
Vi lascio infine la pagina di steam per wishlistare il gioco, ed il nostro scorso provato scritto subito dopo l’annuncio.