Il Seme del Fico Sacro – Recensione Blu-ray

Recensione Blu-ray del film "Il Seme del Fico Sacro", Premio Speciale della Giuria a Cannes

Editoria & Trasparenza

Copia retail (fisica) fornita gratuitamente dal produttore/editore. Nota: Blu-ray ricevuto da Plaion Pictures

Un ritratto di famiglia che diventa denuncia di un paese intero: analisi del capolavoro di Muhammad Rasoulof che ha sfidato la censura iraniana.

Grazie a Plaion Pictures ho potuto ricevere il Blu-ray de Il Seme del Fico Sacro (The Seed of the Sacred Fig), film di Muhammad Rasoulof premiato con il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes. C’è molto da dire su questo film, ma partiamo dalla trama.

Una famiglia sotto il peso del regime

Teheran. I festeggiamenti per la promozione di Iman, giudice istruttore del Tribunale della Guardia Rivoluzionaria, coincidono con un movimento di protesta popolare a seguito della morte di una giovane donna.

Iman è alle prese con il peso psicologico del suo nuovo ruolo, mentre le sue figlie Rezvan e Sana sono scioccate dagli eventi e la moglie Najmeh cerca di fare del suo meglio per tenere insieme la famiglia.” Quando Iman scopre che la sua pistola d’ordinanza è sparita, sospetta delle tre donne.

Spaventato dal rischio di rovinare la sua reputazione e di perdere il lavoro, inizia un’indagine in cui vengono oltrepassati tutti i confini, uno dopo l’altro.

Simbolismi stratificati: l’inganno del falso eroe

Da subito si creano dei simbolismi piuttosto interessanti e di difficile lettura, almeno finché non si finisce il film, cosa che ho apprezzato molto. Il film inizia con otto proiettili appoggiati su un tavolo, una firma, un giro in macchina in silenzio, una tappa alla moschea. Noi spettatrici e spettatori siamo lì a chiederci quale sarà il destino del protagonista.

Quasi si prefigge il ruolo di un martire, e sono felice di non aver capito che in realtà era un “falso” indizio narrativo. Iman diventa giudice, gli danno una pistola per difendersi, ma il film si sofferma sul fatto che gli danno otto proiettili, quasi a dire che se non si salva con quegli otto sicuramente gli sarebbe inutile un altro caricatore.

Una promozione che diventa prigione

La promozione di Iman ricade quasi del tutto, a livello di peso, sulle spalle delle figlie e della moglie. Le figlie, le cui azioni, pensieri e post social diventano quindi una potenziale macchia sociale per il padre – o peggio, l’opportunità per qualcuno di fare loro del male – diventano quasi delle recluse dopo la promozione del padre.

È una cosa intelligente e interessante: una promozione, quindi un passo in avanti a livello sociale (il padre chiaramente potrà guadagnare di più, potranno permettersi una casa più grande), diventa un passo indietro a livello di socialità per le figlie. La moglie continua a essere, da subito, perpetratrice di questo isolamento ancora più forzato, tanto quanto il padre.

Il male viscido del sistema: moralità contro gerarchia

È bello che sia un contrasto morale quello di Iman, e non, come magari una narrativa occidentale tenderebbe a fare, una necessità dettata da una violenza esplicita, un rapimento eccetera. Il male con il quale Iman deve avere a che fare è quello viscido di un sistema giuridico dove la moralità deve lasciare lo spazio alla gerarchia, al potere del potente sul debole che ha bisogno del potente per uscire anche solo con la punta del naso dalla situazione di prigionia in cui si trova.

Il film vuole quasi dare subito non solo ruolo di protagonista a Iman, ma appunto ruolo di martire: non per forza il martire che muore fisicamente, ma quello che muore emotivamente, quello che muore moralmente. Quello che prende una promozione, trova un lavoro migliore, finisce a fare il giudice forse capace di cambiare le cose, e invece ti rendi conto che sei ancora più parte della macchina e sei ancora più debole a livello di potere rispetto all’impatto delle tue azioni.

Di contro però, il desiderio di una casa più grande di Iman sembra più uno sfizio che una necessità. Si inquadra il tutto come la pressione del potere: quando qualcuno vuole un po’ più del necessario, un po’ più di quello che la società persiana considera superfluo, il regime preme e soffoca l’individuo, pestando sulla sua moralità e sulla sua incapacità di poter essere morale di fronte alla necessità.

Il formato social come verità: 9:16 contro 16:9

Poi si parla di rivolte studentesche, si parla di una risposta fin troppo armata e violenta della polizia. In questo caso il film usa filmati veri mostrati nel formato social: mentre la TV mente nel suo formato wide 16:9, i social in 9:16 ribaltano la realtà, la girano, la raccontano. Raccontano la verità della soppressione.

Abbasso la teocrazia, togliersi il velo: c’è una teocrazia in Iran. La violenza però il film la mostra quasi sempre solo fuori, distante, finché di colpo arriva in casa, molto vicina: una violenza che sporca di sangue le lenzuola, i veli, i lavandini. Che sporca di sangue il simulacro di una quotidianità alla quale la madre di famiglia non poteva credere, o forse non poteva lasciarsi andare a credere.

La madre stessa dice a un certo punto: “Non voglio queste cose a casa mia.”

La madre: punto di pressione tra passato e futuro

Il focus, dopo l’intro, si sposta quasi esclusivamente sulla madre, punto di pressione sul quale sembra vertere la frizione fra il passato definito dal padre e il futuro definito dalle figlie.

Semplicemente straordinarie le inquadrature di un interrogatorio in particolare, verso metà film, al quale la moglie e le figlie di Iman sono sottoposte per scoprire l’origine del furto della pistola. Interrogatorio, tra l’altro, voluto da Iman stesso, al quale le forza.

Lo status di Iman e famiglia sfuma velocemente di fronte al regime, di fronte alla reputazione da mantenere del padre. Esattamente come nei veri interrogatori, le parole della figlia maggiore cadono vane alle orecchie del padre (in parte anche della madre) che, esattamente come il governo di fronte ai rivoltosi che non vogliono che libertà, non le credono.

Inizia qui la frattura che forse è sempre stata lì e aspettava solo di venire a galla: la frattura fra padre e figlie, forse fra padre e madre, forse in realtà frattura fra passato e futuro, fra teocrazia e libertà, fra regime e libertà.

La pistola come simbolo della legittimità violenta

La pistola diventa quindi il simbolo della certezza di essere dalla parte del giusto. È al nostro “eroe” Iman, ipotetico eroe, che viene data la pistola all’inizio del film, e narrativamente sembra che il film lo voglia porre come il nostro protagonista. La pistola però è, e diventa chiaramente, il simbolo della certezza di essere dalla parte del giusto, oltre che l’implicito diritto di avere ragione attraverso la violenza da infliggere agli altri.

Le figlie all’improvviso mettono in discussione palesemente questo senso di legittimità, ed è il padre che perde la bussola.

Il film diventa amici contro amici, vicini contro vicini, famiglia contro famiglia. Questo è quello che fa la religione, in fondo: ci schiera da lati opposti di una barricata.

Un finale che è metafora pura: il labirinto del Minotauro

La città finale, in un finale fantastico, per quanto incredibilmente semplice, credo sia il simbolismo più aulico e contemporaneamente semplice al quale ho assistito di recente per un film. La città finale diventa il labirinto del Minotauro, diventa metafora.

Il filo da trovare per trovare l’uscita non è un filo fisico, non è un’uscita fisica quella che cerchiamo, ma è prima di tutto un’uscita morale, un’uscita emotiva: un’uscita da un passato che continua a provare frizione verso il nostro presente, il passato di un regime, il passato di un’ideologia che continua a farsi sentire.

I contenuti extra: la conferenza stampa che vale più di mille parole

Interessante l’utilizzo della conferenza stampa come unico extra del Blu-ray. Il regista Muhammad Rasoulof è stato espatriato, ma lo vediamo intervistato proprio durante questo evento. In generale, il comportamento di alcuni giornalisti durante questo extra è davvero poco professionale (in camera, come il guardare l’orologio come se avesse fretta di andare via), però è un extra che non credo potesse essere editato in modo molto diverso: è crudo quanto il film stesso.

Muhammad Rasoulof non è un regista che conoscevo. In generale, credo di non aver mai visto prima d’ora, almeno non esplicitamente, un film iraniano contemporaneamente così coraggioso nelle tematiche che affronta e così delicato nel modo in cui ne piazza i simbolismi a schermo.

Perché questo film merita di essere visto (e rivisto)

È sicuramente un film che mi rimarrà dentro, mi sta rimanendo dentro anche proprio mentre ne parlo, mentre scrivo queste parole. La presenza dell’intervista è sicuramente interessante, credo sia unica. È uno dei pochi casi nei quali non mi interessa la presenza di extra aggiuntivi perché il film parla così tanto da solo da essere aperto ad almeno due-tre visioni dopo la prima.

Quindi già il film, già averlo in Blu-ray, già averlo in fisico, già avere qualcosa di narrativo: una denuncia senza appello, un ritratto di famiglia (come viene definito in copertina) che diventa ritratto di un paese intero, è già potente così. Non ho bisogno di altri extra se non, idealmente, il film stesso e questa conferenza stampa.

Specifiche tecniche del Blu-ray

  • Titolo originale: The Seed of the Sacred Fig
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 168 minuti circa
  • Audio: Italiano DTS-HD Master Audio 5.1, Farsi DTS-HD Master Audio 5.1
  • Sottotitoli: Italiano, Italiano per non udenti
  • Prodotto da: Play On Pictures

Trattandosi di una produzione iraniana, la possibilità di guardarlo in lingua originale è sicuramente un’opportunità interessante, e ti consiglio assolutamente di farlo.

Conclusioni: una testimonianza necessaria

Consiglio l’acquisto a prescindere, a chiunque voglia anche solo assaggiare la situazione dell’Iran, in particolare in questo periodo che vede più di 3000 morti per delle ribellioni al regime.

A volte trovo giusto che la verità di un paese, la verità di una struttura sociale, venga raccontata da chi la vive quotidianamente, da chi cerca di scapparne e da chi cerca di presentare un’alternativa e un’uscita, anche solo narrativamente attraverso un film.

Il Seme del Fico Sacro fa questo: racconta lo status quo, ma mette sul tavolo anche la possibilità e l’esistenza di una via d’uscita da un labirinto dalle pareti che sembrano sempre troppo alte per far entrare la luce.

9.5
Un capolavoro coraggioso che non teme di denunciare, con simbolismi potenti e una regia delicata

Pro

  • Simbolismi stratificati e di difficile lettura che premiano la seconda visione
  • Performance attoriali straordinarie, in particolare durante l'interrogatorio
  • Il finale è una metafora perfetta e semplicissima
  • Coraggioso nelle tematiche, delicato nella messa in scena
  • La conferenza stampa come extra è perfetta nella sua crudezza

Contro

  • 168 minuti di durata potrebbero risultare impegnativi per alcuni
  • La mancanza di ulteriori extra potrebbe deludere chi cerca approfondimenti (anche se il film si basta da solo)
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