Capcom svela il segreto della sua rinascita: meno autori-star, più squadra

Capcom racconta come l'abbandono dello sviluppo guidato da singoli autori abbia trasformato l'azienda, sostenendo i recenti successi di Resident Evil Requiem e Pragmata

Capcom svela il segreto della sua rinascita meno autori star, più squadra

Non è un mistero che Capcom stia vivendo un 2026 da incorniciare.

Resident Evil Requiem, Monster Hunter Stories 3: Twisted Reflection e Pragmata hanno tutti convinto pubblico e critica, mentre vecchie conoscenze come Street Fighter 6 continuano a macinare risultati grazie al supporto post-lancio. Una serie di successi che non sembra frutto del caso, e che secondo l’azienda stessa nasce da una scelta strategica precisa, presa anni fa: smettere di affidare i propri franchise a singoli autori e iniziare a costruirli attorno a un lavoro corale.

A spiegarlo sono stati il COO Haruhiro Tsujimoto e il fondatore dell’azienda Kenzo Tsujimoto in un’intervista a Famitsu, in cui hanno raccontato apertamente i rischi del modello che Capcom aveva seguito per decenni. “Nell’industria, quando un titolo diventa una serie, finisce spesso per dipendere pesantemente da un determinato sviluppatore, trasformandosi in quello che potremmo chiamare un prodotto guidato da un singolo individuo“, hanno spiegato.

Il problema di questo approccio, però, va oltre la semplice dipendenza creativa: se quella persona non ha voglia o tempo di fare un sequel, la serie semplicemente si ferma lì, e tutta la sua direzione futura resta in balia delle idee, dell’umore e della disponibilità di una sola persona.

Capcom lascia meno spazio all’egocentrismo, e più al lavoro di squadra

Per anni, ammettono i due dirigenti, questa è stata esattamente la realtà di Capcom. Il cambiamento è arrivato quando l’azienda ha iniziato a guardare con più attenzione alla propria responsabilità verso gli azionisti, aprendo un dialogo diretto con le figure storiche dietro ai franchise più importanti.

Da quel confronto è emersa una decisione tutt’altro che scontata: ricostruire ogni titolo praticamente da zero, accettando anche il rischio di un calo temporaneo delle vendite, pur di smontare l’idea che una serie dovesse vivere o morire con il suo creatore originale. “Passando a un approccio basato sul team nello sviluppo dei giochi, Capcom è cambiata in modo drastico“, ha sintetizzato Tsujimoto.

Capcom lascia meno spazio all’egocentrismo, e più al lavoro di squadra

Capcom, va detto, ha una lunga tradizione di nomi pesanti dietro alle sue serie più amate: Hideki Kamiya per Devil May Cry, Shinji Mikami per Resident Evil, Hideaki Itsuno per Dragon’s Dogma. Il punto di svolta verso il modello più collettivo viene fatto coincidere quasi universalmente con l’uscita di Resident Evil 7 nel 2017, da lì in avanti considerato l’inizio di quello che ormai viene chiamato il rinascimento di Capcom.

Che il rischio dei giochi-autore sia reale lo dimostrano alcuni casi piuttosto noti nel settore: Godus di Peter Molyneux e Devil’s Third di Tomonobu Itagaki restano gli esempi più citati di progetti naufragati proprio per l’eccessiva dipendenza da una singola visione creativa. E proprio in questi giorni arriva un altro caso che sembra confermare la tesi di Capcom: l’ex director della serie Yakuza Toshihiro Nagoshi, oggi a capo del suo studio indipendente Nagoshi Studio, sembra trovarsi in difficoltà concrete.

A maggio erano circolate voci secondo cui il publisher NetEase avrebbe tagliato i fondi al progetto Gang of Dragon, mentre il canale YouTube dello studio era sparito per poi tornare misteriosamente online, lasciando da allora solo silenzio attorno al destino del gioco.

Diverso, almeno per ora, il discorso per l’autore più celebre di tutti, Hideo Kojima, che continua a portare avanti diversi progetti contemporaneamente e ha recentemente smentito le voci di tensioni con il suo storico amico e collaboratore Geoff Keighley.

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