Call of Juarez: The Cartel – Recensione Call of Juarez: The Cartel

Nella vita di un franchise, il rinnovo tramite reboot e affini è diventato una scelta necessaria, in quanto anche un prodotto obbiettivamente bello, dopo qualche anno, potrebbe diventare stantio per le masse. Ormai un po’ di esperienza sul campo l’abbiamo tutti, apprendendo come gli esiti, sin ora, si dividano in due categorie: stupro traumatico del concetto originale o innovazione geniale. Call of Juarez: The Cartel non appartiene alla seconda categoria.
 

C’era una volta il west…

La serie Call of Juarez si distingue dalla massa di sparatutto grazie a due fattori: narrazione intrecciante più personaggi e, cosa più importante, la poco popolare ambientazione nel Far West. Sul primo versante nessuna preoccupazione, The Cartel vede persino aumentati i protagonisti da due a tre. Sul secondo punto la catastrofe: dimenticate cowboys, treni a vapore, cavalli, cacce al tesoro, e accettate (ma anche no) la realtà moderna fatta di grattacieli, automobili, armi automatiche, e cartelli della droga…
La trama ruota attorno al cartello messicano, che inonda di stupefacenti la costa ovest, in particolare Los Angeles, città dove il gioco ha inizio. Nella migliore delle tradizioni da B movie americano, il governo mette insieme una task force segreta per sconfiggere i criminali, formata dagli elementi più duri di tre agenzie: LAPD, FBI e DEA, rispettivamente rappresentate dagli agenti Benjamin McCall, pluridecorato veterano del Vietnam dall’aria rude e vissuta, Kimberly Evans, giovane promessa con un passato nelle gang di strada, ed Eddie Guerra, uomo d’azione ambizioso e spericolato nonché giocatore d’azzardo compulsivo. Ognuno di essi ha coinvolgimenti più o meno personali all’interno della vicenda, e la scelta di impersonare uno dei tre cambia il finale e, meno radicalmente, alcune parti del gioco. Anche senza aggiungere altri dettagli, si può confermare la sensazione di trovarsi di fronte ad una narrazione stereotipata e di scarso interesse.

Il buono, il brutto, il cattivo

All’atto pratico, il nuovo Call of Juarez è un fps lineare, le cui meccaniche non differiscono dal tipico "avanza e spara", con i classici elementi come iron sight, salute che recupera coprendosi, tante armi e bullet time – il tutto aiutati da due compagni controllati dall’IA. Questa base si alterna con sequenze di guida e inseguimento dove scorrazzare evitando traffico, ostacoli e proiettili, e qualche altra chicca che sostituisce i duelli dei precedenti episodi, come sequenze di ingresso scenico in stanze colme di nemici, dove i protagonisti sfondano le porte e parte il rallentatore in cui uccidere ogni gangster a tiro. Inoltre, si sbloccano nuove armi raccogliendo oggetti di valore e compiendo incarichi personali, il tutto restando fuori dalla vista dei compagni.
Che dire? Tutto sommato l’azione è soddisfacente, il problema è che la povertà di contenuti non fa altro che ripetersi nel corso dei capitoli e rendersi noiosa in fretta, senza nulla di così interessante da rendere l’esperienza meritevole di tempo che si potrebbe dedicare a titoli meno banali. Aggiungiamoci che la difficoltà, anche al massimo grado, è generalmente bassa, e gli alleati non possono morire, oltre ad essere terribilmente efficienti – caso più unico che raro, e pensare che non possono nemmeno usare altre armi oltre la pistola di base…
Se si vuole cercare qualcosa di buono nel gameplay del titolo bisogna guardare al multiplayer cooperativo, difatti la campagna è giocabile in compagnia di altri due giocatori, aggiungendo un pizzico di varietà rispetto all’esperienza in singolo: tutti i personaggi cadono a terra e possono essere salvati, e al contempo occorre distaccarsi dalla squadra per perseguire gli obbiettivi individuali. L’interesse però finisce qui, poiché le altre modalità sono piuttosto standard e non c’è davvero motivo per dedicare tempo prezioso ad un prodotto così qualunquista.
 

 

La droga fa male…

…soprattutto agli sviluppatori. Sorge spontaneo interrogarsi sui motivi della scelta ingrata di spostare il set dal Far West ai giorni nostri, fra l’altro con un plot narrativo davvero scontato e che si salva solo per la caratterizzazione dei personaggi e per poche sequenze di gioco – guarda caso quelle che più ricordano i vecchi titoli. Impossibile non rivedere il reverendo Ray (uno dei protagonisti del primo episodio) guardando Ben, munito di revolver e spolverino, e rivisitare Juarez è sicuramente un evento nostalgico che per un po’ permette di lasciarsi alle spalle la bruttezza di quanto giocato. Proprio parlando di bruttezza, è impossibile non rimanere infastiditi dalle texture di bassa qualità e soprattutto dall’eccesso di filtri grafici usati, bloom in particolare, che soprattutto nelle aree aperte fa apparire tutto offuscato da nebbie multicolore.
In definitiva, Call of Juarez: The Cartel è un prodotto spoglio sotto il profilo artistico, grafico e pratico, un tentativo di rinnovo che va a cambiare ciò che teneva in piedi la serie, fallendo in toto. Investite il vostro tempo e denaro in altro modo.

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