Kill the Shadow – Recensione
Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.
Dark Tide City non è il tipo di città che si lascia dimenticare facilmente. Una metropoli spaccata in due da un conflitto che risale a dieci anni prima in cui brillano le insegne al neon del Pig Cage e svettano le baracche sul molo e le rovine industriali che si affacciano su un passato mai davvero sepolto.
Questo è il contesto in cui si inserisce Kill the Shadow, opera prima di Shadowlight, piccolo studio di Shanghai sostenuto da Hypergryph, e pubblicato da Phoenix Game, un gioco di ruolo che rifiuta categoricamente l’azione per abbracciare integralmente il peso delle scelte, dei dialoghi e delle conseguenze che ne derivano, spesso durissime e senza possibilità di ritorno.
Ciò che colpisce fin dalle prime battute non è tanto la trovata di un detective capace di riavvolgere il tempo, quanto la sensazione che dietro quella trovata ci sia effettivamente qualcosa da raccontare. Shadowlight è uno studio che ha rischiato di non arrivare mai al lancio, e questa tensione, questa volontà quasi disperata di esistere, si percepisce nettamente giocando Kill the Shadow.
Va premesso che non si tratta di un prodotto calibrato a tavolino per accontentare tutti, ma un’opera che porta avanti la propria visione fino in fondo, con tutti i rischi che questo comporta. Il gameplay è semplice nella sua impostazione ma diretto negli effetti, privo di sparatorie e combattimenti se non come ultima e brutale risorsa.
Ogni caso in Kill the Shadow nasce da un evento apparentemente isolato quale la morte sospetta di un cane, la scomparsa di un uomo durante una festa religiosa, per poi allargarsi lentamente fino a coinvolgere l’intera città e gli abitanti che la popolano, i suoi quartieri e i segreti che custodisce da un decennio.
Kill the Shadow buca lo schermo
Voglio partire proprio dal colpo d’occhio perché la pixel art di Kill the Shadow è curatissima, di quelle che ti inchiodano a guardare lo schermo solo per il gioco di luci che ricrea, tanto che mi sono ritrovato a fare parecchi screenshot senza nemmeno accorgermene, semplicemente per il gusto di fermare un’inquadratura.
C’è un lavoro sulla profondità visiva davvero notevole, con gli ambienti sullo sfondo che si annebbiano a poco a poco e danno risalto ai dettagli in primo piano, con la chiara intenzione di voler guidare lo sguardo del giocatore verso ciò che conta davvero in quel preciso istante dell’indagine, senza, però, perdere di vista quello che accade nello sfondo.
La pixel art è modellata su ambienti tridimensionali costruiti con cura, mentre sopra quella geometria si muovono sprite 2D perfettamente integrati nella scena grazie a un lavoro di ordinamento basato sulla profondità tutt’altro che scontato, che richiede pipeline artistiche distinte a lavorare in perfetta sincronia. Il risultato è un’estetica che assume le sembianze di una vetrata neon-noir, un contrasto tra retrò e ambienti dal respiro cinematografico.
Le luci al neon si riflettono sulle pozzanghere del molo, i fasci luminosi tagliano i vicoli più stretti sotto una pioggia praticamente onnipresente, e l’intera città sembra respirare un’atmosfera a metà tra il noir classico e un’estetica anni Ottanta rivisitata in chiave orientale. Il paragone che viene naturale è quello con un vecchio romanzo poliziesco illustrato, passato però attraverso un filtro cyberpunk che serve anche ad amplificarne la componente malinconica.
Anche nei momenti più affollati, come le fiere religiose della Città Vecchia o le proteste cittadine, Kill the Shadow riesce a mantenere una leggibilità sorprendente così che gli elementi interagibili restino sempre ben distinguibili dallo sfondo, dettaglio tutt’altro che scontato considerando la densità visiva di certe inquadrature e il numero di particolari ambientali che popolano lo schermo.

Un’ombra da uccidere?
Vestendo i panni di Lucas, un ex poliziotto alle prese con un mistero che chiaramente non vi spoilero, ci muoviamo costantemente tra dialoghi, scelte e indagini. Sono certo che chi ha giocato Disco Elysium riuscirà a riconoscere immediatamente l’ispirazione, meno stratificata nella scrittura, ovviamente. Sarebbe ingeneroso pretendere lo stesso livello di un simile gigante. Eppure, Kill the Shadow mantiene la medesima impostazione fatta di scelte pesanti, capaci di stravolgere non soltanto l’esito della singola indagine ma anche quello della macro storia che tiene insieme l’intera esperienza.
Anche in Kill the Shadow è presente un compagno che ci segue passo passo, che offre suggerimenti e con cui è possibile dialogare quasi in ogni momento: proprio l’Ombra che il titolo del gioco suggerisce di uccidere. Ed è un dettaglio che trovo particolarmente riuscito, perché costruisce fin da subito una tensione sottile tra ciò che il titolo promette e ciò che il rapporto tra i due personaggi effettivamente racconta.
L’inserimento di un companion fumoso non è tanto un semplice espediente narrativo proposto esclusivamente per giustificare la componente soprannaturale, quanto un vero e proprio secondo protagonista, sarcastico e ambiguo, che commenta le azioni di Lucas e ne mette costantemente in discussione la morale, capace soprattutto di leggere e riavvolgere i ricordi.
Il sistema di dialogo trasforma quindi ogni conversazione in una scelta carica di peso specifico. Lucas può crescere lungo quattro direttrici che aprono approcci d’indagine radicalmente diversi tra loro (intimidazione, corruzione, empatia o, quando le parole non bastano più, la violenza). Un investigatore carismatico riuscirebbe a estorcere confessioni che un Lucas muscoloso non otterrebbe mai, mentre un approccio più riflessivo permette di cogliere dettagli che altrimenti resterebbero invisibili agli occhi meno attenti.
Anche il denaro, va detto, può diventare uno strumento d’indagine, capace di sbloccare informazioni o la disponibilità di determinati personaggi quando ogni altra strada sembra chiusa. Il sistema non giudica, però, immediatamente il metodo scelto e questo rappresenta il pregio più grande di Kill the Shadow. Lascia che sia il giocatore a decidere quale tipo di detective vuole incarnare, sapendo che ogni strada condurrà a eventi diversi sulla città e sui suoi abitanti.

Ascolta e leggi
Il gameplay di Kill the Shadow, come accennato, è volutamente essenziale, ma non per questo povero. Si interagisce con l’ambiente alla ricerca di oggetti, si ascoltano le conversazioni della gente per strada, spesso rivelatrici più di quanto sembri a un primo sguardo, e si legge, tanto, forse anche più del previsto. C’è davvero tanto testo da assimilare in Kill the Shadow, ed è bene saperlo prima di avviarlo, ma il menù dedicato alle deduzioni aiuta concretamente a tenere insieme i fili dell’inchiesta senza perdersi lungo il percorso.
A tenere insieme l’impianto investigativo c’è infatti un sistema di deduzione fisico che ricorda, nella sua concretezza tattile, un vero e proprio metodo di lavoro poliziesco. Un taccuino raccoglie ogni informazione raccolta sul campo, mentre una bacheca permette di appuntare indizi, profili dei sospettati, fotografie e appunti, da dover collegare tra loro con dei fili a seconda della domanda che viene posta.
Dopo ogni interrogatorio, ogni deposizione di un testimone, ogni ispezione della scena del crimine o semplicemente dopo una chiacchierata, si torna quindi in questo ufficio digitale per fissare e incastrare i pezzi del puzzle in un rituale che diventa sì presto parte integrante del ritmo di gioco ma che finisce per essere sempre meno intrigante.
Il potere di riavvolgimento dell’Ombra si innesta perfettamente in questo impianto, più che in una componente puramente action, perché tornare indietro per cogliere un dettaglio sfuggito o rivedere una scena da un’altra angolazione permette di ricostruire una linea temporale che altrimenti resterebbe incompleta. Quando un indizio si sblocca, perché si è finalmente riusciti a collegare due informazioni che il gioco non aveva mai sottolineato esplicitamente, la soddisfazione è reale e concreta.
Il rischio, va detto, soprattutto nella parte centrale dell’avventura, è che l’intreccio di prove e deduzioni possa diventare fitto al punto da far perdere lucidità al giocatore meno attento. Non è un problema che rovina l’esperienza, ma è innegabile che alcune sessioni richiedano una concentrazione superiore alla media, in un genere che generalmente non pretende sforzi mnemonici così importanti da parte di chi gioca.

Le scelte lasciano il segno
Il vero banco di prova di Kill the Shadow arriva al momento di fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni. Le decisioni prese durante le indagini non si limitano a deviare qualche battuta di dialogo, ma cambiano concretamente il destino dei personaggi coinvolti e conducono verso finali multipli, in una città in cui tutti sembrano innocenti ma nessuno lo è fino in fondo.
Dopo aver ricostruito i fatti, resta da stabilire quale forma debba assumere la giustizia, sapendo che ogni risposta comporta un prezzo da pagare, spesso molto punitivo, e che non esistono scorciatoie indolori. È una scelta di design che premia chi ama un’esperienza di ruolo autenticamente reattiva, capace di ripagare più partite con approcci diversi grazie al sistema di build legato agli attributi di Lucas, ma che può risultare severa per chi si aspetta un margine di errore ampio o la possibilità di rimediare facilmente a una decisione avventata.
Kill the Shadow non perdona quindi con facilità, e proprio in questa mancanza di indulgenza trova gran parte della propria identità, riuscendo a distinguersi da tanti altri titoli del genere investigativo che preferiscono addolcire l’impatto delle scelte che il giocatore compie con l’inserimento di aiuti e avvertimenti preventivi che spesso affievoliscono l’esperienza.
Quello che mi è rimasto impresso più di tutto, però, è la scrittura, perché la storia alla base del gioco ha un peso specifico che in produzioni di questo tipo (non voglio dire minori) spesso manca. Si sente tutto il lavoro di un team piccolo ma capace di farti entrare in ogni singola vicenda in cui ti imbatti, senza mai dare la sensazione di riempire i quartieri della città con casi buttati lì tanto per allungare il brodo o con personaggi che a nulla servono.
Al termine dell’indagine, Kill the Shadow lascia la sensazione di un debutto sorprendentemente maturo per un piccolo studio indipendente che, fino a poco tempo fa, rischiava concretamente di non veder mai la luce. La fusione tra pixel art e ambienti tridimensionali costruisce un’identità visiva rara e memorabile, capace di distinguere il gioco a colpo d’occhio da qualsiasi altro titolo investigativo sul mercato.
Il sistema di dialogo e deduzione, per quanto debitore di Disco Elysium, riesce comunque a trovare una propria voce, sorretta da una scrittura capace concretamente di reggere il peso di scelte realmente conseguenziali. Non mancano le criticità. L’intreccio di indizi può diventare dispersivo nella parte centrale dell’avventura e il ritmo generale risulta decisamente compassato e poco indicato per chi cerca un’esperienza più immediata, e la severità con cui il gioco tratta gli errori del giocatore non sarà per tutti.
Ma chi è alla ricerca di un’avventura investigativa capace di prendere sul serio ogni singola parola pronunciata, e di farne pagare il conto fino in fondo, troverà in Kill the Shadow un esemplare perfetto che vale davvero la pena portare a termine, con un taccuino alla mano e l’intenzione di scoprire cosa sia realmente accaduto a quella città dieci anni fa.
Kill the Shadow rappresenta un piccolo ma grande debutto nei mezzi e nella scrittura, capace di trasformare ogni indizio in un peso morale reale.
Pro
- Direzione artistica straordinaria, tra pixel art e ambienti 3D
- Scrittura solida e capace di dare peso a ogni singola vicenda
- Sistema di dialogo profondo, con conseguenze reali e durature
- Grande libertà di approccio grazie ai tre attributi di Lucas
- Esplorazione verticale che valorizza la scoperta
Contro
- L'intreccio di indizi può diventare dispersivo nella parte centrale
- Ritmo lento, poco adatto a chi cerca immediatezza
- Le conseguenze punitive delle scelte non saranno per tutti