“Il Diavolo Veste Prada 2” – Recensione
20 anni dopo torna il Diavolo Veste Prada nelle sale italiane, con un sequel all'altezza del suo predecessore.
Accesso garantito tramite proiezione stampa locale o anteprima cinematografica dedicata.
A vent’anni esatti di distanza dal suo clamoroso debutto, l’attesa è finalmente giunta al termine: Il Diavolo veste Prada 2 fa il suo monumentale ingresso nelle sale italiane.
Stiamo parlando di un evento di portata storica per la cultura pop, e non esito a definirlo senza mezzi termini una delle pellicole più attese e discusse dell’ultimo decennio.
Il capostipite del 2006 non è stato un semplice film, ma un cult generazionale intramontabile, un faro che ha dettato legge sia nel linguaggio cinematografico che nell’immaginario della moda.
Eppure, prima di addentrarci in questa analisi, è fondamentale sfatare una concezione errata ma diffusissima: la sceneggiatura di questo sequel non è affatto l’adattamento de “La vendetta veste Prada”, il secondo romanzo di Lauren Weisberger.
Se l’opera cartacea seguiva Andy nella fondazione di una rivista di matrimoni, Hollywood ha deciso di sradicare la trama per abbracciare una direzione diametralmente opposta e tremendamente più affascinante.
Questa nuova sceneggiatura ci getta in pasto al brutale declino della carta stampata, mettendo in scena uno scontro titanico e inedito tra una Miranda Priestly minacciata dai tempi moderni e la sua ex prima assistente, Emily Charlton, ora spietata e potentissima dirigente di un colosso del lusso.
Dunque, allacciate le cinture (rigorosamente firmate): andiamo con ordine e dissezioniamo questo nuovo, feroce capitolo dedicato alla nostra tanto amata e temuta Miranda Priestly.
Una trama molto più stratificata
Senza ombra di dubbio, il fiore all’occhiello di questa nuova produzione risiede in un’architettura narrativa nettamente più complessa, stratificata e ambiziosa rispetto alla pellicola originale.
Se dissezioniamo il capostipite del 2006, ci accorgiamo che la sceneggiatura poggiava su una struttura tutto sommato lineare, sorretta da un rigido bipolarismo narrativo: l’opera si reggeva sul continuo pendolarismo tra la sfera intima e sentimentale di Andy e la sua progressiva discesa nell’Olimpo spietato di Runway.
In questo secondo capitolo, al contrario, la scrittura abbandona quella rassicurante dicotomia per abbracciare un respiro corale e polifonico.
Il film semina fin dal primo atto una moltitudine di sottotrame e spunti narrativi — le brutali logiche aziendali moderne, lo scontro generazionale, la crisi dell’editoria stampata, intessendo una tela fittissima che rischiava, in mani meno esperte, di collassare sotto il suo stesso peso.
Ma è proprio qui che il film trionfa, dimostrando un controllo chirurgico del pacing.
La pellicola non lascia nemmeno un filo sfilacciato, rifiutandosi di abbandonare storyline nel vuoto o di ricorrere a risoluzioni vaghe.
Ogni singola “scheggia” narrativa lanciata nel corso della visione viene magistralmente raccolta e fatta convergere in un terzo atto di rara coesione, garantendo uno scioglimento dell’intreccio denso, appagante e strutturalmente inattaccabile.

Una Miranda non proprio al top
Tuttavia, se dobbiamo muovere una critica chirurgica a questa produzione, il mirino si sposta paradossalmente proprio sul sole attorno a cui l’intera pellicola orbita: Miranda Priestly in persona.
Intendiamoci, il suo carisma rimane per distacco la forza motrice dell’opera, eppure si avverte una tangibile perdita di mordente.
Questa “nuova” Miranda appare quasi anestetizzata, privata di quella spietatezza glaciale e di quel sadismo elitario che l’avevano consacrata alla storia del cinema nel 2006.
Ci troviamo di fronte a una zarina della moda pericolosamente contenuta, smussata nei suoi angoli più controversi e taglienti.
È innegabile che questa metamorfosi “conservativa” sia dettata da precise architetture di trama, legate alla vulnerabilità del suo impero in declino, ma, se devo essere del tutto onesto, avrei preferito di gran lunga vederla trincerata nella sua storica e inavvicinabile austerità.
Da spettatore, volevo ritrovare il “diavolo” puro, non un demone sceso a compromessi narrativi.
E attenzione, sgombriamo subito il campo da ogni equivoco: nessuna colpa può essere imputata all’immensa Meryl Streep.
L’attrice ci regala l’ennesima, divina masterclass recitativa, capace di dominare l’inquadratura e raggelare il sangue con un semplice inarcamento di sopracciglio.
Il problema risiede interamente alla base, in una scrittura del personaggio che sembra aver avuto quasi il timore di lasciarla graffiare come un tempo, al netto di questa inspiegabile “edulcorazione”, Miranda si conferma un colosso assoluto, ma con un’aura di terrore leggermente, e forse inutilmente, mitigata.

Un cast perfetto anche 20 anni dopo
Spostando la lente d’ingrandimento sul comparto attoriale, ci troviamo di fronte a un trionfo corale senza la minima sbavatura.
L’amalgama tra la “”vecchia guardia”, di ritorno dal primo iconico capitolo, e i nuovi innesti è semplicemente inattaccabile, generando un’alchimia magnetica fin dalla primissima inquadratura.
Il vero miracolo di regia e di casting risiede nell’economia dello screen time: ogni singolo interprete, dai pilastri della narrazione fino all’ultimo dei comprimari, risulta organico e vitale per la tenuta dell’opera.
Persino i fisiologici cammei, che in pellicole legate all’ecosistema dell’alta moda rischiano costantemente di scadere nel bieco fan service da passerella, sono incastonati in modo divino, arricchendo la credibilità e il fascino di questo spietato universo.
Ma se sono chiamato a elevare due nomi sull’Olimpo di questa produzione, i riflettori si puntano inesorabilmente sul titanico scontro a distanza tra Meryl Streep ed Emily Blunt.
La loro sinergia è il vero cuore pulsante della pellicola, insieme mettono in piedi una recitazione d’eccellenza assoluta, un duopolio scenico in cui ogni sguardo affilato, ogni micro-espressione e ogni silenzio vale da solo il prezzo del biglietto.
Al netto di queste due stelle polari, l’intera compagine attoriale ha consegnato una prova titanica, rasentando la perfezione formale.

Un comparto musicale incredibile, soprattutto grazie a Lady Gaga
Se ci spostiamo ad analizzare il comparto sonoro, ci troviamo di fronte a un lavoro di fino che rasenta l’eccellenza, una vera e propria sfilata auditiva in cui non posso che muovere sentiti elogi.
Come da copione, assecondando la fisiologica fame di nostalgia del pubblico, la colonna sonora riaccoglie a braccia aperte l’intramontabile Vogue di Madonna, un inno fondativo la cui assenza, in un sequel di questa caratura, sarebbe stata percepita come puro e inaccettabile sacrilegio.
Eppure, l’intelligenza di questa produzione musicale sta nel non adagiarsi sui fasti del passato, puntando i suoi riflettori più accecanti sui brani inediti cuciti su misura per la pellicola.
Da un lato abbiamo l’esplosiva Runway, la hit trainante già nota al grande pubblico in cui Lady Gaga unisce le forze con la rapper Doechii per consegnarci un pezzo energico, graffiante e perfettamente calato nell’atmosfera spietata dell’opera.
Ma la vera gemma nascosta della produzione, il momento che mi ha letteralmente rapito durante la visione, è una seconda traccia inedita eseguita unicamente da Gaga.
Ci troviamo di fronte a un pezzo di una potenza vocale disarmante, un brano che si muove esattamente sulle coordinate timbriche e sull’estensione vertiginosa che l’artista statunitense ha sfoggiato magistralmente nel suo ultimo, acclamato album in studio, Mayhem.
L’impatto emotivo e drammatico di questa canzone all’interno della pellicola è tale da generare un’attesa febbrile per il suo approdo ufficiale sulle piattaforme di streaming.
E, permettetemi di chiudere con una speranza viscerale: un’esecuzione di tale portata merita il palcoscenico dal vivo, e mi auguro con tutto me stesso che venga inserita di prepotenza nella setlist del suo prossimo tour.

Il Diavolo Veste Prada 2 è il sequel perfetto con qualche sbavatura minima
Tirando le somme di questa nostra lunga passerella critica, il verdetto è tanto cristallino quanto inequivocabile: ci troviamo al cospetto di un’autentica rarità cinematografica, il sequel strutturalmente e spiritualmente perfetto.
Questo secondo capitolo non si limita a frantumare il cinico stigma che condanna le produzioni tardive al triste ruolo di pallide operazioni commerciali, ma lo disintegra.
Si erge a vera e propria masterclass su come si debba espandere un universo narrativo senza mai tradirne l’anima originaria.
Con una prepotente eleganza, la pellicola si accomoda fin da subito in quell’inaccessibile Olimpo della cultura pop, affiancando a testa altissima l’intramontabile e venerato capostipite del 2006.
Alla luce di tutto questo, non mi resta che formulare una promozione a pieni voti e senza la minima riserva.
È un’opera imprescindibile che esige e merita il grande schermo, il mio consiglio più spassionato è di correre in sala: il Diavolo è tornato, e la sua nuova collezione è un capolavoro assoluto.
Vi lascio infine il trailer del film per altri contenuti sul Diavolo Veste Prada 2, e vi rimando alla nostra ultima recensione per più contenuti sul mondo del cinema.
Un sequel pienamente all'altezza del suo predecessore, con un cast semplicemente perfetto e una produzione musicale divina. L'unica sbavatura ricade su una Miranda non proprio fredda ed austera, come nella sua prima controparte.
Pro
- Un cast perfetto
- Una produzione musicale ottima
- Una trama ben più complessa e stratificata in confronto alla sua prima controparte
- Meryl Steep e Emily Blunt rimangono l'apice della produzione
Contro
- Una Miranda molto più controllata e meno tagliente