Yerba Buena – Recensione PS5 Pro
Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.
Sviluppatore: Mad About Pandas
Publisher: Focus Entertainment
Piattaforme: PS5, Xbox Series X/S, PC
Testato su: PlayStation 5 Pro
Genere: Puzzle Platformer
Giocatori: 1
San Francisco, 1976.
Barb non sta avendo una buona giornata: una ruota bucata le fa saltare un colloquio di lavoro, il taxi su cui sale viene sequestrato da una banda di motociclisti, e il mondo intorno a lei continua a glitchare come un file corrotto. Nel caos, Barb mette le mani su una valigetta abbandonata dai rapitori. Dentro c’è l’Oscillatore, un dispositivo che sembra l’incrocio tra una telecamera VHS e un’antenna parabolica, e che le permette di fare una cosa molto particolare: copiare le proprietà fisiche di un oggetto e incollarle su un altro.
Da qui in poi, Yerba Buena diventa un puzzle platformer in prima persona con un’idea meccanica che non avevi ancora visto, ambientato in una città che non sa ancora di essere un videogioco, anche se ha tutti i sintomi lì, in bella vista. Sviluppato da Mad About Pandas e pubblicato da Focus Entertainment, arriva su PS5 il 26 maggio 2026 dopo il debutto su PC, e porta con sé tanto di quello che rende certi indie memorabili: personalità, ironia, idee coraggiose. Porta con sé anche qualche spigolo di troppo, che fa parte di un’equazione mai indigeribile, ma sicuro… dalle note amare.

Yerba Buena – Recensione PS5 Pro
Il cuore di Yerba Buena è la meccanica dell’Oscillatore, e vale la pena prendersi un momento per spiegare come funziona, perché non è immediata come potrebbe sembrare. Non si tratta di spostare oggetti, non direttamente. Non si tratta di spostare o teletrasportare noi, come l’affinità a Portal potrebbe far pensare.
L’Oscillatore cattura il comportamento di un oggetto, la sua proprietà fisica in un determinato momento, e la trasferisce su un altro oggetto (non tutti gli oggetti a schermo sono interagibili con questo copia-incolla di proprietà fisica). Se c’è una macchina che si muove verso sinistra, puoi catturare quel movimento e applicarlo a una piattaforma ferma, che inizierà a scorrere nella direzione relativa a quell’iniziale movimento: questo significa che se un oggetto di fronte a te si sta muovendo a sinistra, copiando il suo movimento su un oggetto alla tua immediata destra questo viaggerà verso la tua iniziale sinistra, quindi in questo caso verso il tuo “dietro”.
Di pari passo (e con meno complicazioni di assi e movimenti direzionali), se un oggetto rimbalza, puoi trasferire quel rimbalzo a qualcos’altro. Se qualcosa è appiccicoso, puoi far sì che anche un’altra superficie lo diventi.
È una di quelle idee che nelle prime sessioni fa scattare quella sensazione rara di stare imparando un nuovo linguaggio. I puzzle iniziali sono ottimi tutorial travestiti da situazioni: ti introducono le regole gradualmente, ti lasciano il tempo di farle diventare intuitive, e quando clicca, clicca davvero.
C’è qualcosa di intrinsecamente soddisfacente nell’applicare il movimento di un tram a una cassa per creare un ponte improvvisato, o nel combinare rimbalzo e scivolosità per raggiungere una piattaforma che sembrava inaccessibile. Nei momenti migliori, Yerba Buena produce quegli “aha!” che i migliori puzzle game sanno costruire meglio di qualsiasi altro genere, sopratutto nei tanti momenti nei uqlai ti sembrerà di sentirti un po’ troppo bloccata.

Man mano che si avanza, l’Oscillatore si arricchisce di nuove proprietà da catturare e combinare, e i puzzle iniziano a richiedere sequenze più elaborate: cattura questo, applica là, poi torna a catturare quell’altro e combinalo con il primo, dati anche i limiti spaziali di applicazioni della caratteristica copiata (dopo un tot di passi la perderemo). La struttura è lineare, ogni livello è una stanza-puzzle separata piuttosto che un open world da esplorare, e il gioco non finge di essere qualcosa di diverso. Barb commenta persino le pareti invisibili quando ci vai a sbattere, il che è coerente con la premessa narrativa.
Una storia che sa ridere di sé stessa
Yerba Buena non è solo un puzzle game con un pretesto narrativo. La storia ha qualcosa da dire, e lo dice con un’ironia tagliente che mi ha sorpreso più volte nel corso dell’esperienza.
Il twist principale, che il gioco rivela abbastanza presto senza che valga la pena nasconderlo, è che Barb non è la protagonista prevista di questo videogioco. È un personaggio secondario che si è ritrovato sveglio in un sistema malfunzionante mentre il vero player character è altrove a fare le proprie cose. Tu stai giocando una storia che non avrebbe dovuto essere la tua.
Da qui il gioco costruisce un sistema di commenti su sviluppo, simulazione e intelligenza artificiale che funziona su più livelli. Ci sono audio log di sviluppatori fittizi che parlano del gioco che stai giocando, hippie che assemblano puzzle da attrazioni di parchi a tema dismesse, e un villain tech-miliardario che vuole comprare il parco pubblico della città per costruire una torre televisiva e nuovi uffici.
La critica alla Silicon Valley e alla gentrificazione urbana è esplicita e non si vergogna di esserlo: il capitalismo del tech come forza che svuota le città dei loro abitanti originali è un tema che Yerba Buena porta avanti con coerenza per tutta la durata dell’esperienza, e con qualche genuina frecciata al mondo del game dev che fa sorridere chiunque abbia passato del tempo a seguire le vicende dell’industria.

Non tutto funziona con la stessa efficacia. La storia diventa via via più bizzarra, con svolte che a volte sembrano prendere direzioni diverse senza un filo abbastanza solido a tenerle insieme, e ci sono momenti in cui la narrativa sembra più un pretesto per accumulare idee interessanti che un racconto con una struttura precisa. Ma la voce è lì, è riconoscibile, e Barb è una protagonista con abbastanza carattere da reggere anche i momenti in cui la trama vacilla, anche se, quando persino lei si sente persa, noi precipitiamo nel vuoto.
L’indie che mostra le cuciture
Ed è qui che si apre la questione più complicata da navigare quando si parla di Yerba Buena. Perché il gioco ha l’aspetto, il prezzo e l’ambizione di qualcosa che potrebbe competere con i puzzle platformer di riferimento del genere, ma nella pratica incontra alcune difficoltà che si sentono.
I checkpoint sono poco generosi, in modo che non sembra sempre giustificato dal design. Quando un puzzle lungo e articolato va storto vicino alla fine per un errore di posizionamento o per un comportamento fisico imprevisto, ricominciare dall’inizio ha un costo in termini di tempo e pazienza che si accumula nel corso delle ore.
Non è difficoltà, è attrito.
C’è una differenza sostanziale tra un puzzle che ti fa ricominciare perché la soluzione richiedeva un’intuizione diversa, e uno che ti fa ricominciare perché la fisica ha reagito in modo inaspettato o perché un elemento dell’ambiente non si è comportato nel modo in cui sembrava dovesse farlo.

I bug sono presenti e in alcuni casi influenzano l’esperienza in modo concreto. Oggetti che non rispondono correttamente all’Oscillatore, comportamenti fisici erratici, situazioni in cui la soluzione corretta non produce il risultato atteso al primo tentativo. Per un gioco che si fonda interamente sulla coerenza delle regole fisiche che impone al giocatrice, ogni inconsistenza è una crepa nel contratto fondamentale tra gioco e giocatrice.
C’è anche una questione di imprecisione nella seconda metà. I puzzle avanzati richiedono sequenze di operazioni più lunghe e complesse, e a volte la difficoltà percepita viene amplificata non dalla vera complessità dell’enigma, ma dalla necessità di rieseguire passaggi già risolti perché qualcosa non ha funzionato come previsto. Insomma, come dice anche Finger Guns, l’idea è lì, il potenziale è lì, ma la realizzazione non è sempre all’altezza.
Quello che resta
Detto tutto questo, Yerba Buena non è un prodotto che si dimentica facilmente.
La sua meccanica centrale è genuinamente originale nel panorama dei puzzle platformer in prima persona, e nei momenti in cui funziona alla perfezione si sente la differenza rispetto a qualcosa costruito su idee già viste. La presentazione visiva è colorata e coerente, con una palette che cattura quell’estetica anni Settanta californiana senza mai diventare stucchevole (un po’ come già aveva fatto American Arcadia, qualche anno fa). La colonna sonora si adatta all’ambientazione con intelligenza. La scrittura, nella maggior parte dei casi, vale il tempo che ci si investe.

Per chi cerca un puzzle game che abbia qualcosa di nuovo da dire sul piano meccanico e che non si prenda troppo sul serio sul piano narrativo, trovando però lo spazio per qualche commento pungente su gentrificazione e capitalismo tech, Yerba Buena offre una decina di ore che valgono la spesa. Lo consiglio con la consapevolezza che occorre portarsi dietro una certa tolleranza per la spigolatura indie, per qualche bug che non avrebbe dovuto passare il gold, e per un sistema di checkpoint che a volte si dimentica di essere al servizio del giocatore.
Non è Portal. Non ci prova nemmeno ad esserlo nel modo in cui certi giochi si mettono all’ombra dei loro predecessori illustri. È qualcosa di più strano, di più difettoso, e in certi momenti di più interessante. Yerba Buena: erba buona, non perfetta. Alla faccia di chi nel mojito ci mette la menta…
Fresco, dissetante, ma non senza qualche amarezza implicita
Pro
- Un game loop davvero innovativo
- Quando funziona, funziona bene
- Narrativamente accattivante, con tante frecciatine al mondo del tech
Contro
- Molto spigoloso nella qualità dei modelli e nella UX in generale
- Checkpoint poco generosi
- A volte la narrazione va davvero troppo fuori binario