The Blood of Dawnwalker – Recensione

Recensito su PlayStation 5

Editoria & Trasparenza

Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.

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Ecco la nostra recensione di The Blood of Dawnwalker

Prima ancora di avviare The Blood of Dawnwalker è praticamente impossibile non fare un confronto con The Witcher 3. Non è per niente un paragone campato per aria: dietro al progetto ci sono infatti diversi sviluppatori che hanno lavorato proprio alla saga di CD Projekt RED. In un certo senso, quindi, Dawnwalker può essere visto come una sorta di “fratello” di The Witcher, cresciuto però in una famiglia diversa e con idee tutte sue. Ed è proprio qui che sta il bello ma i risvolti non sono sempre tutti positivi. Perché avere nel proprio DNA parte di quella squadra è senza dubbio un enorme punto di forza, ma significa anche partire con un’ombra piuttosto ingombrante alle spalle. Quando realizzi un action RPG fantasy con una forte componente narrativa ma che viene automaticamente paragonato a The Witcher sta a significare che il confronto è uno dei capolavori assoluti del genere, quindi non è esattamente una passeggiata. Ci si confronta con pesi massimi.

Dawnwalker, però, non sembra voler essere semplicemente una sorta di spin off alla lontana. Anzi, già dalle prime ore mette sul tavolo alcune idee interessanti e una propria identità, cercando di prendere quell’eredità e portarla in una direzione diversa. La domanda, quindi, non è tanto se riesca a essere il nuovo The Witcher, quanto piuttosto se riesca a diventare qualcosa di abbastanza personale da non vivere perennemente al confronto con il suo fratello maggiore.

The Blood of Dawnwalker – Recensione

La storia ci mette nei panni di Coen, un giovane che si ritrova a dover dividere la propria vita tra la famiglia e un mondo che sta diventando sempre più pericoloso. Tra una madre malata di cui prendersi cura, dei fratelli più piccoli e un padre che, oltre ad aiutarlo a mandare avanti la famiglia, lo addestra al combattimento grazie al suo passato da mercenario, Coen conduce una vita tutto sommato semplice. Almeno fino a quando gli equilibri della valle in cui vive non vengono completamente stravolti.

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Ecco i vrakhiri in The Blood of Dawnwalker

Siamo in una regione dell’Europa orientale medievale, tra le montagne dei Carpazi del XIV secolo: nella valle, infestata dalla peste, fra la sua comparsa Brencis, un Vrakhiri, una sorta di vampiro (a cui abbiamo dedicato un editoriale che puoi leggere cliccando qui) che prende il controllo dell’intero territorio dopo aver ucciso il sovrano che la governava. La cosa interessante è che, nonostante il suo arrivo sia tutt’altro che pacifico, Brencis riesce inizialmente a conquistare il favore della popolazione: dopo essersi liberato del precedente regnante, infatti, utilizza il proprio sangue per curare la valle dalla peste che la sta devastando. Anche l’esercito del vecchio sovrano finisce rapidamente dalla sua parte, contribuendo a consolidare il suo dominio. Naturalmente, il prezzo da pagare per questa “salvezza” non è esattamente basso. Brencis governa la valle con il pugno di ferro e, a intervalli regolari, pretende che la popolazione doni il proprio sangue durante delle vere e proprie messe. Chi si oppone o disobbedisce rischia la morte, mentre i suoi soldati possono sostanzialmente fare ciò che vogliono, approfittando del potere che il nuovo sovrano ha messo nelle loro mani.

È un’ambientazione che funziona soprattutto perché non presenta il classico scenario in cui abbiamo semplicemente un cattivo da sconfiggere e un popolo oppresso da salvare. Brencis ha effettivamente salvato la valle dalla peste, ma lo ha fatto trasformandola in qualcosa di molto simile a una prigione. E Coen si ritrova proprio nel mezzo di questa situazione, con una famiglia che finirà presto in ostaggio ed un nuovo sovrano che rende improvvisamente molto più complicato anche solo provare a vivere una vita normale, tanto che parte della popolazione non ha la minima intenzione di ribellarsi a lui. Nei panni di Coen avremo quindi solo 30 giorni per cercare di padroneggiare i nuovi poteri di cui godrà e trovare degli alleati degni di questo nome.

Uomo di giorno, succhiasangue di notte

Il gameplay di The Blood of Dawnwalker ruota principalmente attorno a una caratteristica che gli dà una doppia anima: il giorno e la notte. Durante il giorno Coen è ancora umano e può affidarsi alla stregoneria, oltre che alle armi e alle abilità legate al combattimento con la spada. Quando però cala il sole, la situazione cambia completamente: Coen si trasforma in un Vrakhiri e deve fare i conti con la propria sete di sangue, ma in compenso può finalmente sfruttare i poteri sovrannaturali della sua natura vampirica, anche durante gli scontri.

Il mondo di The Blood of Dawnwalker
Avrai 30 giorni (e 30 notti) per salvare la famiglia di Coen

Le abilità sono distribuite in tre alberi distinti, dedicati rispettivamente alla stregoneria, al combattimento e ai poteri da Vrakhiri. Un sistema che garantisce una discreta libertà nella costruzione del personaggio e permette di sperimentare approcci diversi, ma che porta con sé una conseguenza piuttosto importante: per sbloccare determinate abilità serve tempo. E quello è probabilmente il bene più prezioso che Coen possiede. L’intera avventura si sviluppa infatti nell’arco di soli 30 giorni, durante i quali dovremo non soltanto diventare più forti, ma anche creare alleanze e portare avanti le nostre attività. E no, non si tratta del classico “tempo” che esiste soltanto sulla carta: ogni giornata è scandita da una vera e propria barra divisa in sezioni e ogni attività consuma una parte di quel tempo. Quando la barra arriva alla fine, il giorno termina e arriva la notte, e viceversa.

Il sistema di The Blood of Dawnwalker porta quindi a fare una cosa che non sempre è scontata: saper scegliere. Non si può semplicemente girare per la mappa completando tutto quello che capita davanti agli occhi, almeno non senza conseguenze. Bisogna decidere quali attività portare avanti, quali personaggi aiutare (con determinate conseguenze), quali abilità sviluppare e, soprattutto, come spendere il tempo che abbiamo a disposizione. È una scelta di design interessante, perché trasforma anche la progressione del personaggio in una questione di priorità e non soltanto di accumulo di esperienza. Alla fine dei 30 giorni non è scontato che la famiglia di Coen si salvi: la morte dei loro componenti non si traduce in un game over ma semplicemente in una nuova piega che prenderà il racconto.

Anche il combattimento segue una filosofia piuttosto dinamica. Il sistema si basa soprattutto sulle parate direzionali (se si vuole rendere lo scontro più spicy) e sulle schivate, che permettono di evitare o bloccare gli attacchi per poi contrattaccare con la spada, con gli artigli da Vrakhiri oppure sfruttando le varie abilità a disposizione. Non è un sistema particolarmente permissivo: affrontare gruppi numerosi di nemici può diventare complicato in fretta e buttarsi nella mischia senza prestare attenzione può portare facilmente alla morte. Il livello di sfida, quindi, non è affatto basso, soprattutto quando ci si trova circondati e non si riesce a gestire correttamente le distanze e gli attacchi provenienti da più direzioni, ma una volta che ci si prende la mano diventa appagante uscire vittoriosi dagli scontri.

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Il gameplay cambia da giorno a notte

Infine c’è il mondo di gioco, che ho trovato piacevole da esplorare e ben caratterizzato. La mappa non è enorme, ma nemmeno così piccola da dare la sensazione di trovarsi in un semplice corridoio tra una missione e l’altra. Gli ambienti hanno una loro identità e riescono a restituire bene quell’atmosfera fantasy medievale cupa che il gioco vuole trasmettere. È difficile, però, non pensare a The Witcher mentre la si attraversa. Non perché Dawnwalker ne sia una copia, perché non lo è, ma perché qua e là c’è sempre qualcosa che richiama inevitabilmente il mondo di Geralt: il modo in cui sono costruiti alcuni ambienti, certe atmosfere, alcune situazioni e persino quella particolare sensazione di trovarsi in un mondo medievale sporco, violento e pieno di superstizioni. È un’eredità che il gioco porta con sé quasi inevitabilmente e che, ancora una volta, può essere tanto un punto di forza quanto un confronto difficile da evitare. Sarà comunque divertente muoversi nel mondo di gioco in due modi diversi: da umano durante il giorno e da vrakhiri di notte, sfruttando tutte le diverse abilità del caso.

Il richiamo del sangue

Tecnicamente, Dawnwalker non è probabilmente il gioco che ti farà spalancare la bocca per la sua grafica. Il colpo d’occhio è comunque notevole, soprattutto quando ci si trova davanti ai grandi panorami della valle, tra montagne, foreste e insediamenti medievali. L’Unreal Engine 5 fa il suo lavoro e il mondo riesce a essere molto suggestivo, ma basta avvicinarsi ai personaggi o osservare alcune animazioni per accorgersi che non siamo davanti a un nuovo punto di riferimento tecnico per il genere. È una grafica più solida che sorprendente, insomma: bella da vedere, ma con qualche elemento che sembra appartenere a una generazione precedente. E, curiosamente, anche sotto questo aspetto torna il paragone con The Witcher: Dawnwalker sembra più interessato a costruire un mondo credibile e riconoscibile che a stupire continuamente con la tecnologia.

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Nei panni di Coen dovrai intraprendere moltissime scelte

Il paragone si ripete anche sotto il punto di vista sonoro, soprattutto per la musica: la componente musicale contribuisce a rendere ancora più evidente il legame con The Witcher. Non parlo tanto dell’utilizzo di cori, voci o sonorità folkloristiche, che ormai sono diventati quasi un elemento ricorrente del fantasy, quanto dello stile generale della colonna sonora. Ci sono melodie, arrangiamenti e soprattutto un certo modo di accompagnare l’esplorazione e le situazioni più cupe che riportano inevitabilmente alla mente le avventure di Geralt. È una musica che cerca di fondere atmosfere medievali, malinconiche e inquietanti, alternando momenti più intimi ad altri in cui la tensione cresce. Anche qui, insomma, si ha quella strana sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di familiare: non è The Witcher, e la colonna sonora ha sicuramente una propria identità, ma sembra parlare la stessa lingua musicale. E forse è proprio questo il problema quando si eredita così tanto da un’opera del genere: anche quando si prendono strade proprie, è difficile non sentire l’eco del predecessore.

Cosa ci resta all’alba?

The Blood of Dawnwalker è, in definitiva, un gioco che mi ha lasciato una sensazione piuttosto particolare. Da una parte ci sono tante idee interessanti: la doppia natura di Coen, il modo in cui giorno e notte cambiano il gameplay, il sistema dei 30 giorni e la necessità di scegliere come spendere il proprio tempo. Sono tutti elementi che danno al gioco una personalità. Dall’altra parte, però, è difficile ignorare quanto Dawnwalker debba alla scuola di The Witcher. Se da un lato questo rappresenta una sorta di garanzia, dall’altro significa anche che il confronto con una delle pietre miliari del genere è praticamente inevitabile. Dawnwalker non è The Witcher, e forse il suo obiettivo non è nemmeno quello di esserlo, ma durante l’avventura capita spesso di chiedersi quanto sarebbe riuscito a guadagnare se avesse osato un po’ di più nel cercare una propria identità.

Anche tecnicamente non siamo davanti a un titolo che vuole lasciare a bocca aperta: il mondo è bello, gli scorci sono suggestivi e la direzione artistica funziona, ma alcuni modelli e soprattutto alcune animazioni ricordano che non tutto è allo stesso livello delle produzioni AAA più impressionanti. Anche il combattimento, pur risultando divertente e abbastanza impegnativo, non sembra voler reinventare il genere. Eppure, alla fine, The Blood of Dawnwalker riesce a lasciare una buona impressione proprio perché ha qualcosa da dire. È piuttosto un gioco che nasce dalla stessa scuola, ne porta inevitabilmente addosso alcune caratteristiche, ma prova a prendere quella formula e modificarla con idee proprie. Adesso resta da vedere se queste idee saranno sufficienti a farci ricordare Dawnwalker per quello che è, e non semplicemente per gli sviluppatori che lo hanno creato.

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8.5
The Blood of Dawnwalker è un RPG con idee interessanti e una sua personalità, ma dovrà riuscire a liberarsi dell’ingombrante ombra di The Witcher per dimostrare di poter camminare davvero con le proprie gambe.

Pro

  • La dualità del gameplay è interessante
  • Ogni scelta ha una conseguenza
  • Molto rigiocabile

Contro

  • Il paragone con the Witcher III è inevitabile
  • Grafica e animazioni non d'ultimo grido
  • I 30 giorni possono rappresentare un limite
Vai alla scheda di The Blood of Dawnwalker
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