Duskfade – Recensione PS5

Recensito su PlayStation 5

Editoria & Trasparenza

Prodotto acquistato personalmente dal recensore ai fini della valutazione.

Duskfade cover

Ci sono videogiochi capaci di riportarci indietro nel tempo ancora prima di iniziare davvero a giocare. Duskfade appartiene esattamente a questa categoria. Basta osservare per qualche minuto il mondo costruito dai ragazzi di Weird Beluga, prendere confidenza con il suo protagonista e compiere i primi salti per ritrovare sensazioni che sembrano appartenere a un’altra epoca.

Quella dei pomeriggi passati tornando da scuola in fretta, magari dopo aver visto qualche cartone animato su Italia 1, per poi accendere PlayStation 2 e perdersi per ore in mondi come quelli di Kingdom Hearts, Jak and Daxter, Ratchet & Clank o Sly Cooper.

Erano giochi colorati e apparentemente spensierati, ma capaci di costruire universi enormi nell’immaginazione di chi li giocava, popolati da personaggi carismatici, segreti da trovare e storie che spesso nascondevano qualcosa di più profondo dietro una superficie accessibile a tutti.

Con il passare degli anni quel tipo di produzione si è progressivamente fatto più raro. Il platform 3D non è certamente scomparso, ma quella particolare combinazione tra avventura, combattimenti, esplorazione e leggerezza tipica dei primi anni Duemila ha lentamente lasciato spazio ad altre formule.

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A primo impatto Duskfade vi farà pensare a Kingdom Hearts, ma nasconde molto di più

Sono stati soprattutto gli studi indipendenti e le produzioni di dimensioni più contenute a cercare di recuperare quelle sensazioni. Ed è proprio qui che entra in gioco Weird Beluga.

Con Duskfade, il piccolo team spagnolo prova a riportare nel presente lo spirito di quei videogiochi senza limitarsi a costruire una semplice operazione nostalgia. Non sempre riesce a liberarsi dall’ombra delle proprie fonti d’ispirazione e, soprattutto nelle prime ore, fatica a mostrare completamente la propria identità.

Quando però tutte le sue meccaniche iniziano a incastrarsi, Duskfade riesce finalmente a trovare una dimensione più personale e, soprattutto, estremamente divertente.

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In Duskfade l’accettazione del lutto è un tema principale della trama.

Duskfade Recensione | Un mondo che ti porta indietro nel tempo

Duskfade non cerca minimamente di nascondere i propri riferimenti. Il paragone più immediato è inevitabilmente Kingdom Hearts. Zirian, il giovane protagonista dell’avventura, combatte utilizzando la Lancetta, un’arma che per forma, impugnatura e persino per il modo in cui viene portata ricorda immediatamente il Keyblade di Sora. Anche alcune creature che popolano il mondo sembrano richiamare, almeno concettualmente, gli Heartless.

L’influenza dell’opera di Square Enix va però oltre la semplice estetica. Duskfade condivide con Kingdom Hearts quella particolare volontà di parlare di sentimenti e perdita all’interno di un universo apparentemente leggero e colorato.

Gli sviluppatori scelgono però una strada propria, costruendo la sua storia attorno al rapporto tra Zirian e sua sorella Allira e affrontando, senza appesantire eccessivamente il racconto, temi come il lutto e la difficoltà di accettare ciò che non possiamo cambiare.

Le altre due grandi influenze sono Jak and Daxter e Ratchet & Clank, soprattutto nella costruzione del rapporto tra i protagonisti. Zirian non affronta infatti questa avventura da solo: al suo fianco troviamo Cucù, uno stravagante volatile meccanico parlante che non ricorda praticamente nulla della propria origine.

Il rapporto tra i due funziona grazie a continui scambi di battute e a una leggerezza che accompagna buona parte dell’avventura. Non siamo davanti alla stessa alchimia delle coppie che hanno fatto la storia del genere, ma la dinamica riesce comunque a dare personalità ai momenti di esplorazione e a spezzare quelli narrativamente più pesanti.

Il problema è che Duskfade sembra talvolta troppo innamorato dei videogiochi ai quali si ispira. I riferimenti sono così evidenti che, almeno inizialmente, si rischia di passare più tempo a riconoscere ciò che ricorda Kingdom Hearts, Jak and Daxter o Ratchet & Clank piuttosto che a scoprire cosa renda davvero particolare l’opera di Weird Beluga.

Fortunatamente, andando avanti, qualcosa cambia.

Zirian, Allira e il mistero della torre

L’avventura comincia in maniera volutamente semplice. Zirian sta cercando di consegnare dei biscotti ad Allira, sua sorella, che dopo la morte del nonno che li ha cresciuti sembra essersi progressivamente isolata dal resto del mondo. Un piccolo momento familiare destinato però a trasformarsi rapidamente in qualcosa di molto più grande.

All’improvviso compare un’enorme torre avvolta da gigantesche catene dorate e Allira scompare. È da questo evento che prende forma il viaggio di Zirian, affiancato proprio da Cucù. Entrambi hanno motivazioni differenti ma un obiettivo comune: trovare Allira. Per Zirian significa recuperare l’unica persona della sua famiglia che gli sia rimasta, mentre Cucù sospetta che la ragazza possa essere direttamente collegata alla sua stessa esistenza.

Per raggiungere la torre sarà necessario attraversare quattro differenti biomi, individuare l’origine delle enormi catene che la tengono sigillata e spezzarle una dopo l’altra.

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Il character design dei nemici è spettacolare

La premessa è semplice, ma viene progressivamente arricchita dalla storia del mondo. Gli Orologiai e, in particolare, i dodici Mastri Orologiai rappresentano il cuore della lore di Duskfade. Le tracce del loro passato sono sparse tra rovine, strutture abbandonate e numerosi collezionabili che permettono di ascoltare frammenti di conversazioni appartenenti a un’altra epoca.

Nel mondo attuale, invece, gli esseri umani sembrano essere scomparsi. Al loro posto troviamo curiose creature simili a nuvole che popolano l’hub centrale dell’avventura. Una città destinata a cambiare gradualmente mentre Zirian spezza le catene e indebolisce l’eterna notte che ha avvolto il mondo.

La narrazione non vuole essere inutilmente complicata e proprio per questo funziona. Chi desidera semplicemente seguire l’avventura di Zirian può farlo senza problemi, mentre chi decide di esplorare ogni angolo trova abbastanza informazioni per ricostruire il passato di questo universo e comprenderne meglio alcuni personaggi.

Ma è soprattutto il rapporto tra Zirian, Allira e il ricordo della loro famiglia a rappresentare l’aspetto più riuscito. Senza entrare nel territorio degli spoiler, Duskfade riesce a trattare il lutto con una delicatezza che inizialmente non ci aspettavamo, mantenendo quel tono adatto a un pubblico molto ampio senza per questo rinunciare a qualche momento emotivamente efficace.

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Allira combinerà qualcosa, ma cosa?

Duskfade dà il meglio quando ci lascia esplorare

Se dal punto di vista narrativo Duskfade impiega relativamente poco a mostrare le proprie carte, il gameplay ha bisogno di qualche ora in più.

La struttura è quella di un action adventure tridimensionale fortemente basato sull’esplorazione e sul platforming. I quattro biomi sono suddivisi in diverse zone interconnesse e seguono generalmente una progressione abbastanza lineare, interrotta però da aree più aperte, deviazioni, percorsi secondari e numerosi segreti.

La quantità di collezionabili è sorprendente e sembra arrivare direttamente da un’altra epoca. Ci sono risorse da raccogliere, potenziamenti, elementi dedicati alla colonna sonora, costumi per Zirian, personalizzazioni per la Lancetta e soprattutto oggetti legati alla lore.

Duskfade vuole che il giocatore guardi dietro ogni angolo. Ed è probabilmente qui che emerge maggiormente il DNA da platform 3D vecchia scuola. Vedere un oggetto apparentemente irraggiungibile in lontananza e iniziare immediatamente a cercare un percorso alternativo conserva ancora oggi un fascino particolare.

A rendere tutto più interessante interviene una progressione che prende in prestito alcuni concetti dai metroidvania. Zirian acquisisce gradualmente nuove capacità che modificano il modo in cui possiamo attraversare le ambientazioni. Possiamo grindare sui binari, distruggere ostacoli precedentemente indistruttibili e raggiungere zone che qualche ora prima sembravano completamente inaccessibili.

Questo rende piacevole tornare sui propri passi e contribuisce a trasformare aree apparentemente già completate in piccoli parchi giochi da riesplorare. È però anche il motivo per cui le prime ore risultano quelle meno convincenti.

Una partenza lenta che nasconde il meglio

Duskfade introduce le proprie capacità con molta calma e, nelle battute iniziali, Zirian dispone di un arsenale di movimenti piuttosto limitato. Il platforming funziona, ma non riesce immediatamente a mostrare tutta la profondità che acquisirà successivamente.

La differenza nella seconda metà dell’avventura è evidente. Quando doppio salto, dash, grind e le altre abilità entrano definitivamente nell’equazione, attraversare le ambientazioni diventa decisamente più divertente. Anche il level design sembra acquistare maggiore sicurezza e comincia a sfruttare meglio la verticalità degli scenari.

Il movimento non è comunque perfetto. Alcune sezioni platform richiederebbero una maggiore precisione e in determinate circostanze la gestione della telecamera può rendere più complicato valutare correttamente distanze e traiettorie. Sono problemi che difficilmente compromettono l’esperienza, ma emergono soprattutto nelle sequenze più elaborate.

È quasi paradossale: Duskfade è un gioco che vuole ricordare i platform di vent’anni fa e talvolta finisce per recuperarne anche qualche piccola rigidità.Quando però tutto funziona, saltare tra piattaforme sospese, utilizzare un dash all’ultimo momento, raggiungere un binario e continuare la corsa verso un’area nascosta restituisce esattamente quel tipo di soddisfazione che Weird Beluga sembra aver inseguito durante tutto lo sviluppo.

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Scivolare sui binari è una goduria

Un combat system interessante, ma non sempre rifinito

Il secondo grande pilastro del gameplay di Duskfade è rappresentato dal sistema di combattimento, probabilmente l’aspetto meno rifinito dell’intera produzione e, allo stesso tempo, quello che avrebbe potuto beneficiare maggiormente di qualche accortezza tecnica in più.

Anche in questo caso il richiamo a Kingdom Hearts è piuttosto evidente, non soltanto per la Lancetta impugnata da Zirian, ma anche per la direzione artistica degli scontri e per il modo in cui alcune battaglie vengono messe in scena. Dietro questa prima impressione, però, emergono anche alcune leggere similitudini con i soulslike, senza che Duskfade cerchi mai di abbracciarne completamente la filosofia.

A creare questo parallelismo è soprattutto la difficoltà degli scontri, decisamente meno permissiva di quanto l’estetica colorata del gioco possa suggerire: sottovalutare il combat system, anche selezionando la difficoltà normale, significa spesso andare incontro a una brutta fine.

Il moveset di Zirian parte da una struttura piuttosto tradizionale, con attacchi leggeri e pesanti ai quali si affianca una schivata che premia particolarmente il tempismo. Eseguendola nell’istante corretto si attiva infatti un breve rallentamento del tempo, fondamentale per sottrarsi agli attacchi più pericolosi e trovare una finestra utile per riposizionarsi.

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I combattimenti sono seplici ma insidiosi

A queste azioni si aggiungono progressivamente diverse abilità speciali, tra cui un colpo di fucile, la possibilità di diventare temporaneamente invisibili, mine da posizionare sul terreno e particolari colpi stellari. Cucù completa il quadro svolgendo prevalentemente una funzione di supporto.

Il risultato è un sistema sufficientemente vario e capace di regalare buone soddisfazioni, soprattutto quando il gioco aumenta il numero e la pericolosità degli avversari presenti sullo schermo, ma al quale manca qualcosa per compiere definitivamente il salto di qualità.

Questa sensazione emerge soprattutto durante le boss fight, che rappresentano anche il momento in cui il combat system mostra maggiormente i muscoli. Ogni boss dispone di un proprio moveset e di diverse fasi che devono essere osservate, comprese e progressivamente metabolizzate dopo diversi tentativi.

È proprio qui che il paragone con i soulslike diventa più evidente: non tanto per una difficoltà esasperata o punitiva, quanto per la necessità di imparare i pattern del nemico, riconoscere le finestre d’attacco e capire quando sia meglio rinunciare a un colpo aggiuntivo per prepararsi alla schivata successiva. Anche a difficoltà normale alcuni combattimenti riescono a mettere seriamente alla prova, soprattutto se affrontati con troppa leggerezza.

È negli scontri contro i nemici comuni, invece, che vengono maggiormente a galla i limiti del sistema. Il lock-on avrebbe bisogno di qualche aggiustamento, in particolare quando Zirian viene circondato da più avversari, mentre l’assenza di una vera meccanica di parata e contrattacco finisce per ridurre le possibilità a disposizione del giocatore.

Una scelta di questo tipo avrebbe probabilmente dato maggiore profondità agli scontri e creato un’alternativa alla continua alternanza tra attacco e schivata. Con il passare delle ore, infatti, alcuni combattimenti contro i nemici standard rischiano di trasformarsi più in un ostacolo da superare che in una parte realmente divertente dell’esperienza.

Ed è un peccato, perché si tratta probabilmente dell’unico vero neo di Duskfade: con un lock-on più preciso, qualche rifinitura tecnica e soprattutto un sistema difensivo più articolato, il combat system avrebbe potuto valorizzare molto meglio delle fondamenta che, soprattutto nelle boss fight, dimostrano di avere un potenziale tutt’altro che trascurabile.

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Le boss fight sono belle da vedere e giocare

Un mondo costruito tra ingranaggi e nostalgia

Artisticamente Duskfade possiede una personalità più marcata di quanto le sue evidenti influenze potrebbero inizialmente suggerire. L’intero universo ruota intorno al concetto del tempo e alla figura degli Orologiai. Ingranaggi, meccanismi, lancette e strutture impossibili contaminano buona parte degli scenari e contribuiscono a dare una certa coerenza al mondo.

I quattro biomi riescono inoltre a differenziarsi abbastanza bene e alcune ambientazioni sorprendono soprattutto per dimensioni e verticalità. Il sistema di illuminazione gioca frequentemente con il contrasto tra luce e ombra, valorizzando un mondo intrappolato in una notte apparentemente eterna.

Non siamo davanti a una produzione che cerca il fotorealismo, né avrebbe senso aspettarselo. La direzione artistica preferisce colori marcati, forme leggibili e scenari quasi fiabeschi, coerentemente con quella filosofia da platform tridimensionale che accompagna l’intera esperienza.

Convincente anche il comparto animazioni, soprattutto per Zirian, mentre una maggiore varietà nella realizzazione dei nemici comuni. Il bestiario tende infatti a riciclare troppo alcune idee, problema che diventa progressivamente più evidente procedendo nell’avventura. Molto meglio i boss, generalmente più riconoscibili e caratterizzati.

Sul fronte sonoro troviamo un buon doppiaggio inglese e una colonna sonora piacevole ma poco memorabile, capace di accompagnare sia l’esplorazione sia le situazioni più concitate senza risultare invadente, ma manca di una tema che possa diventare iconico. È inoltre presente la localizzazione dei sottotitoli in italiano, complessivamente ben realizzata nonostante qualche piccola imprecisione.

Anche tecnicamente risulta solido, anche se a volte si è presentato qualche piccolo calo di frame nelle sezioni più aperte e nei combattimenti più concitati, qualche sporadico problema di compenetrazione che, nel complesso, non rovinano l’esperienza generale grazie a una buona fluidità generale nelle sezioni platform.

Duskfade e il peso delle sue ispirazioni

Arrivati alla fine, il più grande pregio di Duskfade coincide curiosamente anche con uno dei suoi principali limiti. Weird Beluga conosce molto bene i videogiochi ai quali vuole rendere omaggio. Si percepisce praticamente in ogni momento quanto Kingdom Hearts, Jak and Daxter e Ratchet & Clank abbiano influenzato il progetto. Per chi è cresciuto con quei titoli, riconoscere determinate idee può essere quasi confortante.

Il rischio, però, è quello di rimanere schiacciati dai propri riferimenti. Duskfade impiega del tempo prima di trovare una voce davvero personale e la prima metà dell’avventura soffre sia per la progressione ancora limitata sia per un combat system che inizialmente mostra poco delle proprie possibilità. È soltanto quando le capacità di Zirian aumentano e il level design può finalmente sfruttarle che l’esperienza cambia marcia.

Ed è lì che emerge il gioco che Weird Beluga voleva probabilmente realizzare fin dall’inizio. Un platform action 3D immediato, colorato, pieno di collezionabili e costruito attorno al piacere di esplorare un mondo per il semplice gusto di scoprire cosa si nasconde dietro la prossima piattaforma.

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Duskfade non eccelle nei modelli dei personaggi, ma nel complesso è un gioiellino

Conclusioni

Duskfade non reinventa il platform 3D e non sembra nemmeno particolarmente interessato a farlo. Weird Beluga preferisce guardare al passato, recuperare una filosofia di game design diventata progressivamente più rara e provare a reinterpretarla attraverso una struttura moderna, arricchita da una progressione che guarda al metroidvania.

Il risultato non è sempre equilibrato. La partenza è lenta, il sistema di combattimento avrebbe beneficiato di maggiore profondità, il lock-on necessita di qualche rifinitura e la varietà dei nemici non riesce a sostenere completamente l’intera avventura. Anche il peso di riferimenti come Kingdom Hearts rimane evidente praticamente dall’inizio alla fine.

Eppure, superate le prime ore, Duskfade riesce a mostrare perché questa formula funzionasse così bene vent’anni fa e perché, in realtà, possa funzionare ancora oggi. L’esplorazione diventa progressivamente più libera, il platforming acquista ritmo, le boss fight mescolano efficacemente combattimento e movimento e la ricerca dei numerosi collezionabili offre un motivo concreto per tornare in zone già visitate.

Non è il nuovo Kingdom Hearts, né il nuovo Jak and Daxter, e probabilmente il passo successivo per i ragazzi di Weird Beluga sarà proprio quello di allontanarsi maggiormente da paragoni così ingombranti.

Ma quando Duskfade trova finalmente la propria dimensione e ci ritroviamo a saltare nel vuoto, agganciare un binario, scoprire un percorso nascosto e deviare dalla strada principale soltanto perché abbiamo intravisto qualcosa in lontananza, per qualche istante sembra davvero di essere tornati a quei pomeriggi davanti a PlayStation 2.

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Una lettera d’amore ai platform 3D.

Pro

  • Esplorazione e platforming riusciti
  • Direzione artistica affascinante
  • Boss fight ben costruite

Contro

  • Combat system poco rifinito
  • Prime ore un po’ lente
  • Identità non sempre originale
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