Call of the Elder Gods – Recensione
Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.
Lovecraft, ammettiamolo, è un po’ utilizzato come una keyword, oggi. Non così spesso come, che ne so, roguelite o soulslike, ma H.P., in determinati circoli di cultura, è quasi invadente come l’altro H.P., di ben altra natura, ma comunque… “magico”.
Il Call of the Sea del 2020, sempre di Out of the Blue Games, era stato a mio parere molto elegante, nell’utilizzare l’immaginario di Lovecraft in un contesto non horror e non survival, ma puzzle. La storia di Norah era interessante, ed era un buon motore delle vicende la ricerca di un marito, andato disperso nel cercare – in luoghi ben oltre il limite dello scibile – una cura per un male inguaribile: umano, forse un po’ egocentrico, ma comprensibile.
Call of the Elder Gods è il sequel diretto di quel gioco e, più o meno con lo stesso intento, ci rimette di fronte all’inettitudine dell’uomo di fronte a forze più grandi di lui. Lo fa di nuovo nel contesto di un puzzle game ma, nel mettere più personaggi (anche giocabili) al centro, perde mordente e arriva fuori fuoco all’obbiettivo. Lasciami spiegare…

Call of the Elder Gods – Recensione
Quella di Norah, come dicevo, era una storia immediatamente umana. Partire per un’isola sperduta alla ricerca di tuo marito è sì un trope usato e strausato, ma funziona sempre; aggiungici che il marito, Harry, era andato disperso proprio alla ricerca di una cura per la malattia inguaribile di lei, e gli ingredienti per un tango narrativo interessante c’erano tutti, e si realizzarono. I puzzle erano buoni, la storia era abbastanza accattivante, e in toto Call of the Sea fu un gioco considerato buono, se non molto buono.
Call of the Elder Gods arriva un po’ all’improssivo, per chi non bazzica mille calendari di uscite videoludiche come faccio io, e mi trova in un momento molto sperimentativo della mia vita, a livello di generi. Ultimamente sto davvero provando di tutto, e mi ritrovo così a incontrare – e a volte scontrarmi (sto guardando te, Mouse P.I., che tu sia dannato!) – con narrazioni che vanno dal godibile al dimenticabile. Del primo gioco ricordo infatti pochi dettagli, quelli scritti sopra, ma vedere che un sequel era in arrivo mi ha in qualche modo stimolato.

I puzzle del primo titolo, infatti, erano praticamente perfetti, visti sotto la lente del design: abbastanza difficili da non risultare ovvi, ma non troppo al punto da sembrare logici solo a chi li ha creati. È un equilibrio, te lo confesso, davvero difficile, ma Call of the Sea era un funambolo apparentemente veterano ben oltre gli anni del suo team; ed è soprattutto per questo che Call of the Elder Gods mi stuzzicava. Volevo nuovamente ritrovarmi davanti ad un’avventura che non mi offriva pericoli, se non quello di sentirmi stupido e con un cervello in putrefazione.
Call of the Elder Gods in qualche modo riprende da dove ci ha lasciato Call of the Sea, ma anni dopo la conclusione di quegli eventi. Ora vestiamo i panni di Harry, il marito di Norah, apparentemente vissuto lasciandosi emotivamente indietro le vicende del primo gioco. Sarà infatti l’incrocio con un culto ossessionato dagli Elder Gods (gli Antichi) a rimetterlo sulla strada dell’avventura, e accanto a lui ci sarà Evangeline, figlia di uno degli spedizionieri andati con Harry sull’isola del primo gioco e rimasta suo malgrado orfana di padre, ma anche piena di domande mai risposte.
Lo metto subito sul tavolo: Harry e Evangeline sono molto meno “2 protagonisti” di quanto le descrizioni di gioco fanno intendere. Di 5 ore di gioco, solamente in due situazioni mi sono ritrovato a dover alternare i due, e in solo una di queste due volte è stato un ping pong che “aveva senso”. Insomma, Call of the Elder Gods ha quasi sempre un solo protagonista, ed è il gioco a decidere chi porta avanti le vicende. In 5 capitoli, però, i difetti narrativi del gioco di Out of the Blue Games si sono resi abbastanza evidenti.

Sono sempre deliziato quando prodotti videoludici moderni si bagnano i piedi con micce narrative “degli anni che furono”, e Call of the Elder Gods è assolutamente uno di questi: ci sono i nostri due eroi, motivati personalmente a risolvere la situazione; ci sono i cattivi, ovviamente un culto malvagio di esaltati che hanno a che fare con forze ben più grandi del comprensibile ma che, nella loro arroganza, non se ne rendono conto; ci sono i nazisti; c’è una ruota di location esotiche da esplorare. Insomma, ci siamo capiti.
Questi elementi non sono di per sé un ostacolo alla qualità di un prodotto o un impedimento al suo successo, però su questo sottobosco narrativo vanno cresciuti, per saltare fuori dalla massa, personaggi credibili, empatizzabili o almeno interessanti. Harry ed Evangeline, purtroppo, sono solo gli stereotipi del marito vedovo che non ritiene emotivamente risolta la morte della moglie e della figlia di padre morto che cerca vendetta o almeno spiegazioni e non guarderà in faccia nulla per ottenerle. Non si può certo pretendere chissà quale evoluzione in 5 ore di runtime, ma ho la sensazione che i muscoli narrativi del team si siano flessi molto più piacevolmente e armonicamente nel primo titolo, che qui.
Se la storia esita a decollare per colpa di personaggi profondi come l’acqua di una fontana, meccanicamente Call of the Elder Gods è della stessa qualità del primo titolo.

In ognuno dei capitoli (6 totali), la varietà di enigmi è ottima, e la loro risoluzione ti farà sempre sentire piuttosto intelligente: sono enigmi che tra l’altro, pur utilizzando stratagemmi già visti per chi non gioca solo un paio di titoli l’anno, risultano freschissimi nel modo in cui sono proposti, nuovamente in equilibrio perfetto tra le informazioni che ti vengono fornite (tramite un comodissimo diario che registra tutti gli elementi davvero importanti di un enigma) e il balzo intellettivo che ti viene richiesto per proseguire.
Call of the Elder Gods, però, non lascia indietro le menti meno elastiche, con un sistema di ̶l̶e̶v̶e̶ ̶e̶ ̶c̶a̶r̶r̶u̶c̶o̶l̶e̶ suggerimenti che non solo non disattiva i trofei (sì, se non dico la parola platino una volta a recensione non sono felice), ma ti guida passo passo nel percorso di risoluzione, non dandoti direttamente la soluzione, ma fornendoti i mattoncini per crearla tu stessa/o. Nel terzo atto ho notato un piccolo scatto di difficoltà, ma gli aiuti sono lì anche per questo, no?
L’ultimo appunto va agli asset visivi e al mood di gioco: un centro perfetto. Certo, le animazioni rimangono rigidissime, come lo sono certe interazioni, e serviva più attenzione agli elementi QoL essenziali, come l’interfaccia stessa, semplice ma apparentemente più mirata ad un PC che ad una console (il simbolo dell’interazione con gli oggetti è piccolissimo), ma il mood è perfetto, fra magioni da esplorare mentre fuori si agita un temporale, a templi spersi nel rossore dell’Australia più arida, a basi naziste innevate e vuote. Complimenti!

Call of the Elder Gods è un sequel che può essere messo accanto al suo predecessore senza sfigurare né risultare migliore. Il lavoro di Out of the Blue Games continua a dimostrare l’anzianità del team e la loro capacità di creare enigmi semplicemente perfetti, ma il reparto narrativo lascia molto a desiderare e affossa un po’ il resto dell’opera.
Enigmi perfetti, storia imperfetta. Un sequel in tutto e per tutto.
Pro
- Mood centratissimo
- Enigmi al limite della perfezione
- Durata digeribilissima
Contro
- Due personaggi poco profondi
- Una narrative che, da trope prestabiliti, non decolla