CloverPit – Recensione PS5

Recensito su PlayStation 5

Editoria & Trasparenza

Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.

CloverPit – Recensione PS5 3

Ti piace giocare d’azzardo?

É la prima cosa che ti chiede CloverPit, il titolo di Panik Arcade che mescola la grafica lo-fi di molti horror recenti, alle meccaniche roguelite di un Balatro o Buckshot Roulette. Su Balatro ho perso le ore, anche se odio con tutto me stesso quella musica, e Buckshot ancora non l’ho giocato, ma un termometro generale sull’andamento di questi particolare sottogenere – quello degli “X ma roguelike” – ce l’ho ed è ben calibrato.

Di fronte ad un prodotto come CloverPit, volutamente ancorato in un genere molto attuale e forse un po’ troppo florido – non in senso positivo -, questa recensione vuole per me rispondere a due domande: quanto è in grado CloverPit di ritagliarsi una propria identità? E quanto ti ci ritroverai a giocarci sul lungo periodo?

In generale, siamo di fronte ad un buon prodotto, ma con delle limitazioni.

CloverPit – Recensione PS5 – La slot machine come campo di battaglia

CloverPit mette il giocatore di fronte a una slot machine 3×5, in una stanza squallida, con un debito crescente da ripagare ogni tre round. I simboli hanno valori diversi, dai più comuni ai Lucky Sevens che valgono sette monete, e il vero cuore meccanico sono gli undici pattern possibili: tre o più simboli in linea, in diagonale, a triangolo, a occhio, fino al jackpot. Ogni pattern moltiplica il valore base dei simboli, e il moltiplicatore finale può scalare in modo esponenziale quando la build funziona.

Il loop di sopravvivenza è semplice: spingi abbastanza per pagare ogni deadline, accumula ticket al termine di ogni round, spendili in Lucky Charm che modificano le probabilità, i valori, le possibilità di pattern. Dall’infernale 666, che appare dal terzo deadline in poi e può azzerare tutto quello che hai guadagnato in un singolo round, all’ATM con gli interessi maturati come fonte di reddito passivo: ogni elemento è progettato per darsi e togliersi con la stessa rapidità con cui una vera slot machine accende le sue luci.

Capire il loop è immediato, anche se non si sa nulla sul gioco e non si è visto nulla a riguardo. Meccanicamente le nostre uniche azioni sono il tirare la leva della slot machine e l’interagire con lo shop. È tutto quello che ci sta attorno, a quelle meccaniche, che richiede tempo per essere capito e imparato, nuovo dizionario da inserire nella propria biblioteca mentale. Le prime run non sono sicuramente le più efficaci a farti capire – o anche solo sperimentare – una golden path, e confesso che  avrei preferito una maggior attenzione all’offrire a chi gioca una vista a volo d’uccello più efficace sull’offerta complessiva di CloverPit, ma il gioco elabora tutto sommato bene questa introduzione.

CloverPit – Recensione PS5 1

A differenza di altri titoli simili, come anche solo Balatro o Vampire Crawlers, percepisco una scalata iniziale molto più ripida: i primi debiti da ripagare sono bassi ma sembrano comunque oltre la nostra portata; poi ci si riesce, e l’ostacolo successivo ci fa ripiombare nel dubbio di non farcela. C’è anche un interessante tira-e-molla a livello di economy design, in CloverPit: se versare tutto appena disponibile sembra la cosa più logica inizialmente, presto emergono costrutti mentali che ti fanno giungere a conclusioni diverse, nel modo in cui approcci il debito e soprattutto nei ritmi con i quali cerchi di debellarlo.

Esistono piccoli obbiettivi a breve termine, in CloverPit, presto sostituiti da uno a medio termine, ma quelli a lungo termine sono tutti estrinseci, sono tutti dettati da te. Il platino, il voler sbloccare un’altra carta modificatrice (carte che alterano uno o due degli aspetti del loop, fuorviando di molto il loop iniziale ma spingendoti anche a ragionare in modo molto trasversale), il voler raggiungere la massima quantità di denaro prima di precipitare nel vuoto della botola metallica sotto i nostri piedi: questi sono tutti obbiettivi che ti metterai da sola/o, e che il gioco non impone esplicitamente in alcun modo.

Questo sembra inquadrare CloverPit più in un gioco da spizzichi e bocconi, come possono appunto essere gli altri esponenti del genere (in particolare Balatro), e di nuovo il gioco si adatta al genere, risultando più entusiasmante in piccole sessioni che in sessioni prolungate – che diventano estenuanti.

Il sistema dei Lucky Charm è il livello di stratificazione che trasforma CloverPit da esperimento interessante a gioco che rigiochi, però. Più di 160 charm sbloccabili progressivamente, acquistabili con i ticket e selezionabili a inizio run, che coprono quasi ogni variabile del sistema: aumentare la frequenza di comparsa di un simbolo specifico, garantire certi pattern, aggiungere vite extra, o accettare un debito più alto in cambio di bonus. Ci sono build centrate sui limoni, build che invocano il 666 per trasformarlo in bonus infernali, build che vivono e muoiono sul moltiplicatore finale, o build come la mia, che puntano tutto sulle ciliegie.

CloverPit – Recensione PS5 2

La prima run che ti porta a stampare numeri con molti zeri è una delle sensazioni più soddisfacenti che un roguelite possa costruire. Il problema però è il solito: una volta trovata la build ottimale, quella che in gergo “rompe tutto”, l’endgame diventa un esercizio di accumulo senza troppa tensione, dove guardi i numeri crescere senza che ci sia molto da decidere. Non è un difetto fatale, ma è il momento in cui il gioco smette di chiederti qualcosa e inizia semplicemente a darti. È qualcosa che in parte soddisfa il concetto al centro del loop: l’interazione media di chi usa una slot machine è dettata dalla massima attenzione nelle prime azioni, e sempre più tepore e distrazione mentale man mano che il tempo passa.

I charm sono un buon sistema di pseudo-randomizzazione delle run, tanto che molti di essi sono sbloccabili proprio attraverso l’utilizzo dei charm più “basilari”. Confesso però anche che, dopo una quindicina di ore, sono in grado di riconoscere al volo solo una decina di charm e la loro funzione, dovendo invece sempre soffermarmi sugli altri ignoti gingilli per qualche secondo, giusto il tempo di leggerne la descrizione e capire come si incastra con la mia build attuale.

La stanza è buia, sporca, con una lampadina fioca e un bagno nel corner. La slot machine è l’unica fonte di luce e colore nell’ambiente, e questo non è un caso: è esattamente come funzionano le sale giochi reali, dove le macchine sono progettate per essere la cosa più luminosa e stimolante della stanza. Panik Arcade ha costruito intorno a questa opposizione visiva tutto il commento del gioco sul gambling come comportamento compulsivo.

CloverPit – Recensione PS5 4

Non c’è musica durante le run, solo i suoni della macchina, gli stessi effetti sonori positivi che le slot reali usano per tenere il giocatore seduto. Tra un deadline e l’altro, messaggi in testo bianco ti rivolgono le domande che preferiresti non sentirti fare: “Sei in controllo?”, “È questo il momento che aspettavi?”, “Di nuovo?”. Il contatto telefonico che ti chiama tra un round e l’altro suona sempre più stanco di te. Non sembra un gioco che ha un messaggio esplicito, ma davvero può importarti se stai già tirando la leva per un’altra run?

Conclusioni

All’inizio avevo posto due domande al centro della mia critica a CloverPit. Ha una sua identità? Quanto ti troverai a rigiocarci sul lungo periodo? Attualmente è a 77 su Metacritic, cosa che lo piazzerebbe in mezzo alla massa del sottogenere al quale appartiene.

CloverPit però ha assolutamente una sua identità, pur tenendo la mano stretta su uno stile e una struttura di gameloop ben noti a chi bazzica più dei soliti titoli mainstream. Non ha nulla di incredibilmente impattante, data l’assenza di character e la relativa spartaneità dell’unico ambiente che abbiamo attorno, ma l’equazione rimane memorabile. Desiderare più respiro da un titolo che, come Buckshot Roulette prima di lui, usa la tensione della scommessa come l’elemento di un horror, quasi al pari di un survival, significa ignorare l’ossessività con la quale Panik Arcade ha voluto mettere la slot machine – e il feel generale dell’azzardo – al centro di tutto.

Per quanto il suo loop sia un gancio meschino e aggressivo nel modo in cui ti costringe a fare anche solo un’altra partita, a CloverPit manca una piccola parte di sbloccabili più “a lungo termine”, che restituiscano anche solo un vago senso di progressione, cosa che invece il titolo non riesce a stabilire. Ti ci ritroverai a giocare sul lungo periodo? Sicuramente CloverPit brilla nelle sessioni più corte, intervalli di tempo che ti concedono di assistere all’oppressività dell’ambiente e dell’artstyle senza impattare troppo la tua psiche.

Non posso quindi piazzarlo nel podio con Vampire Crawlers, e anche metterlo di fianco a Balatro mostrerebbe quanto io in realtà sopporti davvero poco quel prodotto, ma CloverPit rimane a testa alta vicino a Buckshot Roulette, senza bisogno di triggerare una sindrome dell’impostore.

CloverPit – Recensione PS5 5

7.5
Un hook tremendo, ma manca il senso di progressione

Pro

  • Hook immediato
  • Loop comprensibile
  • Tante variabili, grazie ai charm e alle carte

Contro

  • Poco senso di progressione orizzontale
  • Artstyle molto opprimente e che personalmente mi stanca, oltre la mezz'ora di gioco
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