Death’s Gambit – Recensione

Recensito su PlayStation 4

Oltre ad averci portato un buon numero di titoli tripla A, il 2018 si sta mostrando particolarmente prolifico di action-RPG e Metroidvania indie dallo spiccato vigore nella pixel art. Tra i vari Chasm, Dead Cells, Guacamelee! 2 e il trionfale ritorno di Hollow Knight su Nintendo Switch, è davvero impossibile non notare quanto questo tipo di produzioni siano in auge e ancora creativamente floride. Dalla metà di agosto si aggiunge alla partita anche Death’s Gambit, un titolo forse meno in vista rispetto ai succitati, ma che merita attenzione soprattutto dagli amanti dei vari Dark Souls.

Badate bene però, il nostro non è l’ennesimo accostamento sciaguratamente abusato in questi ultimi anni nei confronti di qualsiasi gioco dalla difficoltà opinabilmente superiore alla media. Il titolo sviluppato da White Rabbit è infatti dichiaratamente e manifestamente ispirato alle opere del team di Hidetaka Miyazaki, anche se non rinuncia ad aggiungere personalizzazioni e nuove feature al gameplay per proporre una propria visione.

Death’s Gambit ci mette nei panni di Sorun, un cavaliere caduto in battaglia durante una disastrosa spedizione verso Siradon, una terra devastata da esseri immortali e le loro truppe di mostri. La Morte in persona ci riporta in vita offrendoci un patto e un compito: la possibilità di resuscitare a ogni morte per potersi vendicare delle creature che hanno sterminato il protagonista e i suoi compagni, e farsi strada verso la fonte della loro immortalità, ripristinando così in quelle lande l’equilibrio tra vita e morte. Questo è solo il preambolo di una storia che gradualmente prenderà pieghe interessanti e meno prevedibili di quanto si possa pensare, interfacciandosi con il background del protagonista raccontato da occasionali e discontinui flashback in occasione delle inevitabili morti.

Rispetto ai vari Dark Souls, insomma, il comparto narrativo è più esplicito e meno affidato allo spontaneo approfondimento della lore del mondo di gioco, comunque presente. Ciò nonostante la frammentarietà dei flashback rende la ricostruzione di certi eventi tutt’altro che chiara, e potrebbe generare qualche grattacapo. Il tutto contribuisce a costruire un’atmosfera di mistero che spinge a proseguire sul nostro cammino per conoscere ulteriori dettagli della storia di Siradon e Sorun.

Per quanto riguarda il gameplay sarà sin troppo facile notare gli elementi in comune con Dark Souls, e vi sentirete a casa soprattutto nelle fasi iniziali, quando dovrete scegliere la classe per Sorun e darete un’occhiata al menu di gioco. Similmente a Salt and Sanctuary,

Death’s Gambit riporta le dinamiche dei Souls in 2D, richiedendo quindi una particolare attenzione al tempismo per gli attacchi, le parate e le schivate, i pattern di attacco e movimento dei nemici, e implicando una certa facilità nel prosciugare la vostra barra della salute in un batter d’occhio. Non siamo quindi di fronte a uno Hack and Slash in cui cavarsela tamburellando a caso sul tasto di attacco, ma dovremo adattare le nostre azioni anche tenendo conto della barra della stamina che diminuisce a ogni mossa offensiva o difensiva; una volta consumata bisognerà aspettare qualche secondo senza compiere azioni perché si riempia nuovamente.

In modo analogo a Dark Souls, abbattendo nemici otteniamo Frammenti che possiamo utilizzare per potenziare le nostre stat nei pressi delle statue della Morte (che ha la medesima funzione dei falò). White Rabbit però non ha compiuto un mero copia e incolla delle meccaniche dei Souls, ma ha apportato il suo tocco e le sue aggiunte. Quando si muore (e succederà) non perdiamo i Frammenti ottenuti, ma lasciamo cadere solo una Piuma di Fenice, che normalmente serve per curarci. Verremo quindi automaticamente resuscitati all’ultima statua della Morte e per recuperare la Piuma potremo scegliere se raggiungere nuovamente il luogo della disfatta e provare nuovamente a superare l’ostacolo, o sacrificare una sostanziosa quantità di Frammenti per recuperarla all’istante.

Oltre a essere preziose per curarci, le Piume possono essere consumate nei pressi delle statue per potenziare Sorun e aumentare così la possibilità di abbattere i nemici e soprattutto i boss sulla sua strada. Oltre a queste differenze, Death’s Gambit introduce anche delle tecniche speciali (legate alla propria arma, e quindi alla classe scelta) eseguibili solo dopo aver caricato la barra dell’Energia dell’Anima. Abbattere un boss ci farà inoltre sbloccare uno dei vari Talenti organizzati in uno skill tree, che costituiscono solitamente abilità passive con cui personalizzare ancora di più il personaggio.

Il gameplay è quindi potenzialmente molto interessante, le boss fight intense (e ripetibili per accumulare Frammenti) e l’aggiunta della dimensione platform contribuisce a diversificare l’azione di gioco. Non tutto funziona per il meglio però. In primis i movimenti del nostro alter ego non danno la sensazione di essere molto precisi e reattivi, e vi ci vorrà un po’ prima di abituarvici. Inoltre, nonostante l’esplorazione risulti abbastanza gratificante, facendoci scoprire scorciatoie, tomi per infliggere più danni ai boss ecc, c’è da dire che il gioco non è affatto preciso nell’indicare la nostra meta principale.

È capitato più di una volta di trovarci a vagare per passaggi facoltativi senza neanche volerlo, oppure di trovarci sulla strada giusta e imbatterci in un picco di difficoltà repentino che ci ha fatto temere di essere giunti in un luogo non previsto per il nostro attuale livello.

Graficamente Death’s Gambit si rifà limpidamente alle produzioni 2D dell’epoca a 32-bit come Castlevania: Symphony of the Night, esibendo una pixel art ispirata e ricca di dettagli che fa respirare il mondo in rovina di Siradon. Di fronte a quello che è nel complesso un comparto visivo piacevole, spiace nondimeno notare che non tutti gli elementi godono dello stesso livello di particolari e animazioni, e purtroppo lo stacco si nota. Un buon lavoro invece è stato fatto sul fronte del character design e la trasposizione dei ritratti dei personaggi principali nelle finestre di dialogo. Giocando al gioco su PlayStation 4 abbiamo purtroppo riscontrato dei notevoli rallentamenti nelle transizioni rapide tra zone, decisamente antipatici.

La colonna sonora a opera di Kyle Hnedak ci ha invece conquistato, con la sua capacità di passare da accompagnamenti tenui a temi di battaglia epici ed esaltanti. Peccato solo non siano così frequenti e numerosi quanto avremmo voluto.


C’è molta sostanza del lavoro di White Rabbit, ma viene sporcata da alcuni passi falsi che non lo fanno brillare come avrebbe potuto e che lo rendono a tratti frustrante per i giocatori meno pazienti. Oltre l’esplicita ispirazione ai lavori di Miyazaki, Death’s Gambit brilla maggiormente proprio nei momenti in cui devia per fare le cose a modo suo, e che offre una storia e un’atmosfera che nel suo piccolo sa trascinare e coinvolgere.

7.4

Pro

  • Storia interessante
  • Atmosfera di mistero e malinconia
  • Gameplay impegnativo e stimolante
  • Grafica e sonoro piacevoli

Contro

  • La trama può destare confusione
  • Movimenti imprecisi
  • Dispersività e picchi di difficoltà incoerenti
  • Tecnicamente incostante
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