Hollowbody – Recensione PS5
Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.
Sviluppatore: Headware Games
Publisher: Headware Games
Piattaforme: PS5, Xbox Series X/S, PC
Testato su: PlayStation 5 Pro
Genere: Survival Horror
Giocatori: 1
C’è una categoria di giochi che si porta dietro un problema preciso: quelli che fanno esattamente quello che promettono, ma nel farlo ti ricordano anche perché certe cose erano rimaste nel passato. Hollowbody è uno di questi. Arriva su PS5 fra poco, il 5 giugno 2026, dopo un’uscita PC nell’autunno del 2024 che aveva già diviso la critica, e porta con sé tutto quello che un survival horror old school dovrebbe avere: atmosfera densa, visual al limite del cinematografico, gestione delle risorse, ambienti carichi di storia silenziosa.
E poi porta anche il resto: controlli imprecisi, combattimento legnoso, una mappa che disorienta, un game feel che non convince mai del tutto. Il merito di Nathan Hamley, sviluppatore unico di Headware Games, è indiscutibile. Il risultato finale è più complicato da abbracciare.
Hollowbody – Recensione PS5: Storia di una lettera d’amore distopica
L’ambientazione è il punto di forza più immediato e più solido del gioco.
Hollowbody (al momento fermo su un 74 di Metacritic) si svolge in un futuro prossimo, in una città britannica abbandonata e messa in quarantena, quella che nel gioco viene chiamata la “exclusion zone”. Piove sempre, le strade sono coperte di macerie, le pareti degli appartamenti trasudano decadenza e un po’ troppa di quella strana muffa radiciforme che si abbarbica su ogni superficie come se l’edificio stesse cercando di digerirsi da solo. La protagonista è Mica, una spedizioniera del mercato nero che si ritrova bloccata nella zona dopo un incidente con il suo hover, e che deve farsi largo tra le rovine per trovare la sua compagna Sasha, scomparsa durante una missione.

L’ispirazione a Silent Hill è esplicita e rivendicata (tanto che la prima passeggiata mi ha proprio ricordato quella di Silent Hill 2 Remake): le ambientazioni claustrofobiche, le telecamere fisse in stile Resident Evil: Code Veronica, la nebbia psicologica che avvolge ogni ambiente. Ma Hollowbody non è un semplice esercizio di stile: la combinazione tra fantascienza distopica e horror da corridoio funziona, e crea qualcosa di sufficientemente personale da non sembrare una semplice accumulazione di citazioni. Il cast di doppiatori britannici, raro in un titolo horror, aggiunge un sapore culturale insolito e credibile. La storia non è memorabile, ma è narrata con onestà e qualche momento di vera tensione emotiva.
Atmosfera pesante, in senso buono
Se Hollowbody funziona, lo deve quasi interamente al suo comparto audiovisivo. Il sound design è efficace con una costanza che pochi giochi indie riescono a mantenere: i passi in lontananza, gli scricchiolii delle porte, i versi gutturali dei nemici (che il gioco chiama “The Strays”) che rimbalzano tra i corridoi. La pioggia che batte sulle superfici metalliche, la musica d’ambiente che non si alza mai troppo. C’è sempre qualcosa che ti mette a disagio, e il gioco ha la disciplina di non abusarne. Non ci sono jump scare gratuiti; l’orrore è costruito per accumulo, e questo è un approccio che rispetto.
Graficamente, per un prodotto creato da una sola persona, il lavoro è notevole. Gli ambienti hanno una densità di dettaglio convincente, il design artistico è coerente, e la versione PS5 include tutti gli aggiornamenti post-lancio del PC: miglioramenti QoL, puzzle opzionali aggiuntivi, nuovi luoghi, una modalità telecamera in terza persona (che ho usato tutto il tempo) e localizzazioni in più lingue. Chi arriva oggi su console riceve il prodotto nella sua forma migliore, insomma. Un po’ come è giusto che sia, data l’attesa.

Rigor horroris
Ed è qui che la dichiarazione d’amore comincia a complicarsi. Perché Hollowbody non si limita a prendere in prestito l’estetica di quei survival horror che “andavano” vent’anni fa: ne eredita anche le ruvidezze più indigeste, e non sempre è chiaro se si tratti di scelte consapevoli o di limiti produttivi mascherati da omaggio al passato.
Il combattimento è il problema più evidente. Mica si muove con una rigidità che in Silent Hill 2 originale era compensata da un level design costruito intorno ad essa, mentre qui spesso si scontra con la geometria degli ambienti nel momento peggiore possibile. I nemici incassano punizioni prima di cedere, le animazioni di attacco non hanno feedback soddisfacente, e capita di uscire da uno scontro con la sensazione di non aver mai avuto davvero il controllo della situazione. Non è la tensione dello scarseggiare di risorse in un survival horror ben progettato, ma più la frustrazione di un sistema che non risponde con la precisione che ci si aspetta nel 2026.
La mappa è un’altra fonte di attrito. Orientarsi negli ambienti più intricati richiede tentativi ripetuti, e la mappa stessa non sempre fornisce abbastanza informazioni per capire dove si è già stati e dove bisogna andare, tolte le porte chiuse segnate di rosso nella mappa. Per un gioco corto (cinque ore circa, forse meno) questo dovrebbe essere un problema trascurabile, ma nella pratica rallenta il ritmo in modo avvertibile e mi ha fatto pesare ogni sessione di gioco, sicuramente in combo con l’atmosfera già piuttosto opprimente.

I puzzle hanno una difficoltà irregolare: alcuni sono eleganti nel modo in cui usano l’ambiente circostante per suggerire la soluzione, altri sembrano estratti da un contesto diverso e richiedono tentativi ed errori più che deduzione. Non è una critica alla presenza dei puzzle in sé, che è benvenuta, ma alla distribuzione della loro logica all’interno dell’esperienza. Sono anche pochi, però è giusto far notare quanto potessero essere pensati meglio, diminuiti ancora di più, o eliminati. Il gioco è già uscito altrove, quindi se ti troverai in difficoltà, non aver paura di usare una guida: l’ho fatto anche io.
Quanto pesa l’etichetta di gioco fatto da un solo dev?
La questione del contesto è quella che ogni recensore di Hollowbody prima o poi affronta.
Il gioco è opera di un singolo sviluppatore. È un fatto che cambia la prospettiva su quello che ci si trova davanti: certi limiti tecnici che in un prodotto da team di venti persone sarebbero inaccettabili diventano comprensibili, persino ammirevoli nella loro ambizione. E Hollowbody è ambizioso, genuinamente, nel modo in cui costruisce un mondo coerente, una protagonista con una voce propria, e un’esperienza che riesce a creare paura senza tecnologie sofisticate.
Il problema è che la recensione deve valutare l’esperienza dell’utente, non – solo – le circostanze produttive. E l’esperienza dell’utente, su PS5 nel 2026, include la memoria di Silent Hill 2 Remake, di Signalis, di Cronos The New Dawn, ma anche di una generazione intera di survival horror che ha dimostrato come l’estetica retro possa convivere con un game feel moderno e rifinito. Hollowbody non raggiunge quel livello, e lo sai in modo particolarmente netto quando l’atmosfera fa il suo lavoro alla perfezione e poi il corpo di Mica si inceppa su uno spigolo durante uno scontro, o il nemico può colpirti da dietro l’angolo, o la telecamera inceppa e ti fa disorientare per una decina di secondi buoni…

Per chi vale il viaggio
Non sono riuscito ad amare in modo completo, ma non posso nemmeno dire che mi abbia deluso sul piano fondamentale: Hollowbody è esattamente quello che promette. È un survival horror che odora di PS2, che vuole farti sentire vulnerabile e disorientato in una città che non vuole che tu sopravviva, e ci riesce per lunghi tratti con una coerenza che molti giochi con budget molto maggiori non riescono a mantenere.
Se sei cresciuto con i primi Silent Hill, con Alone in the Dark: The New Nightmare, con quei survival horror di inizio millennio che ti chiedevano pazienza e ti davano in cambio tensione pura, troverai qui qualcosa che vale il prezzo del biglietto (abbordabile, tra l’altro). Se invece sei abituato al game feel contemporaneo, o se i difetti meccanici ti tolgono l’immersione invece di aggiungere difficoltà, probabilmente uscirai dall’exclusion zone più frustrato che soddisfatto. Come ho fatto io, se mi è concesso ammetterlo.
Hollowbody è un gioco che merita di esistere e merita attenzione. Non merita, però, che gli vengano perdonati difetti che avrebbero potuto essere levigati ulteriormente, con un po’ di tempo in più, o magari solo con qualche manciata di feedback onesti in più.

Un gioco che merita di esistere e merita attenzione, ma che meritava anche un po' più di tempo per smussarne gli angoli
Pro
- Atmosfera opprimente e costruita con grande disciplina
- Ambientazione tech-noir originale e coerente
- Sound design efficacissimo
- Buon lavoro artistico per un progetto solista
- La versione PS5 include tutti gli update post-lancio
Contro
- Combattimento impreciso e privo di feedback soddisfacente
- Mappa insufficiente, orientamento frustrante
- Puzzle con difficoltà irregolare
- Game feel che rimanda indietro di una generazione senza sempre farlo intenzionalmente