Mixtape – Recensione

Recensito su PC

Editoria & Trasparenza

Prodotto acquistato personalmente dal recensore ai fini della valutazione.

C’è qualcosa di profondamente viscerale nel rumore di una cassetta che si inserisce nel mangianastri: un clic che non è solo meccanico, ma l’inizio di un viaggio nel tempo. È proprio su questa frequenza che si sintonizza Mixtape, seconda opera di Beethoven & Dinosaur.

Se il nome non vi è nuovo, è perché si tratta della geniale mente e del minuscolo ma potentissimo team di Johnny Galvatron, già autore del visionario The Artful Escape. Il team, con base nella vibrante Melbourne, in Australia, è composto da un manipolo di creativi che masticano musica e pixel con la stessa naturalezza con cui si respira.

Già adocchiati da Annapurna Interactive durante il loro primo lavoro, non sorprende dunque la prosecuzione del sodalizio, con un progetto così intriso di stile e personalità come Mixtape. Il publisher californiano rappresenta ormai il sigillo di garanzia per eccellenza nell’industria videoludica: con la precisa volontà di elevare il videogioco a forma d’arte pura. Sia nel bene che nel male: il pregio principale è senza dubbio la loro estetica distintiva e immediatamente riconoscibile; occasionalmente, però, questa cura artistica può andare a discapito del gameplay.

Pubblicano titoli che non cercano il consenso della massa attraverso i muscoli tecnici, ma attraverso l’anima e l’originalità, anche se non esiste una formula rigida che li renda tutti uguali. In generale, si tratta di titoli indipendenti con una forte attenzione alla narrazione, ai personaggi e alle emozioni, dove la storia conta più della pura azione o della competizione.

Ricordi sfocati di pomeriggi passati a rincorrere il nulla. In fondo in Mixtape non sono gli eventi a prendere la scena ma le emozioni.

Kool Thing

Molti giochi del catalogo Annapurna presentano inoltre una spiccata componente artistica, con uno stile visivo e musicale molto curato che li avvicina quasi a esperienze da “film interattivi”. Spesso affrontano temi emotivi o esistenziali come la crescita personale, la memoria, la perdita, le relazioni e l’identità, come si vede in titoli come Outer Wilds, What Remains of Edith Finch o Stray.

Anche il gameplay tende a essere non convenzionale e lontano dalle formule classiche, preferendo soluzioni più originali o ibride. Semplificando e tirando fuori un’etichetta abusata potrei definirli “esperienze autoriali“, cioè progetti in cui emerge una visione creativa forte e personale, più vicina al cinema indipendente che all’industria videoludica mainstream. Mixtape è il tassello perfetto per il loro catalogo: un’esperienza dove l’estetica e il racconto pesano molto più dei riflessi sul controller.

Per comprenderne appieno l’anima, è fondamentale tracciare una linea sottile tra due archetipi narrativi spesso confusi: il racconto di formazione e il coming-of-age. Mentre il primo è un genere letterario (e non solo) focalizzato sull’evoluzione del protagonista, seguendo un percorso di sviluppo interiore che può valere a qualunque età, il secondo si cristallizza sull’adolescenza, catturando quel momento preciso in cui la perdita dell’innocenza si scontra frontalmente con la scoperta di sé, in un passaggio emotivo turbolento, viscerale e spesso confuso.

Videogiochi e cinema sono pieni di storie di questo tipo: oltre ai pilastri come il malinconico Stand by Me di Rob Reiner o l’iconico Breakfast Club di John Hughes, troviamo gemme più ricercate come I 400 colpi di François Truffaut, che isola il disagio di un ragazzo in fuga, o il rarefatto Picnic a Hanging Rock di Peter Weir, dove la transizione verso l’età adulta assume tinte oniriche e inquietanti o ancor di più la prima parte di “It” un racconto adolescenziale filtrato attraverso l’horror.

Nel panorama videoludico, il genere ha trovato numerose e potenti voci: se l’avventura episodica di Life is Strange ne rappresenta l’esempio più celebre attraverso il peso delle scelte e del tempo, titoli più autoriali come Night in the Woods, il poetico Goodbye Volcano High o il recente e magnifico Perfect Tides station to station riescono a cristallizzare quella specifica ansia di chi vede il futuro arrivare come un treno in corsa mentre cerca ancora di decifrare il proprio passato.

Ed è proprio in questo scenario che Mixtape si incastra a perfezione. Non ha la pretesa pedagogica di insegnarci come stare al mondo, ma preferisce farci rivivere l’estasi e l’imbarazzo di quegli anni complicati in modo diretto e scanzonato. Attraverso una colonna sonora che funge da vera e propria spina dorsale della memoria, trasformandosi in un tributo malinconico alla giovinezza, alle amicizie che sembrano eterne e a quei brani musicali capaci, per un istante, di farci sentire i padroni assoluti dell’universo: se vi è familiare la scena in cui la voce di David Bowie intona “Heroes” nel tunnel di The Perks of Being a Wallflower, allora sapete esattamente cosa aspettarvi.

Mixtape
Il momento esatto in cui la musica si fonde con l’orizzonte. Peccato non siano le note di “heroes” a risuonare.

People are people

La storia segue tre amici durante la loro ultima giornata insieme prima di separarsi per iniziare vite diverse: Stacey Rockford diretta a New York per inseguire il sogno di lavorare nel mondo della musica, Cassandra Morino in partenza per il college, e Van Slater intento a girarsi i pollici.

Attraverso una serie di ricordi giocabili, accompagnati da una colonna sonora piena di brani iconici, il giocatore rivive momenti importanti della loro crescita: feste, primi amori, skate, concerti e piccoli drammi adolescenziali. Il tono mescola nostalgia, emozione e umorismo, con uno stile cinematografico molto musicale e la rottura della quarta parete, con annessa presentazione della protagonista che introduce e spiega le tracce che suoneranno a schermo ed il motivo per cui le ha inserite della sua playlist.

La storia è narrata dall’ottica di Stacey, un’amante della musica che sogna di lavorare come supervisore musicale; ha preparato una mixtape, cioè una audiocassetta piena di brani che faranno da colonna sonora a quell’ultima giornata. La musica è senza dubbio una parte fondamentale del gioco e, per chi ama un certo genere, non potrà non emozionarsi nell’ascoltare i Cure, i Siouxsie and the Banshees, gli Smashing Pumpkins e Iggy Pop (solo per citarne alcuni, sono circa 25 brani, uno per ogni capitolo di gioco).

La prima cosa che si nota è la qualità della scrittura, che riesce a raccontare l’adolescenza senza mai cadere nel macchiettistico tipico di questo tipo di storie. I tre protagonisti sono costruiti con grande naturalezza, attraverso e botta e risposta cinici che restituiscono bene il modo in cui gli adolescenti guardano il mondo (a tratti mi ha ricordato Daria), spesso con distacco, disprezzo o curiosità ancora acerba.

Allo stesso tempo, la scrittura alterna momenti ironici e altri più emotivi con un equilibrio molto fluido, riuscendo a trasmettere nostalgia e malinconia senza forzature. C’è anche una componente volutamente sopra le righe, che riflette l’intensità con cui a quell’età si vive ogni esperienza, amplificandone entusiasmo e delusioni in un continuo e riuscitissimo frullatore emotivo.

Il gioco non si affida a grandi colpi di scena, ma costruisce il suo impatto sulle piccole esperienze quotidiane e sui rapporti tra i personaggi, che risultano sempre credibili e riconoscibili. Il risultato è una narrazione intima, fortemente legata alla musica e ai ricordi, che scorre quasi come una playlist emotiva, concedendosi anche deviazioni surreali ed oniriche quando opportune.

Le tematiche affrontate richiamano i classici elementi del coming-of-age ambientato nella periferia americana: la scoperta e ricerca degli alcolici, le feste spensierate, i luoghi dove divertirsi senza preoccupazioni, l’incomunicabilità con gli adulti e la forza profonda dell’amicizia. Sono scene familiari, spesso celebrate nei film americani, in cui gli adolescenti sognano di fuggire dalla propria cittadina, considerata una prigione, per inseguire una vita migliore e realizzare i propri sogni a ogni costo.

Un’inquadratura ravvicinata, che parla di conversazioni intime, segreti sussurrati e quella strana estetica degli anni dell’apparecchio ai denti.

When we were young

Anche i personaggi seguono archetipi riconoscibili ma ben delineati: la ragazza dai grandi sogni, determinata a tutto pur di raggiungerli; la ribelle, plasmata da un ambiente familiare soffocante; e il perditempo, che nasconde in realtà un talento unico. Un ritratto semplice ma estremamente efficace, raccontato con grande maestria ed una certa dose di furbizia.

Il gioco è molto legato a una specifica sensibilità generazionale. Non viene indicata una data precisa, ma Mixtape costruisce la propria atmosfera attraverso riferimenti culturali, musicali e stilistici che evocano chiaramente l’immaginario adolescenziale del recente passato: skateboard, cassette registrate, lettori cd portatili, compilation fatte a mano e un’estetica indie e alternative rock, tutti richiami evidenti alla seconda metà degli anni ’90.

La forza nostalgica dell’opera può suscitare reazioni diverse a seconda del background generazionale: chi ha vissuto o conosce da vicino quell’epoca la sentirà come un ritorno emotivo autentico (come nella scena iniziale del riavvolgimento dell’audiocassetta con la matita, ricca di significati per molti), mentre i ventenni cresciuti nell’era digitale e dello streaming potrebbero percepirla come una nostalgia più filtrata e meno personale.

Detto ciò, il gioco non è affatto riservato a una generazione specifica per poter essere apprezzato: la scrittura e i temi di amicizia, fine di un’epoca e crescita sono universali ed in grado di coinvolgere anche chi non si riconosce completamente in quel particolare contesto culturale e temporale.

Un aspetto meno trasversale e da sottolineare con decisione riguarda la tipologia di gioco, chi si avvicina con l’aspettativa di un’esperienza fortemente basata sulle meccaniche interattive potrebbe rimanere deluso; al contrario, chi è disposto a lasciarsi trasportare dall’atmosfera troverà un’opera capace di costruire sensazioni e suggestioni con grande efficacia. Le sue “vibes” sono infatti estremamente curate e coinvolgenti, tanto che anche chi non ha alcuna familiarità con termini o immaginari legati allo “shoegaze” finirà per sentirsi completamente immerso nel suo mondo.

E’ però innegabile che avere una certa familiarità con il genere può sicuramente arricchire l’esperienza, e sospetto che chi percepisce la musica come qualcosa di più di un semplice sottofondo vivrà Mixtape in modo ancora più intenso. Questo perché Stacey, e di riflesso l’intero racconto, ruotano attorno all’importanza, quasi un’ossessione, di vivere ogni momento accompagnato dalla canzone perfetta: una melodia capace di amplificare le emozioni, riempire il vuoto, piegare la realtà al proprio volere e offrire una fuga dall’ansia. Non è un caso che la protagonista abbia sempre le cuffie alle orecchie, non ricordo un solo istante in cui non le indossi, come le ricorderà Cassandra in un momento del gioco,  indicando il lettore CD portatile appeso alla cintura.

Ricordi sfocati di pomeriggi passati a rincorrere il nulla.

Rocking the beat

Ho riflettuto molto su quale taglio dare a questa recensione, soprattutto perché mi rendo conto di essere esattamente il target di riferimento di Mixtape, ed è inevitabile che certe scene abbiano su di me un effetto enorme. Vedere un CD masterizzato dei Portishead appoggiato su un mobile in camera o trasformare un viaggio in macchina in una gara di Headbanging è una copia carbone del modo in cui vivevo in quegli anni.

Al di là di quanto io possa specchiarmi nelle scene di gioco, alla fine, penso che quello che provo giocando a Mixtape conti solo fino a un certo punto. La cosa davvero importante è riuscire a trasmettere che tipo di esperienza sia, perché se da un lato è indubbiamente un ottimo prodotto nel suo genere, dall’altro potrebbe non essere immediatamente chiaro a un possibile curioso cosa si troverà davanti.

Ovviamente alla fine ci sarà un voto, ma spero di essere riuscito a comunicare il senso e le caratteristiche fondanti in modo da permettere ad un lettore di farsi un’idea personale su quanto descritto e non sulle mie opinioni. Spesso, insieme ad alcuni amici, ci divertiamo a chiamarci con i nomi delle specie dei dinosauri. Proprio per questo, mi ha fatto sorridere ritrovarli in una delle scene di Mixtape, dato che il gioco evoca un modo di vivere ormai lontano dalla quotidianità e, in un certo senso, estinto.

Per quanto riguarda il gameplay, si sviluppa attraverso una serie di ambienti e stanze, pochi ma molto evocativi, che il giocatore può esplorare e con cui può interagire per sbloccare ricordi o eventi legati ai protagonisti. Ogni sequenza introduce un minigioco estremamente semplice, pensato più per accompagnare il ritmo della narrazione che per offrire una vera sfida ludica.

Spesso si tratta di interazioni basilari con il controller, quasi solo per tenere occupate le mani e non far accumulare polvere sul gamepad. Ed è proprio in questa semplicità che si rivela la vera natura del gioco: ogni sezione si vive come un videoclip di MTV interattivo, dove il coinvolgimento passa più dall’atmosfera e dalla musica che dal gameplay tradizionale. Di fatto, si gioca poco, pochissimo.

Non aspettatevi scelte narrative ramificate o sistemi complessi alla Dispatch: Mixtape è una storia lineare, più vicino ad walking simulator che ad un’avventura, che accompagna il giocatore attraverso una serie di esperienze adolescenziali messe in scena con grande energia visiva e musicale. Si passa dai trick in skateboard al volare sopra la città, dal colpire palle da baseball fino a dirigere uno spettacolo di fuochi d’artificio dal sedile posteriore di un’auto. È, in fondo, una raccolta dei “greatest hits” dell’adolescenza: dal primo bacio all’ultimo ballo.

Questi frammenti di memoria non seguono un ordine cronologico, ma emotivo: il giocatore rivive i momenti cardine che hanno cementato il legame dei tre amici, dal primo bacio rubato al brivido di un atto di vandalismo adolescenziale, fino alle piccole e grandi delusioni che hanno segnato la loro crescita. La trama non è dunque un percorso lineare, ma un collage di esperienze che cerca di rispondere alla domanda cruciale di ogni coming-of-age: cosa resterà di noi quando la musica di questa notte finirà e saremo costretti a diventare adulti?

In tema di ricordi e memorie, Mixtape mi riporta immediatamente alla mente Alta fedeltà, film del 2000 con John Cusack. Non tanto per la trama o per la struttura narrativa (anche quella è una storia di formazione), quanto per il modo in cui entrambe le opere trattano la musica come qualcosa di sacro, di onnipresente e di inseparabile dalla personalità dei protagonisti. In Alta fedeltà, Rob usa le canzoni per interpretare il mondo, le relazioni e sé stesso: ogni momento della sua vita passa attraverso un disco, una classifica, una compilation fatta per qualcuno. Qui succede qualcosa di molto simile.

Seduti sulla schiena di un gigante, guardando il sole che si tuffa nel deserto. A volte l’immaginazione è l’unico posto dove ci sentiamo davvero a casa.

Cherub Rock

Stacey non vive la musica come semplice passione, ma come un linguaggio emotivo attraverso cui leggere ogni esperienza della sua adolescenza e come un modo per esprimersi nei confronti del mondo, tanto da desiderare perfino di lavorare nel campo musicale. Anche l’idea stessa del mixtape ha lo stesso valore emotivo che aveva nel film di Stephen Frears: non una raccolta casuale di brani, ma un modo di raccontare sé stessi attraverso la musica. Un modo di comunicare. Un linguaggio.

Mi ha colpito il modo in cui le canzoni vengono presentate e inserite nella realtà del gioco. Non partono mai “in sottofondo”, ma sembrano dialogare con ciò che accade sullo schermo, commentare le emozioni dei personaggi e trasformare certe scene in ricordi immediatamente riconoscibili, proprio come accadeva in Alta fedeltà. È quel tipo di rapporto quasi ossessivo e romantico con la musica, tipico di chi è cresciuto tra compilation, negozi di dischi e affitti di CD al pari delle VHS, che rende Mixtape molto più vicino a quel film di quanto sembri a prima vista.

Dal punto di vista visivo, l’opera di Beethoven and Dinosaur è un piccolo gioiello di stile e tecnica che si allontana nettamente dal fotorealismo per abbracciare un’estetica più pittorica e materica. La resa grafica richiama quasi dei diorami artigianali: personaggi e ambienti sembrano scolpiti o modellati a mano, conferendo al mondo di gioco una forte identità visiva.

Uno degli elementi più particolari riguarda proprio l’animazione, che simula un effetto “a passo uno”, vicino alla animazione in Stop-motion. Non si tratta però di un’animazione fisica fotogramma per fotogramma come quella di The Midnight Walk, bensì di una direzione artistica interamente digitale che richiama immaginari analogici e volutamente retrò. Il risultato è più fluido e controllato rispetto alla stop-motion tradizionale, pur mantenendo una piacevole sensazione di imperfezione e nostalgia che permea tanto l’atmosfera quanto le animazioni stesse. Il gioco utilizza infatti animazioni  a frame rate ridotto per accentuare quell’effetto sospeso e cinematografico che ricorda alcune sperimentazioni visive contemporanee, come Spider-Man: Into the Spider-Verse.

Questa scelta tecnica non è solo un vezzo estetico, ma serve a sottolineare la natura frammentaria dei ricordi: come se si sfogliasse un vecchio album di foto o si guardasse un filmato in Super 8, l’animazione scattosa conferisce alle scene un senso di nostalgia tattile e imperfetta. I colori saturi e le luci soffuse dell’ultima notte di liceo si fondono con geometrie leggermente stilizzate, creando un’atmosfera onirica che trasforma ogni vignetta giocabile in un pezzetto di memoria, quasi tangibile.

Per quanto riguarda la durata, l’ultimo giorno dei tre amici viene raccontato in circa sulle tre ore e mezza, un tempo congruo per la storia che racconta e per il prezzo di vendita, con un ritmo che perde (fisiologicamente) qualche colpo dopo un inizio clamoroso ma che mantiene un ritmo piacevole per tutta la durata. La rigiocabilità è purtroppo nulla, trattandosi di un’esperienza one-shot. In conclusione, Mixtape rappresenta un’opera che, pur non proponendo novità meccaniche o rivoluzioni narrative, riesce a catturare con rara efficacia l’essenza di un’epoca e di un sentimento universale. La sua forza risiede nella scrittura delicata ma ficcante che dietro ogni frase nasconde un piccolo mondo (Come la madre di Slater, che pur avendo soltanto un paio di linee di dialogo viene caratterizzata con una tale efficacia da dare l’impressione di conoscerla da sempre), nella colonna sonora evocativa e nella capacità di trasportare il giocatore in un viaggio emotivo attraverso la memoria e la musica.

Chi cerca un gameplay complesso o una storia ramificata potrebbe restare deluso; chi invece desidera immergersi in un racconto di formazione intimo e nostalgico, accompagnato da una colonna sonora avvolgente e da un’estetica poetica, troverà un piccolo gioiello capace di parlare al cuore, senza bisogno di altro.

Mixtape
Una fuga notturna che profuma di guai e libertà.

In conclusione: Mixtape

Mixtape si presenta come un’opera videoludica profondamente evocativa e intima, capace di trasportare il giocatore in un viaggio nostalgico attraverso l’adolescenza e la musica degli anni ’90, con una scrittura delicata ePersonaggi autentici, pur muovendosi all’interno dei cliché più classici del genere. Pur privilegiando l’estetica e il racconto emotivo rispetto a un gameplay complesso o innovativo, il titolo riesce a costruire un’atmosfera coinvolgente e poetica, grazie a una colonna sonora curatissima e a uno stile visivo originale che richiama la memoria e la frammentarietà dei ricordi. La sequenza con gli Smashing Pumpkins in sottofondo, insieme a ciò che si svolge a schermo, rimarrà impressa a lungo nella mia memoria con un sorriso sincero, così come il ricordo di Spellbound, che esplode (letteralmente) in tutta la sua bellezza e ha lasciato un’impressione indelebile nei miei occhi. Tuttavia, non si può ignorare la struttura ludica debole e una storia che, pur essendo ben scritta, manca di spunti interessanti. Questi aspetti vanno inevitabilmente considerati, anche se i miei occhi, hanno faticato non poco a distogliersi da questa intensissima esperienza.

8
Un'esperienza viscerale e poetica dove la musica si fa memoria, capace di trasformare i cliché dell'adolescenza in un gioiello estetico che incanta gli occhi nonostante una struttura ludica ridotta all'osso.

Pro

  • Colonna Sonora Magistrale
  • Qualità della Scrittura
  • Potere Evocativo
  • Direzione Artistica Unica

Contro

  • Gameplay Estremamente Limitato
  • Mancanza di Spunti Narrativi Originali
  • Struttura Narrativa Lineare e rigiocabilità assente
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