Wax Heads – Recensione: il disco giusto al momento giusto

Recensito su PlayStation 5

Editoria & Trasparenza

Codice digitale fornito gratuitamente dal produttore/editore per fini editoriali.

Wax Heads – Recensione il disco giusto al momento giusto (7)

Sviluppatore: Patattie Games
Publisher: Curve Games
Piattaforme: PS5, Xbox Series X/S, Nintendo Switch, PC
Testato su: PlayStation 5 Pro
Genere: Narrative Sim / Puzzle
Giocatori: 1

Ci sono giochi che esistono quasi esclusivamente… per spiegarsi.

Hanno tutorial che durano ore, sistemi sovrapposti a sistemi, e un senso perenne di dover giustificare la propria complessità. E poi ci sono giochi come Wax Heads, che invece sembrano solo chiederti di sederti, mettere su un disco e stare un po’ “insieme”.

Il titolo di Patattie Games (team madrileno di due persone, al lavoro per due anni su questo gioco) è uscito il 5 maggio su PS5, Xbox, Switch e PC, pubblicato da Curve Games, ed è esattamente il tipo di prodotto che non ti aspetti di trovare così ben riuscito. Un narrative sim ambientato in un negozio di dischi, con la struttura di una visual novel e l’anima di un puzzle game travestito da “posto in cui in fondo in fondo vorresti lavorare”. Ci ho passato una manciata di ore piacevolissime sulla PS5 Pro, ho visto i titoli di coda, e mi sono ritrovato ad augurarmi che il gioco fosse più lungo.

E questa forse è la cosa migliore che un gioco possa fare, no?

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Wax Heads – Recensione: il disco giusto al momento giusto

La premessa di Wax Heads è disarmante nella sua semplicità: sei il nuovo dipendente di Repeater Records, un negozio di dischi in vinile situato in una cittadina che odora di caffè cruelty-free e manifesti per concerti allo stesso tempo. Il posto appartiene a una ex cantante di un famoso gruppo post-punk degli anni Ottanta, una donna con carattere da vendere e segreti da – assolutamente – tenere, con una sorella con cui i rapporti sono tutto fuorché sereni.

Al tuo fianco ci sono colleghi che sembrano usciti da un fumetto indie: c’è Hank, il musicista di mezza età convinto che il suo momento di gloria stia ancora per arrivare (e che ignora completamente l’esistenza dei social media), c’è la collega hipster queer che è semplicemente, senza possibilità di discussione, più cool di te, c’è quella silenziosa, che fa il suo senza rompere. Un posto di lavoro qualunque, insomma, di quelli che tutti ne abbiamo visti a bizzeffe, in un modo o nell’altro.

Il tuo lavoro, nella pratica, consiste nel consigliare il disco giusto ai clienti che entrano in negozio.

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Sembra quasi banale, descritto così, ma la meccanica è più sottile e intelligente di quanto appaia. Ogni cliente arriva con una richiesta: alcuni sono precisi e concreti, altri sono vaghi fino all’esasperazione. Un tizio vuole qualcosa che lo faccia apparire cool agli occhi degli elettori che sta cercando di intortare; un altro indossa la t-shirt di due band diverse e ti rende la vita molto più facile di quanto pensi. Qualcuno vuole un album con “un goblin dentro”.

Sì, ho detto dentro. Il processo di deduzione (tra le copertine dei dischi, i testi dei brani, i tag dei generi e le indicazioni sparse nell’ambiente e sui social media fittizi del gioco) funziona come una serie di micro-puzzle logici che tengono la mente sveglia senza mai sfociare nella frustrazione.

È un po’ come Papers Please, ma invece di documenti da timbrare hai vinili da consigliare, e l’atmosfera è decisamente meno kafkiana e oppressiva, anche se presto la narrazione un po’ di stizza te la mette, con il bisogno di salvare il negozio dal capitalista oppressore che pensa che tutto possa essere sostituito dall’IA (anche di questi ne abbiamo conosciuti fin troppi, no?).

Il loop che ipnotizza

Il segreto del ritmo di Wax Heads sta in come il gioco alterna le sue due metà.

Ogni “giornata lavorativa” ti mette di fronte a una sequenza di clienti da soddisfare; dopodiché il gioco si ferma, respira, e si trasforma in una visual novel in piena regola. I dialoghi con i colleghi, gli eventi fuori dal negozio, compresa una serata al pub dove Hank suona la sua canzone originale con una certa intensità toccante, e i segmenti da talk show televisivo che sembrano fuori contesto ma poi si rivelano essenziali per la giornata successiva, costruiscono un tessuto narrativo compatto e genuinamente ben scritto.

Non è la prosa di un romanzo letterario, ma è onesta, ha un suo senso dell’umorismo, e nei momenti giusti ti prende di sorpresa con una sincerità che non ti aspetti. Sono personaggi fittizi, sì, a volte anche caricaturali, ma vivono situazioni vere, facili da traslare in cosa che io, tu o qualcun altro abbiamo vissuto.

La storia di Wax Heads, pian piano, smette di essere quella di un semplice negozio di dischi e diventa qualcosa di più urgente e contemporaneo: Repeater Records è in pericolo. Un investitore vuole comprare l’immobile per riqualificarlo. Le altre attività del quartiere stanno chiudendo una dopo l’altra.

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Quello che Wax Heads racconta, sottotraccia, è la pressione del capitalismo sulle piccole realtà culturali, sulla sopravvivenza dei luoghi che vendono qualcosa che non si può consegnare in ventiquattro ore, ovvero il senso di appartenenza a una comunità costruita attorno alla passione per la musica. È un tema che suona stranamente reale per un gioco che si definisce “cozy”, e che riesce ad affrontarlo senza mai diventare pesante né predicatorio.

Soprattutto, è una tematica che io stesso sento molto vicina, nel mio quotidiano ritorno all’indipendenza della consumazione delle robe che mi piacciono, dai libri fisici comprati a mercatini dell’usato, a vinili, alla cancellazione di quasi tutti i miei servizi in abbonamento (Apple TV tocca tenerla per “Widow’s Bay” e “Margo ha problemi di soldi“…)

Uno degli aspetti che ho apprezzato di più è il modo in cui lo spazio fisico del Repeater Records è stato progettato.

Nonostante ci si muova tramite frecce direzionali tra aree predefinite (niente esplorazione libera, per intenderci) ogni angolo del negozio racconta qualcosa. Le vetrine tappezzate di locandine di band fittizie, il jukebox nell’angolo dell’ufficio dipendenti, i rack di vinili ordinati per genere, la bacheca in sala pausa. Il gioco costruisce un senso di luogo molto preciso, quasi nostalgico, che evoca quei negozi di dischi sopravvissuti che ancora oggi sembrano portali verso un’altra epoca.

La copertina di un album in Wax Heads non è solo un’immagine decorativa: è un indizio, un oggetto carico di storia inventata ma credibile, corredato da testi critici fittizi scritti con quella prosa da rivista musicale degli anni Novanta che fa sorridere chiunque abbia mai sfogliato un numero di Rolling Stone cartaceo.

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Navigare gli spazi del negozio diventa presto un “Trova le differenze”, con l’apertura di nuove stanze e piani e, soprattutto, con la rotazione dei dischi in vendita.

L’art direction merita una menzione a parte. Lo stile grafico è quello di un fumetto alternativo: linee pulite, colori saturi ma mai aggressivi, character design immediatamente riconoscibili. Ogni personaggio comunica il proprio tipo attraverso il look ancor prima di aprire bocca. Non ci sono grandi animazioni; le scene funzionano un po’ come tavole di una graphic novel in movimento, il che è coerente con l’estetica indie del tutto. Su PS5 Pro il tutto gira perfettamente, senza incertezze, e il DualSense viene sfruttato in modo sobrio ma piacevole nei feedback aptici durante i momenti di scoperta, ma in particolare nel piccolo loop di azioni consecutive e sempre più rapide che ti troverai a fare nel fare lo scontrino al cliente.

Sarebbe un problema notevole se un gioco ambientato in un negozio di dischi avesse una colonna sonora mediocre, no?

Wax Heads fortunatamente non ha questo problema. La musica, interamente originale e composta appositamente per il gioco, copre uno spettro di generi stupefacente per un titolo di queste dimensioni: pop, post-punk, jazz, indie rock, persino qualcosa che si avvicina ammiccando al metal industriale. Non tutte le tracce rimarranno impresse nella memoria con la stessa intensità, ma il livello qualitativo medio è alto, e soprattutto la musica è funzionale alla costruzione dell’identità delle band fittizie che popolano il mondo del gioco. Sbloccare e ascoltare tutti i brani è uno degli obiettivi impliciti dell’esperienza, e vale la pena farlo, anche solo per scoprire nuovi gusti e generi in un mondo in continua evoluzione, anche sonora.

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Quello che funziona meno

Wax Heads non è privo di limiti, e sarebbe disonesto da parte mia non nominarli, ma non sono spigoli che, a mio parere, vanno da impattare sulla qualità del gioco o sulla mia valutazione di esso. Il principale difetto, che ho notato essere anche quello più citato da altre redattrici e redattori, è la durata breve del gioco: Wax Heads dura tra le tre e le cinque ore a seconda di quanto si esplora e si legge, e quando i titoli di coda scorrono si ha la sensazione precisa che ci sarebbe ancora tanto da raccontare in questo mondo. Non è un difetto strutturale, dato che la storia si chiude in modo soddisfacente, ma è la prova che il gioco avrebbe potuto sostenere senza problemi almeno un altro capitolo o due, se proprio lo si volesse.

Sono però abbastanza in conflitto con questo mio stesso commento, perché nel ripensarci a giorni di distanza, Wax Heads è finito dov’era giusto che finisse (non come 007 First Light).

Parlando del resto, il loop di gioco di Wax Heads, per quanto efficace, mostra una certa ripetitività percepita (la ripetitività è lì sempre, sia chiaro, ma pesa un po’ di meno, all’inizio), soprattutto nella seconda metà. La struttura “vai al lavoro, servi i clienti, vivi un evento narrativo, ripeti” funziona bene per le prime sessioni, ma verso la fine si inizia a sentire il peso della formula. Il gioco lo intuisce e prova a spezzare il ritmo con minigiochi e compiti secondari (tra cui delle piccolissime attività alternative, come l’applicazione del loop di “suggerimento” dei dischi applicato ai drink di un pub) ma questi momenti sono episodici e sporadici, troppo per essere sufficienti a eliminare completamente la sensazione di un loop che si apre, svolge e chiude sempre nello stesso modo (un applauso a Enrico che si lamenta che un loop è un loop!).

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C’è anche una questione di conseguenze, o meglio dell’assenza di esse: sbagliare la raccomandazione al cliente comporta solo la perdita di punti da spendere in personalizzazioni cosmetiche, il che significa che non esiste un vero rischio nell’esperienza. È una scelta deliberata, in linea con la natura cozy del titolo, ma toglie un po’ di mordente a quei momenti in cui si vorrebbe sentire che la posta in gioco è più alta.

Wax Heads offre anche la modalità nella quale il cliente potrà solo accettare il disco giusto, rifiutando ogni suggerimento sbagliato e non facendoci proseguire quindi se non con il massimo punteggio, ma dopo averla provata per una mezz’ora circa, l’ho trovata troppo “diminuente” delle parti belle dell’esperienza, errori di consiglio compresi.

Infine, alcune richieste dei clienti sono talmente vaghe da sfiorare l’arbitrario, e non sempre gli indizi disseminati nell’ambiente (i social media fittizi, le note nelle copertine) sono sufficientemente espliciti per guidare la deduzione in modo pulito. Capita di procedere più per tentativi che per logica, e in quei momenti il loop perde un po’ della sua soddisfazione, ma per fortuna mi è capito letteralmente per 3-4 dischi in tutta la run.

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Conclusioni

Wax Heads è un gioco piccolo che sa esattamente cosa vuole essere e lo fa con una cura artigianale difficile – forse impossibile, per sua stessa natura – da trovare in produzioni anche molto più grandi. È il tipo di esperienza che si consiglia a chi ama la musica come oggetto culturale, a chi ha passato almeno un pomeriggio della sua vita a sfogliare dischi in un negozio sapendo già che probabilmente non avrebbe comprato nulla ma godendosi il rito ugualmente. Wax Heads è un gioco che consiglio soprattutto a chi cerca un prodotto narrativo che abbia qualcosa da dire oltre al proprio gameplay, anzi forse proprio piuttosto del suo gameplay. Il fatto che venga da uno studio di due persone rende tutto ancora più notevole.

Non è per tutti, Wax Heads, sicuro: chi cerca una sfida meccanica che giustifichi i 15€ di costo, resterà deluso, ma è questione di approccio, esattamente come nella scelta di un vinile da comprare per la propria collezione. Wax Heads non ha ambizioni meccaniche né titaniche, e ha il buon gusto di non fingerle. È un disco di debutto indie: non perfetto, non lunghissimo, ma pieno di personalità e, soprattutto, brutalmente sincero e umano, con qualche canzone che ti resta in testa più di quanto ti aspettassi. Il disco giusto, al momento giusto. Anche se – o forse proprio perché – finisce troppo presto.

8.5
Un gioco pari al debutto indie di una band: impreciso, corto, ma lungimirante e tremendamente sincero

Pro

  • Narrazione autentica e ben scritta, con temi sorprendentemente attuali
  • Loop puzzle/visual novel bilanciato ed efficace
  • Art direction e colonna sonora originale di alto livello
  • Personaggi memorabili e caratterizzati con cura
  • "Senso del luogo" potente: il negozio di dischi come spazio vivo

Contro

  • Brevità: le 3-5 ore totali lasciano voglia di molto altro
  • Ripetitività del loop nella seconda metà
  • Nessuna vera conseguenza per gli errori
  • Alcune richieste clienti troppo vaghe
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