Godzilla Minus Zero: il regista ha distrutto la sua città natale con King Ghidorah3
In questo articolo
  1. Un conto in sospeso con King Ghidorah
  2. Perché "Minus Zero" e non "Minus Due"
  3. La scena con 2 miliardi di particelle d'acqua
  4. Umani e kaiju raccontati sullo stesso piano
  5. Il futuro del franchise

C’è una cosa che capita spesso ai registi giapponesi che crescono a pane e kaiju: da piccoli si siedono in sala, aspettando che il loro monstro preferito spacchi tutto, e poi restano delusi perché la distruzione dura tre inquadrature e il mostro se ne va. È capitato anche a Takashi Yamazaki, e ci ha messo quasi quarant’anni a vendicarsi.

Il regista e supervisore degli effetti visivi di Godzilla Minus One – il film che nel 2024 ha riportato un Oscar ai VFX in Giappone, primo caso dai tempi di Kubrick e “2001: Odissea nello spazio” – è tornato al timone di Godzilla Minus Zero, il trentottesimo film del franchise e il trentaquattresimo prodotto da Toho. La storia riprende nel 1949, due anni dopo gli eventi del primo film, con la famiglia Shikishima che si trova ad affrontare una nuova minaccia. Nel cast tornano Ryunosuke Kamiki e Minami Hamabe, e per la prima volta un lungometraggio giapponese viene girato pensando agli schermi Imax.

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Un conto in sospeso con King Ghidorah

Yamazaki non ha fatto mistero, nelle interviste promozionali del film, di quanto questo sequel sia personale. Da bambino, cresciuto a Matsumoto, aveva visto King Ghidorah debuttare sul grande schermo in un vecchio film della serie classica: il kaiju a tre teste sorvolava proprio la sua città. Peccato che, ricorda il regista, l’unica cosa che facesse fosse volare sopra il castello locale senza toccare nulla. Delusione totale per il piccolo Yamazaki.

Con Minus Zero si è tolto lo sfizio da adulto: Matsumoto torna sullo schermo, King Ghidorah atterra di nuovo lì, e questa volta la demolisce sul serio. Un dettaglio piccolo per chi guarda il film senza sapere nulla del regista, ma che per lui chiude un cerchio iniziato da spettatore frustrato in prima fila.

Perché “Minus Zero” e non “Minus Due”

Il titolo non è casuale. Secondo Yamazaki lo zero rappresenta l’idea di normalità, quella condizione neutra che i protagonisti della saga continuano a rincorrere senza mai raggiungerla davvero. Dopo le vicende del primo film, la famiglia Shikishima pensava di essere arrivata a una vita ordinaria, salvo poi ritrovarsi di nuovo travolta da una tragedia che li allontana gli uni dagli altri. Il regista cita persino un parallelo matematico: c’è differenza tra lo zero negativo in sé e il gesto di tendere verso lo zero, un avvicinamento continuo che non si conclude mai. È esattamente il movimento che compiono i personaggi nel film: provare, inquadratura dopo inquadratura, a tornare verso quella normalità perduta.

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La scena con 2 miliardi di particelle d’acqua

Tra le sequenze più citate dai fan dopo l’uscita in sala c’è il momento in cui Godzilla emerge dall’oceano per la prima volta, inseguendo un idrovolante in fase di decollo. Yamazaki, che cura personalmente lo storyboard di ogni film, racconta di aver scelto appositamente un obiettivo a focale lunga: nella sua scala dimensionale, questo Godzilla misura “solo” 50,1 metri, relativamente piccolo rispetto ad altre incarnazioni del personaggio nella storia del franchise. Comprimendo la profondità di campo con un teleobiettivo, il team è riuscito a far percepire il mostro molto più imponente di quanto non sia sulla carta.

Il risultato è un’onda che si gonfia dietro l’idrovolante in corsa, e che il pubblico capisce essere Godzilla stesso che tenta di raggiungere e affondare l’aereo. Dietro quell’inquadratura ci sono circa due miliardi di particelle d’acqua simulate, e secondo Yamazaki il tempo di rendering necessario è stato tra i più alti di tutta la produzione: la scelta di investirci così tante risorse non è casuale, perché era la prima volta in cui lo spettatore vede Godzilla emergere di fronte alla camera a piena figura, ed era fondamentale che quella minaccia si sentisse addosso.

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Umani e kaiju raccontati sullo stesso piano

Uno dei punti su cui Yamazaki insiste di più è l’equilibrio tra spettacolo e intimità. Per lui le reazioni dei kaiju e quelle degli umani non vanno trattate come due livelli narrativi separati: ciò che fanno i personaggi deve influenzare il comportamento del mostro, e viceversa, in un rimbalzo continuo che tiene lo spettatore agganciato a entrambi i piani della storia. Lo stesso vale per le scene più strazianti del film, come quella della piccola Akiko in lacrime: l’attrice che la interpreta, Sae Nagatani, aveva solo due anni durante le riprese di Minus One, e il team doveva correre con le camere ogni volta che iniziava a essere stanca o scontrosa per catturare reazioni genuine. Oggi che ha cinque anni, racconta il regista, basta spiegarle la scena e lei capisce esattamente cosa restituire davanti all’obiettivo.

Il futuro del franchise

Tra le scene che Yamazaki considera più riuscite a livello tecnico c’è quella, già anticipata nei trailer, in cui una madre e il suo bambino vengono sollevati da un raggio gravitazionale di King Ghidorah per poi precipitare. Il set è stato costruito con un’inclinazione studiata apposta, filmato con l’uso di drone, e completato poi in post-produzione: per il regista è la scena che meglio racconta il potere distruttivo (e il terrore puro) che il kaiju dovrebbe trasmettere.

Sul futuro della saga, Yamazaki resta volutamente vago, limitandosi a far intendere che un terzo capitolo è già nei suoi pensieri. Vista la parabola di Minus One e Minus Zero, difficile pensare che Toho si fermi qui.

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Godzilla Minus Zero è ora al cinema.

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L'autore

Dopo l'assenteismo nella generazione PS2, è bastato un bundle PS3 + Uncharted 3 a farmi tornare un controller fra le mani. Per quanto felice possessore di Ps5, Xbox Series X e Switch, prediligo la prima con ripetuti tradimenti verso la seconda, mentre con la terza ci sentiamo ogni tanto per sapere come stiamo. Game Designer vichingo ora residente in Svezia, sono affamato di vita, pronto tanto ad essere intrattenuto quanto ad intrattenere.

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