In questo articolo
- Regola 1: non farsi trovare fuori casa dopo le 23:00
- Regola 2: coopera per il bene del villaggio
- Regola 3: mantieni le distanze dagli estranei
- Regola 4: non rivelare i segreti altrui
- Regola 5: non lasciare il villaggio
- Regola 6: non rispondere alle voci delle montagne
- Regola 8: ogni richiesta esige un'adeguata ricompensa
- Regola 9 (?): Dovevo pur descriverti quanto dura il titolo e l'obiettivo di Village in the Shade, giusto?
- Village in the Shade - Conclusioni
Sviluppato da Nippon Ichi Software, gli stessi creatori della celebre e inquietante serie Yomawari, e pubblicato in Occidente con il titolo Village in the Shade (Honogurashi no Niwa), questo gioco è un’opera che sfida apertamente le convinzioni dei classici simulatori agricoli, come già vi anticipavo in un mio precedente editoriale, poiché è uscito in Giappone qualche mese fa.
Regola 1: non farsi trovare fuori casa dopo le 23:00
Partiamo subito con la prima cosa che strizza l’occhio: l’impianto visivo. Village in the Shade ha un’estetica bidimensionale, interamente disegnata a mano, che ricorda il moderno HD-2D. I paesaggi del fittizio e isolato villaggio montano di Kagatsu sono morbidi, pittoreschi e trasmettono un’incredibile voglia di volerci vivere… almeno di giorno. I ruscelli, i fiori di ciliegio, le cassette di legno… di giorno tutto è pacifico, cullato da una colonna sonora rilassante.
Eppure, il senso di disagio striscia sotto la superficie fin dai primissimi istanti di gioco. Il protagonista, un/a ragazzino/a senza più memoria, finisce in una fossa scura e insanguinata, per poi ritrovarsi immischiato in un contratto assurdo, costretto al lavoro agricolo da Ren, l’enigmatica capovillaggio, per ripagare dei debiti surreali.
Village in the Shade è un horror, certo, ma non ha jumpscare; ci sarà, d’altronde, una costante e rigida tensione atmosferica. La vita nel villaggio è dettata da una serie di macabre regole comunitarie che saremo tutti tenuti a rispettare rigorosamente: non parlare con gli estranei, non fare domande sul proprio passato, non rispondere alle voci che provengono dalle montagne, e soprattutto… mai farsi trovare fuori casa dopo le 23:00 (11 pm).
La parte brillante e insolita di Village in the Shade è proprio questo dualismo: di giorno coltiverai campi, sistemerai gli steccati e stringerai legami con gli abitanti del villaggio (che all’inizio ti tratteranno con enorme freddezza, proprio per non infrangere le regole) esplorando le meccaniche tipiche del genere. Non appena il sole cala, Kagatsu si trasforma.
Questo contrasto è encomiabile: la curiosità umana, o anche solo la semplice necessità di recuperare risorse extra oltre il coprifuoco, spinge a uscire nell’oscurità. In quel momento Village in the Shade si tinge di sfumature di horror psicologico: apparizioni inspiegabili, presenze oscure e creature del folklore bussano alla porta di casa in piena notte.
Un dettaglio di cui parlavo anche nel mio editoriale a riguardo è la possibilità di scegliere come vivere l’esperienza. All’inizio, Village in the Shade chiede se si desidera giocare in modalità “Shade” con la storia completa, i misteri e gli orrori notturni, o in modalità “Sunshine”. Quest’ultima disattiva gli elementi horror, permettendo di godersi un adorabile simulatore di fattoria, confermando come Village in the Shade poggi su fondamenta di gameplay solide, a prescindere dal suo lato spaventoso.
Ma per chi cerca il brivido, la dicotomia tra la semina mattutina e il terrore notturno rappresenta un caso insolito: vedere un farming simulator diventare qualcos’altro e ribaltarsi in questo modo. Cercherò di non spoilerare Village in the Shade quanto più mi è possibile; l’alone di mistero deve restare tale per tutti. Inoltre il voto finale al prodotto è basato su questa dicotomia e non sulla semplice partita giocata in modalità Sunshine.

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Regola 2: coopera per il bene del villaggio
Se l’atmosfera narrativa di Village in the Shade lusinga il brivido, il gameplay rimane saldamente ancorato alla tradizione dei life simulator, pur introducendo brillanti peculiarità. La gestione agricola si rivela solida e moderna. L’azione di dissodare il terreno, piantare semi e innaffiare le colture beneficia di un sistema di puntamento direzionale fluido e intuitivo, arricchito da piccole accortezze ampiamente degne di lode: basta focalizzarsi su una piantina per sapere esattamente quanti giorni mancano al raccolto, eliminando la frustrazione di dover calcolare i tempi a mente.
L’economia di Kagatsu è tanto spietata quanto il suo folklore. Inizierai la partita schiacciato da un debito esorbitante, superiore ai 450.000 yen, accollato ingiustamente dalla cinica capovillaggio Ren con la scusa di un “contratto di locazione e residenza”. Per sopravvivere e racimolare denaro tramite la cesta delle spedizioni, è fondamentale bilanciare le limitate scorte di energia giornaliera alternando il lavoro nei campi all’esplorazione.
La raccolta di risorse spontanee nei boschi circostanti, come erbe selvatiche o noci, diventa un’attività vitale per cibarsi ed evitare di svenire sul colpo. Il taccuino in-game permette inoltre di gestire le proprie finanze e segnare le cose di cui si avrà bisogno per non dimenticare.
L’aspetto relazionale è forse la meccanica che sovverte maggiormente i cliché del genere. Dimenticati dei vicini perennemente sorridenti e pronti ad accoglierti a braccia aperte, tipici di Stardew Valley o Animal Crossing: a Kagatsu, i legami vanno letteralmente strappati alla diffidenza.
Nelle prime ore di gioco, gran parte degli NPC si rifiuterà categoricamente di rivolgerti la parola per timore di infrangere la “Regola 3” del villaggio (il divieto di interagire con gli estranei). Solo dopo aver compiuto un sacrificio all’altare della divinità locale si viene riconosciuti come membri effettivi della comunità.
Da quel momento si sblocca il classico sistema di affinità a cuori, alimentabile tramite dialoghi quotidiani, favori e regali. Nondimeno, ogni interazione mantiene un retrogusto amaro e sospettoso. Anche nei rari momenti di genuina tenerezza e cameratismo, esaltati dalla meravigliosa introduzione di un cane randagio adottabile che funge da adorabile sistema di viaggio rapido per tornare istantaneamente alla fattoria, si ha sempre l’impressione che i sorrisi degli abitanti nascondano segreti opprimenti e la paura di infrangere il patto.

Regola 3: mantieni le distanze dagli estranei
La gestione della fattoria scandisce il ritmo delle giornate, ed è l’esplorazione a tessere la tela narrativa di Village in the Shade. La mappa di Kagatsu ha un ottimo level design: meravigliosa da guardare, ma intrinsecamente claustrofobica. Ti spinge nei meandri più pericolosi e dimenticati del villaggio, dove altari fatiscenti e voragini oscure ricordano costantemente la natura mistica e sinistra del luogo.
Lo spartiacque scatta al tramonto. Come recita la “Regola 1” del contratto firmato dal protagonista, è severamente vietato trovarsi fuori casa dopo le 23:00. Nei classici farming simulator, fare le ore piccole significa solo rischiare di svegliarsi stanchi il giorno dopo; qui, sfidare il coprifuoco trasforma il gioco in un vero survival horror.
La rassicurante colonna sonora svanisce, inghiottita da un silenzio innaturale rotto solo da rumori ambientali inquietanti. L’interfaccia si deforma, mentre entità folkloristiche e ombre minacciose iniziano a popolare le strade. La zappa e l’annaffiatoio diventano inutili: l’unica opzione è fuggire e nascondersi. Il gioco punisce l’insubordinazione, ma la necessità di svelare i segreti di Kagatsu rende queste incursioni notturne un rischio inevitabile e attraente.
Qui nemmeno casa tua è sicura. Nei classici titoli di gestione di fattorie, la propria abitazione è un santuario inviolabile. In Village in the Shade, la malmessa baracca in cui sarai allocato è tutto fuorché sicura. Spesso, andare a dormire non porta sempre al rassicurante e soleggiato mattino seguente, ma fa svegliare il protagonista nel cuore della notte, spesso in preda al terrore.
L’horror psicologico di questi momenti è decisamente efficace: pesanti colpi bussati alla porta d’ingresso, dialoghi minacciosi sussurrati dall’esterno, o sagome grottesche che spiano attraverso i vetri delle finestre. Questo meccanismo genera una deliziosa tensione ludica: avrai il fisico bisogno di mettere a letto il protagonista per salvare la partita e ripristinare l’energia agricola, ma al contempo proverai ansia al pensiero di premere il pulsante per andare a dormire, mista a una voglia di scoprire i segreti notturni di questo villaggio apparentemente tranquillo.

Regola 4: non rivelare i segreti altrui
L’obbligo di omertà imposto dal contratto è il fulcro attorno al quale ruota la tensione di Village in the Shade. Esplorando Kagatsu, diventa subito evidente che ogni abitante indossa una maschera per nascondere trasgressioni e verità inconfessabili. Il level design e la narrazione ambientale ricompensano costantemente l’occhio attento: origliando conversazioni, perlustrando zone periferiche come la vecchia miniera o semplicemente decifrando i cambiamenti repentini negli atteggiamenti degli NPC, assumerai il ruolo di un investigatore.
Scoprirai presto che alcuni residenti violano il coprifuoco notturno mettendo a rischio la propria vita, o che innocenti segreti si intrecciano a misteri ben più oscuri legati alle origini della comunità. Village in the Shade gestisce questa mole di informazioni in modo efficace, costringendo il protagonista (che, ricordo, è solo un/a ragazzino/a) a mantenere il silenzio dalla cinica capovillaggio Ren o dalle attenzioni delle entità che sorvegliano la valle.
La frammentazione della lore e i dialoghi criptici creano una situazione nella quale inizierai a sospettare di tutti: in questo simulatore agricolo l’informazione è una valuta preziosa e pericolosa; decidere a chi accordare la propria fiducia determina il confine tra la sopravvivenza e la rovina.

Regola 5: non lasciare il villaggio
In un simulatore agricolo tradizionale, lo sblocco di nuove aree della mappa rappresenta una progressione gioiosa, una promessa di avventura, materiali inediti e totale libertà. In Village in the Shade, la topografia di Kagatsu funge da costante e subdolo promemoria della propria prigionia. La quinta direttiva del contratto vieta categoricamente di oltrepassare i confini della comunità, ma è il level design stesso a rendere quasi superflua questa imposizione, trasformando la mappa in un labirinto.
Esplorando i perimetri del paesino ci si scontra rapidamente con barriere o anomalie geografiche. Il ponte che il protagonista ha attraversato prima della rovinosa caduta iniziale risulta misteriosamente distrutto. I sentieri che conducono ai passi montani si ripiegano su se stessi in modo innaturale e disorientante. Altri percorsi, come l’accesso alle cave o alle foreste più fitte, sono sbarrati da cancellate che richiedono dei permessi.
Kagatsu è, a tutti gli effetti, un bellissimo villaggio da cui non si può uscire. L’illusione di libertà offerta dalle pittoresche stradine sterrate e dai ciliegi in fiore si infrange contro i limiti soprannaturali della vallata. Questo senso di isolamento, orchestrato dagli sviluppatori, è il carburante che alimenta l’ansia dell’intera esperienza.
Sapere di non avere vie di fuga rende la convivenza con le entità notturne e con la follia repressa dei paesani ancora più opprimente. Privato della possibilità di scappare, non resta altra opzione se non scavare sempre più a fondo nei misteri del villaggio, condannandosi a scoprire segreti che quelle stesse montagne cercano di tenere sepolti.

Regola 6: non rispondere alle voci delle montagne
Il comparto sonoro di Village in the Shade svolge un ruolo cardine nel generare inquietudine, ed è proprio attorno all’audio che ruota una delle direttive più sinistre del contratto. Durante il giorno, l’accompagnamento è rassicurante, caratterizzato dal cinguettio degli uccelli e da tenui melodie acustiche che cullano la routine agricola.
Tuttavia, quando scende l’oscurità, la musica scompare lasciando spazio a un vuoto opprimente, interrotto solo da suoni ambientali studiati per disorientare: scricchiolii improvvisi, fruscii tra i cespugli, il rumore del rintocco dell’orologio e, soprattutto, sussurri indecifrabili che riecheggiano nell’aria.
La regola che vieta di assecondare i richiami provenienti dalle cime attorno a Kagatsu gioca, di nuovo, sapientemente con la psicologia. Spesso, mentre si esplora il limite del bosco o si cerca di finire di innaffiare i campi poco prima del coprifuoco, si sentono nitidamente voci che chiamano il protagonista.
L’istinto videoludico spingerebbe naturalmente a indagare per innescare una missione secondaria o trovare un segreto, ma cedere a questa tentazione significa cadere in una trappola ed esporsi a entità soprannaturali ostili.

Regola 7: non cercare ciò che è andato perduto
L’amnesia del protagonista è uno dei tropi narrativi più abusati nel mondo dei videogiochi, ma Village in the Shade riesce a contestualizzarlo in modo brillante, trasformandolo in una prigione. Il/la giovane si risveglia a Kagatsu dopo una caduta apparentemente fatale, senza alcun ricordo della propria identità, della propria famiglia o del motivo per cui si trovava su quelle montagne.
Invece di aiutarlo a ricostruire il proprio passato, la comunità lo costringe al silenzio: la settima regola del contratto vieta esplicitamente di indagare sulle proprie memorie smarrite o di cercare oggetti personali… o anche “amici” perduti. Questa imposizione crea una frizione affascinante tra il tuo obiettivo e le leggi del mondo di gioco.
Gli abitanti del villaggio, pur mostrando a tratti una parvenza di compassione o amicizia, sono visibilmente reticenti e complici di questo insabbiamento collettivo, trattando il protagonista come l’incarnazione di una vecchia leggenda locale legata a un bambino rapito dagli spiriti e poi ritornato. La trama principale si dipana quindi attraverso indizi frammentati, omissioni e scoperte, trasformando la disperata ricerca della propria identità in un atto di ribellione contro un sistema omertoso.

Regola 8: ogni richiesta esige un’adeguata ricompensa
In Village in the Shade, il concetto di economia va ben oltre la semplice compravendita di semi e ortaggi all’emporio locale. L’ottava e ultima direttiva del contratto sancisce una legge mistica e spietata su cui si fonda l’intera esistenza di Kagatsu: lo scambio equivalente. In questo microcosmo rurale, ogni desiderio, protezione o favore ha un costo che deve essere saldato in sudore, risorse o, come si intuisce nei momenti più tetri, in sangue.
Questa meccanica è il fulcro per il quale esiste un altare situato al centro del paesino, dove dimora una divinità locale. Per essere accettati dalla comunità, i frutti del proprio lavoro possono essere offerti sia per mero profitto… ma possono anche essere offerti in sacrificio.
Village in the Shade mette in scena questo principio in modi via via più macabri: se all’inizio la richiesta si limita ai primissimi ortaggi coltivati con fatica, il proseguire dell’avventura mostra come il prezzo per mantenere la pace del villaggio preveda tributi ben più oscuri.
Questa regola finale chiude il cerchio del game design in modo superbo, capovolgendo il senso stesso del simulatore di fattoria. L’agricoltura, che nei titoli cozy è un fine rilassante e appagante, diventa il mezzo disperato per pagare un debito soprannaturale. Ogni zappata, ogni raccolto e ogni interazione assumono quel peso opprimente, ricordando che a Kagatsu si fatica a placare delle entità insaziabili.

Regola 9 (?): Dovevo pur descriverti quanto dura il titolo e l’obiettivo di Village in the Shade, giusto?
La longevità di Village in the Shade si attesta su cifre importanti, richiedendo tra le 60 e le 80 ore per svelare ogni mistero sepolto sotto la terra di Kagatsu. Il ritmo regge a lungo, d’altronde è pur sempre un cozy game, no? Ciò nonostante, uno dei colpi di genio dell’opera, e quindi l’obiettivo ultimo, risiede in un ribaltamento totale delle premesse su cui si fonda l’intera esperienza. Ho parlato molto di psicologia, di regole assolutamente da non infrangere, eppure, proprio a causa di questa psicologia e voglia di scoprire che…
Per progredire e arrivare ai titoli di coda, la passiva obbedienza al sistema non è sufficiente. Il gioco ti chiederà esplicitamente di compiere il passo più logorante e spaventoso: sovvertire attivamente il contratto. Per andare avanti bisogna rompere, una dopo l’altra, tutte le regole comunitarie.
Uscire dopo le 23:00, parlare con chi non si dovrebbe, rievocare il proprio passato, lasciare il villaggio e inoltrarsi nelle montagne vietate diventano atti di ribellione necessari per spezzare il gioco di Ren. La maestria del titolo sta proprio nel forzarti a compiere deliberatamente quelle esatte azioni che, ogni volta, ti viene intimato di non fare e di temere. Rendendo la disubbidienza l’unica via di fuga.

Village in the Shade – Conclusioni
Village in the Shade è un esperimento coraggioso che riesce a fondere due generi apparentemente antitetici che si incastrano meglio di quanto si potesse immaginare. Dietro la facciata rassicurante dei disegni vivaci e dolci del gioco e delle meccaniche gestionali, solide, stratificate e in grado di soddisfare i puristi dei farming simulator, si nasconde un incubo che gioca costantemente con la psicologia del giocatore.
Nippon Ichi ha preso la routine di una fattoria e ci ha costruito sopra un horror psicologico. Il titolo rifugge gli spaventi improvvisi, preferendo costruire una tensione atmosferica che trasforma la naturale curiosità in paranoia. Che si scelga di affrontare le aberrazioni notturne della modalità principale o di rifugiarsi nella pacifica variante senza minacce, l’opera si impone come una delle declinazioni più fresche, oscure e affascinanti nel panorama moderno.
Se c’è un unico vero difetto che si può imputare a Village in the Shade, risiede forse nelle sue battute iniziali: un avvio fin troppo guidato e lineare, in cui le restrizioni non lasciano altra scelta se non quella di eseguire passivamente le mansioni richieste. Tuttavia, una volta superato questo scoglio iniziale, la libertà d’azione si espande di pari passo con la curiosità, innescando una voglia irrefrenabile di portare alla luce ogni oscuro segreto che Kagatsu tenta disperatamente di tenere sepolto.
Un geniale e inquietante incrocio tra un simulatore agricolo e un horror psicologico.
- Fantastico dualismo tra l'estetica rilassante e l'opprimente orrore notturno
- Meccaniche di farming solide e appaganti
- Ottima direzione artistica e sound design da brividi
- La doppia modalità (Shade e Sunshine) lo rende accessibile a tutti i giocatori
- Le primissime ore di gioco risultano fin troppo lineari e guidate
- Le giornate scorrono in fretta, trasmettendo a volte un po' troppa ansia nel non riuscire a fare tutto in tempo
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