Mouse P.I. For Hire – Recensione

Recensito su PC

Mouse P.I. For Hire Recensione

Mouse P.I. For Hire era uno di quei titoli che, nel 2024, mi avevano fatto drizzare le antenne come poche altre uscite indipendenti. Le premesse erano tante, fortissime, e gli sviluppatori di Fumi Games avevano lanciato termini di paragone pesantissimi, citando senza alcuna timidezza mostri sacri dell’industria come Metroid Prime e Doom.

Aspettative alte, altissime, forse persino troppo, soprattutto considerando che parliamo dell’esordio assoluto di uno studio polacco composto da una manciata di persone.

Ora che il gioco è finalmente arrivato sui nostri schermi e che ho visto i titoli di coda, la sensazione che mi resta addosso è dolceamara. C’è del bene, sì, e ce n’è anche tanto, ma c’è anche del male, e non tutto si incastra alla perfezione.

Le sbavature sono parecchie, alcune perfino vistose, eppure è difficile non voler bene a questo strano ibrido tra noir e cartone animato. Sono sbavature perdonabili, considerando che è il primo titolo di Fumi Games? Cerchiamo di capirlo insieme in questa recensione.

Mouse P.I. For Hire e la storia di Jack Pepper

La genesi di Mouse P.I. For Hire è curiosa quanto il gioco stesso. Stiamo parlando di uno studio polacco minuscolo, fondato a Varsavia nel 2022, che inizialmente non aveva nemmeno in mente di trasformare le sue sperimentazioni in un prodotto commerciale.

Tutto è cambiato quando un breve video di gameplay ha conquistato i social, mostrando un protagonista anonimo che faceva a pezzi roditori antropomorfi con uno stile grafico straniante.

La risposta del pubblico è stata talmente entusiastica da convincere il team a trasformare quel piccolo esperimento in un progetto serio, e il risultato è quello che oggi possiamo finalmente toccare con mano.

Mouse P.I. For Hire Recensione

Il protagonista è Jack Pepper, ex militare reduce dal fronte e tornato a casa con il desiderio di reinventarsi nella società civile. Mouseburg, però, è una città dove la corruzione si respira in ogni vicolo, e il nostro topo investigatore lo scopre presto sulla propria pelle: prima entra in polizia per dare una mano, poi capisce che il marcio è troppo profondo e decide di passare al privato, aprendo una piccola agenzia investigativa nel cuore della metropoli.

La sua quotidianità professionale procede tra casi minori e qualche bevuta di troppo, fino al giorno in cui un’indagine apparentemente di routine lo getta dentro un complotto dalle ramificazioni inquietanti.

La voce calda e disillusa di Troy Baker, in versione doppiatore inglese, fa il resto, regalandoci un anti-eroe noir di tutto rispetto. Jack Pepper è un personaggio che funziona, perfettamente calato nel suo mondo decadente, con la giusta dose di cinismo e quel pizzico di umanità che lo rende empatico anche nelle situazioni più assurde.

Una trama noir che non osa abbastanza

La cornice narrativa, almeno sulla carta, è quanto di più affascinante possa offrire il genere. Mouseburg è una metropoli marcia, opprimente, attraversata da agenti corrotti, figuri politici dalle agende oscure, sette dai contorni inquietanti, scienziati visionari e perfino qualche presenza dell’aldilà.

Le tinte sono quelle dell’hardboiled vecchio stile, con qualche concessione al soprannaturale e tanti rimandi alla letteratura di genere, dai grandi classici di Raymond Chandler fino al Dashiell Hammett più cupo. Tutto, sulla carta, sembra perfetto, e per le prime ore di gioco l’illusione regge alla grande.

Mouse P.I. For Hire Recensione Personaggio

Eppure, qualcosa nel meccanismo si inceppa progressivamente. La trama di Mouse P.I. For Hire procede a strappi, alterna momenti convincenti ad altri francamente piatti, e nella seconda metà dell’avventura tende a perdere mordente in maniera evidente.

È un peccato, perché il materiale di partenza avrebbe dato spazio a sviluppi ben più ambiziosi, ma le scelte di scrittura preferiscono spesso la frenesia all’introspezione, lasciando lo spettatore con la sensazione di assistere a un thriller ben confezionato ma privo di un vero centro emotivo.

Personaggi affilati, ma scrittura senza vera profondità

Il cast secondario è caratterizzato con cura sul piano estetico, ma faticoso da prendere sul serio sul piano emotivo. I dialoghi alternano battute davvero riuscite a passaggi prevedibili, e la localizzazione italiana dei testi a schermo, va detto, è di buona fattura, con giochi di parole adattati con intelligenza e qualche trovata divertente che strappa più di un sorriso.

I personaggi però restano figurine, archetipi del noir riproposti senza un vero sviluppo: l’informatore losco, la bella in difficoltà, il poliziotto corrotto, il gangster con il cuore tenero. Tutti elementi che funzionano singolarmente, ma che mai si combinano in qualcosa di realmente memorabile.

Mouse P.I. For Hire Recensione

Jack Pepper stesso, pur ben recitato e ben scritto nei singoli scambi, non evolve davvero nel corso dell’indagine, e questo finisce per appiattire l’intero arco narrativo.

Avrei voluto vederlo cambiare, vacillare, mettere in discussione le proprie certezze, e invece arriva ai titoli di coda sostanzialmente uguale a come l’avevamo conosciuto nel prologo.

Temi sociali solo accennati, occasione mancata

Una delle cose che più mi ha fatto storcere il naso è la superficialità con cui Mouse P.I. For Hire tratta alcuni temi importanti che pure introduce. Il gioco accenna a tensioni di classe tra le diverse specie di roditori che popolano Mouseburg, a corruzione sistemica, a disagi sociali di una certa portata e a derive autoritarie che, pur filtrate attraverso la lente del cartone animato, suonano fin troppo familiari.

Il problema è che il titolo non scava mai davvero in queste tematiche, accontentandosi di disseminarle qua e là come fondale.

Sembra quasi che gli sviluppatori abbiano avuto paura di rallentare il ritmo, scegliendo di lasciare ogni questione sospesa pur di non spezzare la frenesia dell’azione.

Il risultato è una sceneggiatura che sfiora la maturità senza mai raggiungerla davvero, e che trasforma quello che avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro narrativo in un buon racconto di intrattenimento e nulla più.

Comparto artistico, il vero biglietto da visita

Se c’è un terreno su cui Mouse P.I. For Hire non ammette repliche, è quello visivo. La direzione artistica è semplicemente straordinaria, ed è il motivo principale per cui il gioco, fin dal primo trailer, ha generato quell’onda di entusiasmo che mi aveva conquistato nel 2024.

Ogni schermata sembra uscita da una pellicola dimenticata degli anni Trenta, recuperata in qualche archivio polveroso e restaurata con cura quasi maniacale per occhi moderni. È un piacere visivo che raramente trova eguali nel panorama videoludico contemporaneo.

Rubber hose animation e 54.000 frame disegnati a mano

Il numero che gira intorno al gioco è da capogiro: si parla di circa 54.000 fotogrammi disegnati a mano, frame dopo frame, per dare vita all’iconica rubber hose animation che caratterizza il titolo.

È la stessa estetica elastica e sognante che caratterizzava i corti di Walt Disney e Ub Iwerks, e che senza la scadenza dei diritti su Steamboat Willie probabilmente non avrebbe mai potuto essere reinterpretata in questa chiave moderna e violenta.

Il bianco e nero è dominato da un rumore di fondo da pellicola d’epoca, regolabile dalle opzioni a seconda delle preferenze, e gli scenari spaziano dalle strade fumose di Mouseburg alle paludi nebbiose, dalle fogne maleodoranti ai set cinematografici abbandonati, passando per edifici diroccati, laboratori segreti e tetti battuti dalla pioggia.

Mouse P.I. For Hire Recensione Scenario

Una varietà visiva notevole, sostenuta da animazioni dei nemici fluide quasi al limite dell’ipnotico, con quelle deformazioni elastiche tipiche del periodo che danno vita a movimenti impossibili e affascinanti.

Ruotando intorno ai personaggi, peraltro, si nota che sono completamente bidimensionali, e questa scelta dichiaratamente artistica contribuisce a rafforzare l’illusione del cartone animato calato in un mondo tridimensionale.

Colonna sonora jazz e sound design impeccabile

Anche il comparto sonoro fa la sua bella figura, posizionandosi su livelli altissimi. Le musiche sono affidate a un’orchestra big band che pesca a piene mani dal jazz delle origini, con qualche motivo particolarmente orecchiabile e arrangiamenti ricchi, mai didascalici, che riescono a dare carattere a ogni singola ambientazione.

Gli effetti sonori, dal canto loro, ricordano da vicino quelli di Cuphead, altro titolo che ha costruito la propria identità sull’omaggio ai cartoni animati di un tempo, con quel sapore meccanico e leggermente cartaceo che riporta indietro di novant’anni.

Il doppiaggio inglese è di livello altissimo, con Troy Baker mattatore assoluto, e mantiene quell’equilibrio sottile tra noir cupo e commedia leggera che è il vero collante dell’intera produzione. Peccato solo per l’assenza del doppiaggio italiano, ma i sottotitoli sono ben tradotti e tengono botta egregiamente.

Gameplay di Mouse P.I. For Hire, tra Doom e cartoon

Sul fronte ludico, Mouse P.I. For Hire si muove su binari decisamente più tradizionali rispetto a quanto suggerisca la confezione. Il riferimento dichiarato è il Doom delle origini, e da lì il gioco prende l’idea di scontri diretti, frontali, senza coperture o pause artificiali a spezzare il flusso dell’azione.

Si corre, si spara, si schiva, si torna a sparare. La salute non si rigenera da sola, va recuperata raccogliendo bevande sparse per gli scenari, e questo basta a stabilire fin da subito le coordinate del gioco e a metterti nello stato d’animo giusto per affrontare le sue arene.

Mouse P.I. For Hire Recensione Nemico

È una formula classica, classicissima, che funziona ancora benissimo a patto di accettarne i limiti intrinseci. Mouse P.I. For Hire non rivoluziona nulla sul piano del gameplay, ma lo esegue con mestiere e passione, e nelle sue ore migliori riesce a regalare quella sensazione di flusso che solo i boomer shooter sanno offrire.

Ispirazione Doom e progressione delle abilità di Jack

Il bello è che il gameplay di Mouse P.I. For Hire si schiude poco alla volta, in maniera intelligente. I primi livelli sono volutamente semplici, fatti di corridoi e arene piatte in cui prendere confidenza con i comandi e con il feeling generale dell’azione.

Strada facendo, però, Jack acquisisce nuove abilità che cambiano profondamente l’approccio agli scontri: una seconda spinta in volo per allungare le traiettorie, una breve sospensione aerea che permette di guadagnare qualche frazione di secondo decisiva, persino una coda usata come rampino per agganciarsi a sporgenze specifiche e darsi lo slancio in avanti.

Il level design risponde di conseguenza, le arene si verticalizzano, compaiono trampolini, piattaforme da cui sfruttare la quota per attaccare dall’alto, passaggi nascosti che richiedono un uso attento delle nuove capacità acrobatiche.

C’è anche un pizzico di backtracking, con qualche segreto da sbloccare tornando in zone già visitate dopo aver ottenuto le abilità necessarie, in puro stile metroidvania anni Novanta. Il paragone più calzante è probabilmente con Doom Eternal, anche se la verticalità qui è più contenuta e le sezioni platform meno frequenti, oltre che meno punitive.

Arsenale e sistema Fantastic-o-Matic

L’arsenale di Mouse P.I. For Hire è uno degli aspetti meglio riusciti dell’intera produzione. Si parte dal classico revolver, perfettamente bilanciato e divertente da usare anche nelle fasi avanzate, si passa per il fucile a pompa, si arriva al mitragliatore Tommy Gun di chiara ispirazione gangster, allo spara-bianchetto che dissolve letteralmente i nemici cancellandoli dalla scena, fino a bazooka ed esplosivi capaci di abbattere i muri e rivelare nascondigli pieni di denaro e collezionabili.

Mouse P.I. For Hire Recensione Upgrade

Ogni arma ha un feedback distinto e una sua precisa identità, anche se devo dire con onestà che alcune restano marginali per buona parte dell’avventura, soppiantate dalle alternative più efficaci.

Il sistema di potenziamenti Fantastic-o-Matic, che permette di acquistare power-up dai distributori automatici sparsi nei livelli, aggiunge un livello strategico interessante e qualche scelta tattica sul momento, ma non sempre viene sfruttato fino in fondo dalla struttura del gioco.

È uno di quei casi in cui l’idea c’è, è anche buona e originale, ma manca un ulteriore passaggio di rifinitura per renderla davvero centrale nell’esperienza.

Dove Mouse P.I. For Hire mostra il fianco

Arriviamo al punto dolente, quello che mi ha lasciato la sensazione dolceamara di cui parlavo all’inizio della recensione. Mouse P.I. For Hire, sotto la sua superba veste estetica e dietro un gameplay onesto, mostra una certa inesperienza sul fronte del game design, comprensibile per un esordio assoluto ma comunque presente e a tratti fastidiosa per chi ha macinato decine di ore su titoli analoghi negli ultimi anni.

I checkpoint, per cominciare, sono spesso superflui e invadenti, posizionati in punti che spezzano il ritmo invece di valorizzarlo, costringendo a ripetere passaggi banali quando si muore.

I nemici sono pochi e ripetitivi, differenziati quasi esclusivamente dall’aspetto e dal pattern d’attacco di base, senza vere variazioni sul tema che giustifichino un’esposizione così prolungata. Dopo qualche ora di gioco, si finisce per riconoscerli tutti a colpo d’occhio e per affrontarli con il pilota automatico inserito.

C’è poi un dettaglio che mi ha fatto sorridere amaramente più di una volta: la macchina di Jack, con cui il nostro investigatopo entra ed esce da ogni livello, in alcuni casi compare letteralmente in mezzo a una fogna o in punti completamente avulsi dalla logica narrativa, come se il gioco stesso non si curasse di giustificare il proprio ingresso in scena.

Mouse P.I. For Hire Recensione Gioco

Va bene il contesto cartoonesco, ma quando si rompe la sospensione dell’incredulità in maniera così plateale qualche dubbio sulla cura riposta nei dettagli viene.

I segreti, dal canto loro, appaiono spesso piazzati senza una logica precisa, e le ricompense raramente giustificano lo sforzo della ricerca, lasciando addosso quella sensazione di delusione che è il peggior nemico della curiosità del giocatore.

Anche le boss fight non brillano per inventiva, e chi mastica il genere si troverà a procedere con il pilota automatico per buona parte delle quindici ore di gioco richieste per arrivare ai titoli di coda. Sono quelle sbavature che, da appassionato di vecchia data, fatico a ignorare, anche quando il gioco riesce a strapparmi il sorriso.

Mouse P.I. For Hire Recensione Gameplay

Tirando le somme, Mouse: P.I. For Hire è un gioco che ho voluto bene fin dal primo trailer e che continuo a voler bene anche dopo i titoli di coda, pur con qualche riserva non trascurabile. È uno sparatutto solido, divertente, sorretto da una direzione artistica fuori scala e da un comparto sonoro di altissimo livello, con personalità da vendere.

Allo stesso tempo, però, mostra ingenuità di scrittura e qualche limite strutturale che impediscono al titolo di compiere il salto definitivo verso l’eccellenza che le premesse del 2024 lasciavano sperare.

Per un esordio, resta comunque un risultato coraggioso e di grande personalità, e Fumi Games dimostra di avere idee chiare e talento da vendere per il futuro. Lo consiglio senza esitazione a chi cerca un boomer shooter dallo stile inconfondibile e a chi ama i cartoni animati di un tempo.

7
Tanto fumo, arrosto onesto.

Pro

  • Direzione artistica straordinaria, 54.000 frame disegnati a mano
  • Colonna sonora jazz e doppiaggio inglese di altissimo livello
  • Arsenale variegato e progressione delle abilità ben dosata
  • Ritmo di gioco frenetico e immediato in pieno stile boomer shooter

Contro

  • Trama che parte forte ma perde mordente nella seconda metà
  • Game design ingenuo, con checkpoint invadenti e nemici ripetitivi
  • Level design aggirabile e boss fight prive di inventiva
Vai alla scheda di Mouse: P.I. For Hire
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