Cowboy Bebop - immagine dell'editoriale
Il gioco Cowboy Bebop PlayStationUscito il 14 Mag 1998
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Tra gli eventi che hanno segnato in modo indelebile questa edizione di Lucca Comics 2026, spicca sicuramente l’incontro ravvicinato che ci è stato concesso con la maestra Yoko Kanno. Yoko Kanno è una figura leggendaria e monumentale della musica contemporanea, una compositrice, polistrumentista e arrangiatrice di talento immenso il cui nome è indissolubilmente legato ai capolavori assoluti dell’animazione giapponese e mondiale.

Da Cowboy Bebop a Ghost in the Shell: Stand Alone Complex, passando per Macross Plus e The Vision of Escaflowne, le partiture della Kanno hanno superato i confini del piccolo e grande schermo per diventare classici senza tempo, capaci di fondere con genialità il jazz, il rock e l’elettronica in melodie di indiscutibile bellezza.

La sua presenza a Lucca Comics 2026 ha rappresentato un momento unico per tutti gli amanti della grande musica e della cultura pop. Vediamo quindi cosa ci ha raccontato Yoko Kanno, tenendo conto che abbiamo partecipato ad una roundtable e che quindi le domande sono state poste a turno dai diversi giornalisti presenti in sala.

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Intervista a Yoko Kanno

È la prima volta che viene in Italia?

Yoko Kanno: Trent’anni fa sono venuta diverse volte a Roma per registrare. Per quanto riguarda Lucca Comics, invece, è la prima volta che la visito. Prima di andare a Roma non mi era capitato di fare molti viaggi all’estero. Per me è stato illuminante, è stata una bellissima esperienza tanto che dopo le registrazioni decisi di tornare più volte a Roma. In Giappone avevo l’abitudine di utilizzare il tuning durante le registrazioni, ma a Roma nessuno lo faceva, e ne sono rimasta scioccata. Ed è stato uno shock ancora più grande scoprire che il motivo era perché erano tutti una grande famiglia, quindi lavoravano insieme collaborando.

Ho letto che lei è cresciuta in una famiglia dove nessuno faceva il musicista, con suo padre insegnante e sua madre infermiera. Volevo quindi chiederle com’è nato il suo rapporto con la musica e come ha iniziato ad approcciarsi ad essa.

Yoko Kanno: Sì è così: e non solo tra i miei genitori, ma neanche tra i miei parenti c’era qualcuno legato all’ambiente musicale. Ho scoperto in un secondo momento, in realtà, che mio nonno dopo la scuola aveva praticato un po’ di musica. La mia famiglia in generale era abbastanza severa, nel senso che era quasi vietato dire che una cosa non ci piaceva. E lo stesso valeva anche per le cose positive, bisognava essere sempre moderati nell’esprimersi. Io però avevo difficoltà a rimanere all’interno di queste regole rigide, e se ad esempio provavo un interesse o un’amicizia con il vicino di casa, avevo l’istinto di suonare il piano e battere molto forte per poter esprimere quello che provavo, visto che a parole non si poteva fare. Da quel momento ho iniziato quindi ad esprimermi più con la musica che con le parole.

Ho letto che a un certo punto ha smesso di suonare per dedicarsi alla letteratura all’Università di Waseda, tra l’altro una delle più prestigiose in Giappone. Cosa l’ha spinta a fare la scrittrice e cosa l’ha riportata invece alla musica?

Yoko Kanno: La musica per me era qualcosa di troppo vicino alle parole, quindi non avevo mai pensato di farne un lavoro. Ho quindi studiato letteratura, ma mi sono resa conto di non avere il talento necessario per poter intraprendere una carriera letteraria, e invece mi piaceva molto stare con la musica. E in realtà ho iniziato da autodidatta, senza aver preso lezioni né di composizione né per diventare musicista; semplicemente ho iniziato seguendo la mia passione. Mi sento nella mia comfort zone quando si tratta di musica.

Veniamo a una delle cose più iconiche mai realizzate: la colonna sonora di Cowboy Bebop. Ho letto che avrebbe fatto la musica prima ancora che l’animazione fosse pronta. Com’è avvenuta la collaborazione con il regista Shin’ichirō Watanabe?

Yoko Kanno: Avevo già collaborato prima di Cowboy Bebop per la colonna sonora di Macross Plus con il maestro Kōji Morimoto e il regista Watanabe. Quando ho incontrato il regista Watanabe per Cowboy Bebop, in realtà non era stato ancora deciso niente nella trama né nei personaggi. Al regista Watanabe piaceva tantissimo la musica jazz, quindi aveva già deciso che avrei dovuto fare questo tipo di musica. Io in realtà non pensavo fosse una buona idea e gliel’ho sconsigliata: quello che non riuscivo infatti a capire della musica jazz in quel momento era che alcuni brani sono davvero troppo lunghi, potevano durare 10-15 minuti senza fermarsi mai. Dal mio punto di vista era inconcepibile ascoltare e suonare per così tanto tempo una musica del genere, e pensavo che anche gli altri avrebbero avuto difficoltà a farlo. Per questo gli ho detto che secondo me non conveniva utilizzare un genere come il jazz. Ovviamente ho cambiato idea con il tempo, adesso penso che non sia così male come genere.

È vero che la musica di Cowboy Bebop è nata dopo una lunghissima jam session realizzata come band?

Yoko Kanno: No, non è andata proprio così. Ho cercato la band per la scelta di alcuni strumenti musicali, in particolare la sezione ritmica e il sax, perché cercavo dei musicisti che potessero contribuire. Non volevo infatti fare una musica che fosse bella da ascoltare basandomi soltanto su quello che facevo io, ma volevo persone che suonassero insieme a me, con cui poter costruire una musica migliore.

Amo molto il campo della sperimentazione, di cui il Giappone è uno dei massimi esponenti. Volevo chiederle che ruolo ha avuto il chitarrista Tsuneo Imahori dei DEW e dei Seatbelts nel lavoro che ha fatto per Cowboy Bebop?

Yoko Kanno: Sia lui che i Seatbelts sono persone che hanno caratteristiche fondamentali: una tecnica ottima e soprattutto grandissima creatività. Mi piace lavorare con persone che hanno un’inventiva personale e che producono anche qualcosa che magari si discosta dal mio lavoro, rompendo un po’ la routine. Mi fa piacere infatti se i musicisti introducono nella musica qualcosa che mi fa dire: “Questa cosa personalmente non la capisco, ma è perché hanno portato qualcosa di talmente innovativo che diventa quasi incomprensibile per me”.

Un’altra curiosità: ho letto che il personaggio di Edward in Cowboy Bebop sarebbe ispirato a lei. È vero?

Yoko Kanno: Il personaggio di Edward… in realtà io non lo sapevo, l’ho scoperto vedendo un’intervista al regista Watanabe. Durante la registrazione delle musiche di Cowboy Bebop, devono avermi visto mentre dormivo sotto una coperta vicino al pianoforte. Probabilmente mi hanno visto fare questa cosa e hanno trovato una similitudine. Quindi provate anche voi a trovare un posto comodo per fare questa esperienza!

Intervista yoko kanno lucca comics 2026
In primo piano Edward, il personaggio ispirato proprio a Yoko Kanno.

A testimonianza della sua ricerca di unicità e di suoni particolari, ci sono colonne sonore molto sperimentali, per esempio Terror in Resonance, dove è andata in Islanda. Quanto è stato importante quel viaggio?

Yoko Kanno: Il motivo per cui sono andata in Islanda era che l’ambientazione scelta era un posto isolato, un posto freddo. Ho pensato a quali sentimenti potessero emergere all’interno dell’anima umana in una situazione del genere, dove non c’è assolutamente nulla ed è sempre freddo. Era necessario fare la registrazione lì per provarle quelle sensazioni sulla pelle. C’è stata una cosa molto interessante: non sono stata influenzata tanto dalla loro musica, quanto dal fatto che sulle pareti c’erano dei trofei della caccia alla volpe. La cosa mi ha molto sconvolto: l’idea che delle persone cacciassero le volpi mi ha sconvolta. In Giappone la volpe ha un significato legato allo Shintoismo, quindi è un contesto molto diverso. Nel teatro Kabuki c’è sempre una volpe, un personaggio che sta in un certo punto in uno spazio magico.

A proposito di cambiamenti, a un certo punto ha iniziato a usare uno pseudonimo (Gabriela Robin). Come mai questa scelta?

Yoko Kanno: Ho iniziato a sfruttare lo pseudonimo Gabriela Robin, che secondo me è una figura che vive nello spazio. Da bambina mi capitò di essere sgridata da un’insegnante perché che cantavo con la voce troppo alta, e questo mi ha toccata profondamente. Quindi ho deciso di farmi aiutare dalla figura di Gabriela Robin per cantare di fronte al pubblico la musica delle mie canzoni.

Domanda tecnica: nella voce e nella melodia delle sue opere si avverte qualcosa tipicamente italiano, penso ad esempio a Monteverdi, e alla riforma del melodramma, penso a Puccini. Quanto ha inciso la musica italiana e l’opera nella sua formazione?

Yoko Kanno: Diciamo che ho tratto ispirazione dall’opera; mi piace molto ascoltarla, amo Puccini, Verdi e l’opera tedesca, ma in particolare Puccini. Quello che mi piace della musica italiana e dell’opera è come vengono resi con precisione e forza i sentimenti all’interno della musica. Quello che è interessante nell’opera italiana è che riesce a esprimere tutte le sfumature possibili. Se lo confronto ad esempio con la musica giapponese, questa non riesce mai ad arrivare così in alto. Se il limite è 100, la musica italiana arriva a 100 o addirittura lo supera, quella giapponese invece va da -10 a 10. Se faccio invece un paragone con la produzione cinematografica di Hollywood, secondo me anche loro hanno un deficit: riescono ad arrivare forse all’80%, ma non al 100%. L’opera italiana è l’unica che riesce ad arrivare a una resa espressiva così alta, e ho preso molto spunto dall’Italia.

Volevo chiederle della canzone dedicata al terremoto dell’est del Giappone del 2011 (Hana wa Saku). Vorrei sapere come è nata quella canzone e se si aspettava l’importanza e la risonanza che ha avuto durante la ricostruzione?

Yoko Kanno: Il terremoto del 2011… il blocco economico arrivò immediatamente, ma la mia canzone nacque circa sei mesi dopo. Era un momento molto difficile per il Giappone, perché erano venute a mancare tante persone e non c’era corrente. Le canzoni nate a seguito del terremoto erano tutte o canzoni che parlavano di felicità o canzoni molto tristi che parlavano di amore. Alla televisione si continuavano a sentire queste canzoni felici o tristi, e io mi ero un po’ stufata. Ho pensato che, se l’avessi composta io, avrei voluto una canzone che non cercasse di emozionare a tutti i costi, ma che fosse come un contenitore in grado di abbracciare tutti. Quando l’abbiamo registrata, eravamo in un luogo piuttosto vecchio e non c’erano i riscaldamenti. Lì mi sono ricordata di Beethoven, che aveva composto la musica per l’incoronazione e il re si era arrabbiato perché il pezzo era troppo lungo; ero terrorizzata dall’idea di fare la stessa cosa!

Lei ha collaborato con registi molto particolari, come il già citato Shin’ichirō Watanabe. Il fatto di aver lavorato con artisti così particolari ha contribuito alla realizzazione di colonne sonore così uniche?

Yoko Kanno: Quello che caratterizza il regista Watanabe è soprattutto il fatto che ama tantissimo la musica e ci vede una grossa possibilità. Quando lavoro con lui in particolare, mi sembra di percepire la mia musica come migliore, come se andasse tutto meglio. Riusciamo a lavorare insieme come due bambini, e la nostra collaborazione riesce sempre a dare qualcosa in più alla mia musica.

C’è tra i musicisti contemporanei uno con cui vorrebbe assolutamente collaborare, e magari uno del passato?

Yoko Kanno: Mi fanno spesso questa domanda, e io rispondo sempre che mi piace tantissimo quell’entità che ha costruito il nostro mondo, quella che ha fatto sì che ci siano gatti così pucciosi, che esistano i pesci e gli altri organismi viventi. Quell’entità che allo stesso tempo purtroppo porta disastri naturali come lo tsunami, ma che ci porta anche un tempo meraviglioso, come quello di questi giorni. Tra i compositori del passato invece, tutto quello che ascoltavo mi ha influenzato, non c’è un artista specifico.

Le piacerebbe dare un suo contributo musicale a un film che ha fatto la storia del cinema o dell’animazione (anche non giapponese) al quale non ha ancora lavorato?

Yoko Kanno: In realtà mi piacerebbe comporre musica per un’opera per cui non c’è stata ancora nessuna collaborazione. Per quanto riguarda il viaggiare, ci sono tantissimi paesi in cui non sono ancora stata: mi piacerebbe creare una collaborazione con quei paesi in cui non sono mai stata, sfruttando proprio il fatto di non esserci mai stata per creare qualcosa di nuovo.

Ascoltare le riflessioni di Yoko Kanno ci ha permesso di cogliere la vera essenza della sua musica: non un semplice accompagnamento narrativo, ma un’energia vitale. E ovviamente la nostra copertura di Lucca Comics 2026 non finisce qui, e vi invito a recuperare la nostra intervista con Hideki Kamiya.

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L'autore

Ingegnere Informatico con una folle passione per i videogiochi. Nerd e collezionista delle saghe Kingdom Hearts e Final Fantasy. Amo viaggiare, disegnare, costruire prop e ovviamente videogiocare. I miei generi preferiti sono gli RPG (soprattutto Giapponesi ma anche occidentali), gli action adventure e le avventure narrative.

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