In questo articolo
- Narrativamente The Legend Of Zelda Ocarina of Time è migliorato nettamente
- Quello che funzionava è rimasto
- Quello che invece non funzionava è stato modificato
- Le bossfight sono state pesantemente migliorate nel 99% dei casi
- I nuovi sistemi e quelli reworkati
- La spettacolare art direction, la vera demo tecnica di Switch 2
- Ora vi prego datemi Majora's Mask, questo remake è perfetto
Finalmente, dopo mesi di attesa e un press tour più che convincente da parte di Nintendo, culminato per me con le due ore di prova nei loro uffici di Francoforte, ho avuto l’opportunità di giocare The Legend of Zelda: Ocarina of Time nella sua interezza, a un paio di settimane dal lancio del 5 novembre su Nintendo Switch 2.
Ci sono arrivato con un bagaglio di aspettative piuttosto preciso, costruito tra il Direct del quarantesimo anniversario e quella sessione di hands-on, fatto di entusiasmo per il lavoro svolto sulla quality of life ma anche di qualche timore legato all’approccio così marcatamente fedele all’originale.
Aspettative che in parte sono state rispettate, ma che in parte, sorprendentemente, non lo sono state affatto, e vi posso dire che è stato lo scenario migliore che potesse capitare, perché è proprio da quello scarto tra ciò che pensavo di trovare e ciò che ho effettivamente trovato che nasce buona parte del mio giudizio su questo remake.
Quindi non indugiamo oltre e lanciamoci in questa recensione.
Narrativamente The Legend Of Zelda Ocarina of Time è migliorato nettamente
Sul piano narrativo questo remake ha compiuto un vero e proprio miracolo: tutte le cutscene, le interazioni con i vari personaggi e, di conseguenza, la trama nel suo complesso risultano nettamente migliorate, e non di poco. Già durante la prova a Francoforte avevo notato un salto evidente nella sequenza in cui Link saluta Saria al termine della sezione nella Foresta Kokiri, ma nulla poteva prepararmi a quello che ho poi visto nella build completa.
I personaggi godono di un’espressività e di una carica emotiva che nell’originale semplicemente mancavano, non per colpa di chi lo aveva realizzato, ma per i limiti di modelli poligonali che potevano al massimo suggerire un’emozione, mai mostrarla davvero. Un risultato a cui contribuiscono in maniera decisiva le cutscene interamente doppiate, che restituiscono finalmente una voce, in senso letterale, a figure che per quasi trent’anni abbiamo dovuto immaginarci da sole.
Alcuni dialoghi, inoltre, sono stati leggermente rimodulati per risultare più drammatici, e in un’opera come Ocarina of Time, che al di sotto della sua superficie fiabesca racconta pur sempre di un’infanzia rubata, di un mondo caduto in rovina e di un ragazzino costretto a crescere di colpo, ci sta più che bene. Tutto questo mi ha restituito un senso di “magia” e sorpresa incredibile, perché all’atto pratico stavo rivivendo una delle mie storie preferite raccontata in una chiave che, all’epoca, si poteva soltanto sognare.
Su questo fronte non ho davvero nulla da dire, se non elogi, davvero complimenti a Nintendo, anche perché per farmi arrivare ad apprezzare personaggi come Navi ed il gufo (che in questo remake ha anche un nome, Kaepora Gaebora) ne serviva di impegno.

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Quello che funzionava è rimasto
Tutto ciò che funzionava nell’originale è rimasto praticamente intatto.
Dungeon come il Grande Albero Deku o il Tempio della Foresta sono stati riproposti in maniera pressoché 1:1, al netto di qualche piccolo ritocco come l’ascensore che funge da shortcut proprio nel Tempio della Foresta, e a conti fatti ha perfettamente senso così: perché stravolgere una formula che funziona già?
Non avrebbe senso, e lo stesso discorso vale per la progressione degli oggetti, che già nell’originale era perfetta così com’era, quell’incastro calibratissimo per cui ogni nuovo strumento ti apre una porta in un dungeon e, contemporaneamente, ti fa ripensare a decine di angoli dell’overworld che avevi già visitato.
Toccarla avrebbe significato snaturare uno dei pilastri su cui poggia l’intera struttura del gioco, e probabilmente anche il motivo principale per cui Ocarina of Time è diventato un modello per tutto il genere.
Insomma, dove c’era davvero bisogno di restare conservativi, Nintendo è rimasta tale.

Quello che invece non funzionava è stato modificato
A mia grandissima sorpresa, però, Nintendo non si è limitata a riproporre lo stesso gioco in maniera 1:1. Laddove l’originale non funzionava, ha messo mano e ha sistemato molti dei punti più discutibili del capolavoro del ‘98, con un lavoro particolarmente notevole sul fronte dei dungeon, ma andiamo con ordine e partiamo dai cambiamenti più piccoli.
Il primo riguarda il sistema di upgrade concessi dalle Grandi Fate, rivisto in modo piuttosto intelligente: in questo remake otterrete i potenziamenti leggermente più in fretta rispetto al passato, ma ciascuna fata vi chiederà in cambio un’offerta in rupie, si parte da un misero tributo di 25 fino ad arrivare a richieste decisamente più sostanziose, come le 400 rupie delle fontane più avanzate.
Devo dire che, nonostante aggiunga un ulteriore livello a un sistema che prima era puramente lineare, la scelta ha più che senso. Nell’originale le rupie erano sì utili, ma neanche troppo: superati i primi acquisti fondamentali, ci si ritrovava con il borsellino perennemente pieno e ben poco su cui spenderle, tanto che raccoglierle diventava più un riflesso condizionato che una vera scelta.
Ora, invece, hanno finalmente un motivo concreto di esistere, e anche l’esplorazione secondaria ne guadagna, perché ogni forziere e ogni cespuglio tagliato tornano ad avere un peso nell’economia complessiva del gioco.
Meno frizione nei dungeon
Questo, però, è senza dubbio l’upgrade più sostanzioso dell’intero remake: nei dungeon più problematici è stata ridotta in modo incredibile tutta quella frizione nata da meccaniche che, all’epoca, erano state semplicemente pensate male.
Anche solo vedere finalmente un tasto rapido per gli Stivali di Ferro nel Tempio dell’Acqua è una comodità tutt’altro che trascurabile, se pensiamo che nell’originale per Nintendo 64 bisognava passare ogni volta dal menù dell’equipaggiamento per indossarli e toglierli, trasformando ogni immersione e ogni risalita in una trafila burocratica.
Lo stesso Tempio dell’Acqua, inoltre, è stato reso infinitamente più lineare e meno confusionario, ed è un bene enorme, visto quanto la community si lamenta da quasi trent’anni di quel dungeon, diventato col tempo una sorta di meme generazionale prima ancora che un livello di gioco.
Anche il Tempio del Fuoco ha subito cambiamenti importanti: buona parte dei problemi che lo affliggevano nell’originale, soprattutto la disposizione di alcuni Goron imprigionati in punti che non avevano alcun senso logico, sono stati finalmente sistemati, restituendo al dungeon un flusso molto più naturale.
Ma l’upgrade più grande l’ha ricevuto senza dubbio il ventre di Jabu-Jabu: se nell’originale quel dungeon era, senza troppi giri di parole, il dungeon più detestabile, qui è stato completamente reworkato, al punto da diventare finalmente un’esperienza godibile e persino appagante.
E per un livello che per decenni è stato sinonimo di noia e di frustrazione, è forse il complimento più grande che si potesse fare a questo remake.

Le bossfight sono state pesantemente migliorate nel 99% dei casi
Un altro forte punto a favore di questo remake sono senza dubbio le bossfight, praticamente tutte migliorate rispetto all’originale. Si parte già da Gohma nel primo dungeon, che guadagna un piccolo layer di difficoltà in più senza snaturarne il ruolo di boss introduttivo, fino ad arrivare agli scontri di fine gioco, arricchiti da intere meccaniche inedite che ne cambiano radicalmente la lettura.
Ogni singola bossfight è stata rivista sul piano del gameplay, fa eccezione Phantom Ganon, che come a Francoforte resta facile, un peccato, perché le bossfight erano il punto più debole dell’originale, e qui quasi tutte sono state migliorate. Una in particolare, però, merita un discorso a parte.
Uno scontro che nell’originale consideravo tra i più deboli, se non il più debole in assoluto, in questo remake è stato completamente rifatto da zero, dando vita a quella che secondo me è la miglior bossfight dell’intera serie, a pari merito con quella contro Majora in Majora’s Mask.
Non vi dirò di quale si tratti, perché scoprirlo pad alla mano fa parte dell’esperienza, ma vi basti sapere che, da sola, vale buona parte del prezzo del biglietto.

I nuovi sistemi e quelli reworkati
In questo nuovo Ocarina of Time, Nintendo non si è limitata ad aggiungere sistemi, ma ha anche reworkato quelli che non funzionavano. Come accennavo poco fa, il meccanismo delle Grandi Fate è stato rivisto e migliorato, ma non è stato l’unico intervento di questo tipo: nel titolo sono stati introdotti anche sistemi del tutto assenti nell’originale, come i pensieri delle fate.
Esplorando la mappa potrete imbattervi in pensieri impressi nell’ambiente, che vi offriranno piccoli insight su ciò che le fate provavano o osservavano quando si trovavano in quel preciso luogo, un’aggiunta apparentemente secondaria, ma che arricchisce in modo delicato il lore di Hyrule e premia chi ama perdersi negli angoli meno battuti del mondo di gioco, dando un senso in più all’esplorazione anche dopo aver ripulito un’area.
Un’altra novità importante è senza dubbio la modalità microfono integrata con l’ocarina, che permette di canticchiare le melodie per farle eseguire direttamente a Link, e che può essere sfruttata anche con l’ocarina elettronica di HORI annunciata durante il Direct che purtroppo però non ho potuto provare.
Devo ammettere che mi sono divertito parecchio a intonare le varie canzoni, e va fatto un plauso a Nintendo, perché almeno da vicino il riconoscimento funziona dannatamente bene, senza quei falsi positivi che spesso rendono questo tipo di feature più un gimmick da una partita che una vera alternativa.
Poi, ovviamente, si può sempre tornare ai comandi classici. In toto, sono tutte aggiunte che ho apprezzato davvero, e ce ne sono parecchie altre che non ho citato e che vi lascerò il piacere di scoprire da soli.

La spettacolare art direction, la vera demo tecnica di Switch 2
Un altro enorme punto di forza di questo titolo è senza dubbio l’art direction, semplicemente spettacolare.
Il primo trailer, che si limitava a mostrare la cutscene iniziale del gioco, non rendeva assolutamente giustizia a quanto sia stato curato ogni singolo frangente: qui ogni angolo potrebbe tranquillamente essere trasformato in un quadro, tanto che durante la mia partita ho scattato una miriade di screenshot destinati, puntualmente, a diventare wallpaper del mio desktop.
E la cura si spinge fino ai dettagli più minuscoli, come la Tunica Zora e la Tunica Goron, che nell’originale erano semplici recolor della tunica base e che in questo remake possiedono invece un’identità artistica tutta loro, con forme, materiali e rifiniture che raccontano la cultura dei popoli da cui provengono.
È però nei dungeon che questo livello di attenzione emerge con maggiore forza, perché ognuno di essi vede la propria identità pesantemente rafforzata e cristallizzata.
Penso al Tempio della Foresta di cui avevo già parlato nell’anteprima da Francoforte, con la sua atmosfera da villa abbandonata e infestata, o al Tempio dell’Ombra, con quella tetra ambientazione da camera di tortura che mette a disagio esattamente come dovrebbe, segno che quell’anima dark che tanto temevo potesse andare perduta, almeno qui, è rimasta saldamente al suo posto.
Senza contare i personaggi, anch’essi resi in modo sublime: non ce n’è stato uno che mi abbia fatto storcere il naso, a partire da Link e Zelda fino ad arrivare a tutti i Saggi, da Saria a Impa, passando per Ruto e compagnia.
Ognuno di loro incarna alla perfezione quello stile vagamente marionettistico che questo rifacimento si era prefissato fin dall’inizio, a metà strada tra il realismo e l’artigianato, con proporzioni e lineamenti che ricordano quasi delle figure intagliate a mano, una scelta che dà a tutto il cast un’identità coerente e riconoscibile, e che si sposa benissimo con quella dimensione da fiaba un po’ inquietante che Ocarina of Time si è sempre portato dietro.
Anche qui, il risultato è stato a dir poco sbalorditivo.
Sul piano tecnico, poi, questo titolo è a tutti gli effetti la vera demo tecnica di Nintendo Switch 2: spreme al massimo il potenziale della console pur mantenendo un framerate granitico dall’inizio alla fine.
L’unico difetto rimasto anche nella versione definitiva è quell’aliasing già notato a Francoforte nelle aree particolarmente aperte come la Piana di Hyrule, che a questo punto escludo fosse colpa del televisore della sala prova; ma il fatto stesso che Switch 2 riesca a reggere una grafica di questo livello resta davvero incredibile, soprattutto se pensiamo da dove arrivavamo con la prima Switch, dove produzioni ben meno ambiziose faticavano a mantenere una risoluzione e una stabilità dignitose.

Ora vi prego datemi Majora’s Mask, questo remake è perfetto
Questo remake è stato semplicemente perfetto, nonostante i dubbi che mi portavo dietro dal Direct del quarantesimo anniversario fino alle due ore di prova a Francoforte, quel timore di trovarmi davanti a una riproposizione museale, fedele fino all’immobilismo, sono stato smentito in pieno dalla resa finale del progetto. E va benissimo così: non sono mai stato tanto contento di aver avuto torto su un titolo.
Nintendo è riuscita a fare esattamente ciò che speravo e che, onestamente, non credevo avrebbe avuto il coraggio di fare: lasciare intatto tutto ciò che funzionava, dalla progressione degli oggetti ai dungeon più iconici, e intervenire senza timori reverenziali su tutto il resto, dal ventre di Jabu-Jabu al Tempio del Fuoco fino a quella bossfight rifatta da zero che porterò con me a lungo.
Sono sicuro che la valutazione che darò farà scalpore, ma credo sinceramente che con The Legend of Zelda: Ocarina of Time non si potesse fare meglio di così. Siamo davanti a un capolavoro assoluto dell’industria, che quasi trent’anni dopo torna a esserlo una seconda volta, e come tale va celebrato.
Ora però, vi prego, datemi Majora’s Mask con lo stesso identico livello qualitativo, perché dopo un rifacimento così magistrale ne ho fisicamente bisogno. Complimenti Nintendo: vi meritate il massimo.
Vi lascio in conclusione la pagina dello store di Nintendo per preordinare il titolo.
Ocarina of Time Remake: il capolavoro rinasce | Recensione
The Legend of Zelda: Ocarina of Time torna su Nintendo Switch 2 il 5 novembre, e questo remake fa quello che pochi hanno il coraggio di fare: lascia intatto ciò che funzionava e sistema tutto il resto. Narrazione completamente potenziata con cutscene doppiate, dungeon rivisti (sì, anche il Tempio dell'Acqua e il ventre di Jabu-Jabu), bossfight ripensate e un'art direction da wallpaper. Recensione scritta di Alessio Palatella Voiceover di Enrico Andreuccetti
La sublimazione di un capolavoro, semplicemente perfetto.
- L'art direction sbalorditiva
- Le bossfight riviste e migliorate in tutto
- Un comparto narrativo pesantemente potenziato
- Dei dungeon rivisti e migliorati dove serviva
- Una valanga di aggiunte e feature nuove
- Purtroppo in distanza rimane l'aliasing, ma dalla Nintendo Switch 2 non si può pretendere di più oggettivamente
- La bossfight con Phantom Ganon nel Tempio della Foresta rimane debole
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