NBA 2K27: cosa vorrei dal nuovo capitolo
NBA 2K27 arriva sul mercato videoludico con un bagaglio di aspettative enorme. Pur partendo da una situazione di dominio inevitabile e, per tanti aspetti, meritata, la serie cestistica di 2K, negli ultimi anni, ha dimostrato di voler sempre comunque migliorare e migliorarsi, senza adagiarsi sui proverbiali allori.
Ciò si è reso necessario anche dalla costante evoluzione del pubblico, sempre più esigente e meno incline all’adattamento, ma è anche diventato un tratto caratteristico della serie grazie all’atavica voglia di espandere il proprio prodotto di Ronnie 2K e di tutto il suo staff.
Con il capitolo di quest’anno, l’intenzione di mischiare, con forza, le carte in tavola, sembra essere più accesa che mai. Complice, forse, anche un po’ di critiche ricevute in occasione del lancio di 2K26, forse il capitolo più conservativo, a mia memoria, della serie, ora c’è una voglia matta di entrare duramente sul mercato, con un capitolo rinnovato e ancora più ambizioso.
Sarà veramente così? Io lo vorrei tanto, ma ho qualche dubbio in merito e in questo primo articolo dedicato a NBA 2K27 proverò a spiegarvi il perché e cosa, invece, vorrei vedere in questo nuovo capitolo della serie.
NBA 2K27: nome in codice “evoluzione”
Devo essere sincero: gli ultimi capitoli della serie mi hanno entusiasmato da un lato e fatto imprecare parecchio dall’altro. Da grande appassionato, cultore ed ex giocatore di basket, nonché giocatore dal giorno uno dei titoli della serie 2K e Visual Concepts, ho apprezzato soltanto a metà l’evoluzione di una serie che, per quanto mi riguarda, per certi versi ha un po’ dimenticato alcuni concetti chiave del proprio successo.
Questo concetto di evoluzione della serie si è legato con forza a quello dell’evoluzione del gameplay, diventato sempre di più l’epicentro degli sforzi del team di sviluppo. Da questo punto di vista, il lavoro di Ronnie 2K e del suo team è risultato a tratti encomiabile. Con 2K26, grazie anche all’evoluzione sempre più consapevole della fase difensiva, il modello di gioco ha raggiunto vette qualitative impressionanti, da primo della classe.
Il concetto di evoluzione secondo 2K, però, ha iniziato, lentamente, a diventare troppo monotematico. Col passare degli anni e dei capitoli, il gameplay ha iniziato a rubare un po’ la scena al resto, andando quasi a sottrarre energie ad altre aree, in cui lo sviluppo, almeno per quanto mi riguarda, era ed è altrettanto necessario. Questo, però, non vuol dire che la serie sia in difficoltà. Anzi. A un occhio meno critico può sembrare esattamente l’opposto, soprattutto in termini di risonanza mediatica. Ma, attenzione: non è tutto oro quel che luccica.

Un piatto sempre più ricco, ma con poco contorno?
L’impatto avuto dai social e dal gioco competitivo “massivo” sulla serie 2K è stato devastante. Con la crescita sempre più spietata di Instagram, X e, in generale, con il bisogno sempre più impellente di “condividere” la serie di 2K, strizzando l’occhio anche ad altre produzioni sportive, si è lasciata andare verso una concezione dello sport virtuale parecchio diversa. NBA 2K, indicativamente con l’arrivo della next-gen (PS5 e Series, 2020) ha iniziato a strizzare l’occhio con sempre più forza all’aspetto competitivo del gioco, finendo con il dargli uno spazio man mano più centrale.
In questo contesto, ha finito per consolidarsi il concetto di “divertimento ossessivo”, che ha un po’ divorato anche la credibilità generale di un prodotto che ha sempre visto nella sua fedeltà al basket reale una delle sue armi vincenti. Col passare degli anni, al netto di un gameplay sempre più credibile, realizzato con una cura a dir poco maniacale di tutti i suoi aspetti, la serie NBA 2K si è allontanata sempre di più da quei binari che l’hanno resa una delle più importanti voci nel panorama dei titoli sportivi, in senso generale.
A dare il fatidico colpo di grazie ci ha pensato, poi, la consolidazione sempre più inattaccabile di MyTeam. La versione cestistica di Ultimate Team di EA Sports, per intenderci, ha lentamente e progressivamente attirato su di sé le attenzioni quasi esclusive del pubblico giocante, rendendo, così, la scelta del team di sviluppo di concentrare gran parte dei suoi sforzi su quella parte dell’offerta ludica sempre più comprensibile e quasi scontata. Il risultato, man mano, ha portato all’inevitabile raggiungimento di quell’equazione che i fan di FC (ex FIFA) ormai conoscono bene: l’abbandono, quasi progressivo, del single player.

L’importanza delle leggi di mercato
Sarò sincero: la deriva presa da NBA 2K mi ha davvero stupito. Anche dando per buono il bisogno di adattarsi e conformarsi alle esigenze di un mercato sempre diverso, la piega presa dalla serie non mi è mai andata veramente giù. Pur senza mai avere un impianto ludico particolarmente sviluppato, la modalità “Allenatore” dei vecchi NBA riusciva a tenermi incollato per giorni, mesi, senza troppa fatica.
Il desiderio di riportare in vetta i Lakers, i Knicks, di dare un altro anello a quel meraviglioso essere umano conosciuto come Steph Curry e così via, ha sempre saputo andare oltre tutti i limiti del caso. Proprio per questo motivo, non ho mai mandato giù l’abbandono quasi totale di tutto quello che riguarda la modalità “Allenatore”. Il MyGm, per intenderci, si è trasformato in un amplesso ricco di derive social, in cui anche i soli menù sono più orientati alla condivisione e alla comunicazione che all’atto pratico, consumando così i residui del basket giocato.
Anche la Carriera giocatore ha subito un trattamento analogo. Con l’arrivo della “City”, ossia il gigantesco hub online in cui sfidarsi e crescere con e contro giocatori da ogni parte del mondo, si è arrivati a un punto in cui l’importanza del basket in sé è diventato quasi l’ultimo problema. Il valore dei giocatori è molto marginale, la crescita è legata fortemente alla vena Pay to win della serie e persino la credibilità dei giocatori e le loro caratteristiche sono diventati dei semplici orpelli, praticamente, e poco altro.

Obiettivo desiderato: un comparto single-player di nuovo centrale
Per tutti questi motivi, mi riesce davvero difficile immaginare un cambio di rotta nell’immediato. NBA 2K27 sembra aver puntato, ancora una volta, sull’importanza delle sue modalità di punta multigiocatore, MyTeam e derivati, relegando ancora una volta l’offerta single player a un semplice riempitivo o poco più. Certo, i ragazzi di 2K non sono ancora entrati nel merito e non possiamo sapere in che direzione si muoveranno in tal senso, ma la sensazione che ho avuto è proprio questa.
Non mi aspetto grandi rivoluzioni, anzi, ma vorrei che NBA 2K27 possa essere in qualche modo il primo passo per un futuro diverso. Sia chiaro, a livello ludico sembra che quest’anno si sia raggiunto un livello veramente impressionante, ma il timore di avere ancora una volta tra le mani un prodotto pensato per accontentare soltanto una determinata fetta d’utenza, sempre più grossa, è decisamente vivo e pulsante. Ciononostante, sono davvero curioso di scoprire come e se gli sviluppatori sono riusciti a limare alcuni dei punti più spigolosi dell’offerta ludica, soprattutto quella competitiva.
Il sogno, però, rimane quello di un single player finalmente protagonista. Con un gameplay simile, NBA 2K27 e in generale la serie NBA 2K potrebbero tornare a risultare una meta perfetta per tantissimi giocatori e non soltanto quelli appassionati di carte, tiri da centrocampo e schiacciate completamente fuori da ogni schema logico. Del resto, non ci vorrebbe poi molto: le modalità single player esistenti ci sono e sono anche discretamente impostate, ma andrebbero ripulite di ogni deriva social, massiva e competitiva e arricchite con una profondità ludica decisamente più accattivante.
NBA 2K27 è un capitolo importante. Con l’avvicinarsi della next-gen, risulta difficile ipotizzare l’arrivo di scossoni particolari, ma sono comunque curioso di scoprire se gli autori hanno messo mano ad alcuni aspetti importanti dell’esperienza di gioco. Su tutte spicca l’offerta single player, sempre più marginale e meno accattivante del resto e che vorrei vedere finalmente sotto una luce decisamente diversa. Per il resto, tra le certezze, c’è il solito gameplay, sempre più maniacale e meravigliosamente curato. Basterà?