In questo articolo
- The Moment: quando la voglia di creare incontra un anno difficile
- Pirandello, Alan Wake e la difficoltà di essere ciò che gli altri si aspettano
- David Lynch e Remedy: trovare una voce cinematografica personale
- La sceneggiatura è cambiata anche durante il montaggio
- Girare un cortometraggio a budget zero: i limiti diventano parte del processo
- Il Luogo Buio come riflesso di qualcosa di personale
- Un progetto personale, reso possibile da un lavoro di squadra
- The Moment: il valore di averlo portato a termine
Ci sono progetti che nascono da un’idea precisa, da una sceneggiatura già definita o dal desiderio di sperimentare una tecnica cinematografica. E poi ci sono quelli che, in qualche modo, arrivano quando ne hai più bisogno. The Moment è un cortometraggio nato così: dal desiderio di tornare nell’universo di Alan Wake, da una serie di coincidenze e, soprattutto, dalla necessità di creare qualcosa in un periodo in cui non era affatto semplice trovare la voglia di farlo.
Avevo in mente di realizzare un corto dedicato ad Alan Wake fin da quando avevo terminato Alan Wake 2. L’idea era rimasta lì, sospesa, senza trasformarsi in un progetto concreto. Poi ho visto il mio amico Vito Antonelli in cosplay da Alan. Era incredibilmente somigliante al personaggio e, in quel momento, qualcosa è scattato. Ho smesso di pensare a quanto sarebbe stato bello realizzare un cortometraggio e ho iniziato a chiedermi come avrei potuto farlo davvero.
Non sapevo ancora quale forma avrebbe assunto la storia, né quanto sarebbe diventata personale. Sapevo soltanto che volevo provarci.

The Moment: quando la voglia di creare incontra un anno difficile
Il 2025 è stato probabilmente l’anno più difficile della mia vita. Non è una premessa che inserisco per cercare una giustificazione al progetto, ma perché sarebbe impossibile raccontarne la genesi senza partire da qui.
In un periodo già complicato, ho sentito il bisogno di tornare a Twin Peaks e di recuperare quei pochi lavori di David Lynch che ancora mi mancavano. Lynch è scomparso proprio all’inizio di quell’anno, e ritrovare il suo cinema è diventato anche un modo per confrontarmi nuovamente con un autore che ha contribuito profondamente alla mia formazione e al mio modo di guardare le immagini.
Il suo linguaggio mi ha sempre affascinato per la capacità di mettere in scena situazioni che sembrano familiari, per poi incrinarle dall’interno. Un ambiente può apparire normale e diventare improvvisamente inquietante; un silenzio può essere più eloquente di un dialogo; un’immagine può trasmettere un disagio che non siamo in grado di spiegare razionalmente.
Riguardare quelle opere, in quel momento della mia vita, ha riacceso qualcosa. Non credo che l’arte debba necessariamente nascere dalla sofferenza, né che attraversare un periodo difficile renda automaticamente più interessanti le cose che creiamo. Ma so che, in quel caso, il bisogno di esprimermi è diventato più forte proprio mentre tutto il resto sembrava rendere più complicato farlo.
La voglia di realizzare un corto su Alan Wake ha così trovato un terreno fertile. Mancava ancora il nucleo narrativo attorno al quale costruire la storia. E l’ho trovato grazie a una conversazione.

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Pirandello, Alan Wake e la difficoltà di essere ciò che gli altri si aspettano
Parlando di psicologia con Gaia D’Amico, la mia compagna, che presto diventerà mia moglie e che guarda caso di professione è psicoterapeuta, è emerso il nome di Luigi Pirandello e, in particolare, il suo racconto La carriola.
Non lo conoscevo. Gaia ha deciso di leggermelo e sono rimasto folgorato dalla sua potenza.
In quel racconto ho riconosciuto qualcosa che sentivo vicino alla mia esperienza e, allo stesso tempo, qualcosa che apparteneva profondamente ad Alan Wake. Il protagonista di Pirandello vive una frattura fra l’immagine che mostra al mondo e una dimensione più intima, difficile da esprimere e da conciliare con le aspettative altrui.
È un tema che mi ha sempre colpito: quanto di ciò che mostriamo agli altri corrisponde davvero a ciò che sentiamo di essere? Quanto della nostra identità è una scelta e quanto, invece, è il risultato dei ruoli che ci vengono assegnati e che finiamo per interpretare?
In Alan Wake ho sempre riconosciuto questa tensione. È uno scrittore, un uomo che dovrebbe avere il controllo delle storie che racconta, eppure si ritrova intrappolato in una narrazione che lo supera. La sua creatività è una risorsa, ma anche una condanna; il tentativo di dare forma alla realtà può diventare un modo per perdere il controllo su di essa.
La carriola è diventata quindi il pilastro sul quale costruire il cortometraggio. Non volevo limitarmi a riprodurre un personaggio o a ricreare una situazione riconoscibile dai fan. Volevo partire da un’opera letteraria per trovare una chiave personale attraverso cui raccontare Alan, mantenendo il legame con il mondo creato da Remedy.

David Lynch e Remedy: trovare una voce cinematografica personale
Il rapporto con Alan Wake è stato fondamentale, ma non volevo che il risultato fosse soltanto un esercizio di imitazione. Desideravo rispettare l’immaginario originale e, contemporaneamente, rendere omaggio a David Lynch attraverso il mio linguaggio.
Sam Lake ha dimostrato in Alan Wake 2 quanto il cinema di Lynch possa dialogare con l’universo di Remedy. Io ho cercato una strada diversa, più legata alle suggestioni che il suo cinema ha lasciato nella mia formazione: il bianco e nero contrastatissimo, le inquadrature, il rapporto fra immagine e suono, la capacità di costruire un’atmosfera nella quale lo spettatore non si senta mai completamente al sicuro.
Non volevo semplicemente inserire riferimenti riconoscibili. Mi interessava provare a tradurre in immagini quella sensazione di smarrimento che associo a certe opere lynchiane, facendo convivere due sensibilità che per me dialogano naturalmente: da una parte il mondo narrativo di Alan Wake, dall’altra un cinema che non ha paura di lasciare domande senza una risposta immediata.
La carriola stessa diventa un elemento di raccordo fra questi universi. È un rimando esplicito al racconto di Pirandello, ma viene reinterpretata attraverso la terminologia e l’immaginario di Control, come un Oggetto del Potere o un Oggetto Alterato. La macchina da scrivere, invece, richiama direttamente Alan e Mr. Scratch, due figure legate in maniera indissolubile alla scrittura e alla possibilità di plasmare una storia.
Sono oggetti che non hanno bisogno di spiegare tutto attraverso il dialogo. La loro presenza mette in relazione la fonte letteraria, il videogioco e la mia interpretazione cinematografica, permettendo allo spettatore di riconoscere diversi livelli di lettura.

La sceneggiatura è cambiata anche durante il montaggio
Una delle scelte che più hanno contribuito a definire la forma finale del corto è nata quando le riprese erano già terminate.
Inizialmente non avevo previsto una voce narrante. Durante il montaggio, però, mi sono reso conto che il surrealismo della storia era forse troppo accentuato e che rischiavo di allontanarmi eccessivamente dalla sensibilità di Alan Wake. Sentivo la necessità di recuperare un elemento familiare ai giochi: la narrazione in prima persona, quella voce capace di accompagnarci nei pensieri del protagonista e di rendere ancora più ambiguo il confine fra ciò che vediamo e ciò che ci viene raccontato.
Ho quindi scritto la voce narrante in fase di postproduzione.
L’idea che fosse Mr. Scratch a raccontare la storia, senza rivelare immediatamente la propria identità, è stata invece di Emanuele Cielo Olmo, che presta la voce italiana ad Alan. Quando me l’ha proposta, ho capito subito quanto funzionasse: non soltanto perché introduceva un elemento di sorpresa, ma perché si inseriva perfettamente nei temi del corto, dove identità, rappresentazione e percezione di sé si sovrappongono continuamente.
È stato uno di quei momenti in cui la collaborazione migliora un’idea in una direzione che, da soli, forse non avremmo immaginato. E mi ha ricordato quanto il montaggio non sia semplicemente una fase tecnica destinata a mettere in ordine le riprese. Può essere un secondo momento di scrittura, nel quale il significato di ciò che abbiamo girato cambia e trova finalmente la propria forma.

Girare un cortometraggio a budget zero: i limiti diventano parte del processo
The Moment è stato realizzato con un budget pari a zero. Abbiamo utilizzato quello che avevamo a disposizione: la vecchia casa di Cielo come location, le luci già disponibili e il materiale che potevamo recuperare senza affrontare spese.
Ho girato semplicemente col mio ottimo iPhone 16 Pro Max e l’app Blackmagic Camera, lavorando con la lente integrata da 24 mm. Per il montaggio e tutta la postproduzione mi sono occupato personalmente del lavoro, facendo affidamento sull’esperienza maturata negli anni, sia professionalmente sia per passione.
Abbiamo concentrato le riprese in tempi strettissimi: praticamente un giorno e mezzo. Non è stato semplice. Con un budget avrei potuto avere maggiore controllo sulle location, sul set e sulle attrezzature, e sicuramente avrei affrontato la postproduzione con meno fatica. Quando le risorse sono limitate, ogni soluzione deve essere valutata anche in funzione di ciò che puoi effettivamente realizzare.
Allo stesso tempo, mi sono trovato a riflettere su quanto debba essere interessante lavorare a una produzione con un budget vero, ma anche su quanta responsabilità comporti. Avere più mezzi apre possibilità che altrimenti rimangono precluse, ma significa anche dover gestire risorse, persone e aspettative.
Non voglio romanticizzare le difficoltà produttive: avere più tempo e strumenti avrebbe certamente aiutato. Ma sono contento di aver realizzato il progetto con quello che avevamo. Aspettare condizioni ideali avrebbe potuto significare rimandare ancora, forse senza arrivare mai a girare.

Il Luogo Buio come riflesso di qualcosa di personale
Se dovessi individuare il nucleo emotivo di The Moment, non saprei scegliere un solo tema. Ci sono il blocco creativo, la paura di non avere più nulla da dire, il rischio di essere assorbiti dalla propria opera, la ripetitività della creatività e la sensazione dell’assenza dell’arte.
Ma, più di ogni altra cosa, c’è il bisogno di essere visti e riconosciuti.
Non volevo che lo spettatore uscisse dal corto con una domanda precisa a cui rispondere. Desideravo piuttosto trascinarlo nel Luogo Buio insieme ad Alan, facendogli provare quel senso di impotenza e di disagio che attraversa il personaggio. Volevo che si sentisse perso, senza avere necessariamente tutti gli strumenti per comprendere ciò che stava accadendo.
Forse questa è la parte più personale del progetto. In una certa misura, riconosco in quella solitudine qualcosa che ho provato anch’io: la sensazione di trovarsi in un luogo dal quale non è sempre facile uscire, mentre si cerca di capire come continuare a creare e come riuscire a comunicare qualcosa agli altri.

Può sembrare una prospettiva deprimente, ma sarebbe poco sincero raccontare il cortometraggio come se fosse nato soltanto dal desiderio di sperimentare con una macchina da presa. C’è anche questo, naturalmente, ma c’è soprattutto il bisogno di dare una forma a sensazioni che, altrimenti, sarebbero rimaste difficili da esprimere.
Non so se il risultato riesca a trasmettere tutto ciò che avevo in mente. So che, per me, realizzarlo è stato un modo per attraversare quelle sensazioni, anziché limitarmi a subirle.

Un progetto personale, reso possibile da un lavoro di squadra
La responsabilità creativa del progetto è stata mia: ho curato sceneggiatura, regia, montaggio e tutta la postproduzione. Ma sarebbe scorretto raccontare The Moment come il risultato di un lavoro individuale. Senza le persone che hanno collaborato con me, il cortometraggio semplicemente non sarebbe esistito.
Emanuele Cielo Olmo è stato assistente alla regia, responsabile delle luci, coach attoriale, voce italiana di Alan e responsabile del comparto sonoro. Vito Antonelli ha interpretato sia Alan sia Mr. Scratch, dando corpo alle due figure centrali della storia. Veronica Chirita si è occupata della segreteria di produzione e del trucco.
Gaia D’Amico, oltre ad avermi fatto conoscere La carriola, ha prestato la voce alle comunicazioni radio in italiano. Mark Gore ha dato voce alla versione inglese, mentre Maddalena Mirafiori ha scritto e interpretato Moment, la canzone presente nei titoli di coda, prestando anche la propria voce alle comunicazioni radio in inglese.
Ognuno ha contribuito a trasformare un’idea in qualcosa di concreto. In una produzione senza budget, la disponibilità, la fiducia reciproca e la capacità di trovare soluzioni diventano ancora più importanti. Per questo considero il lavoro di squadra una parte essenziale della genesi del corto, non un dettaglio da aggiungere ai titoli di coda.

The Moment: il valore di averlo portato a termine
Terminare il cortometraggio è stato bellissimo, ma anche faticoso. Eppure, dopo tutto il lavoro fatto, mi rendo conto di non aver ancora avuto il tempo di promuoverlo come vorrei. Mi dispiace, perché spero che possa raggiungere più persone e trovare spettatori disposti a lasciarsi accompagnare nel suo immaginario.
Ripensando alla sua genesi, mi accorgo che The Moment è nato dall’incontro di molte cose: un personaggio che desideravo portare sullo schermo, un amico che mi ha dato la spinta decisiva, un racconto di Pirandello che mi ha folgorato, il cinema di David Lynch e un periodo personale nel quale creare è diventato, in qualche modo, una necessità.
Non so se il corto rappresenti una risposta alle domande che mi hanno accompagnato durante la sua realizzazione. Probabilmente no. Ma non credo fosse questo il suo compito.
A volte creare significa semplicemente prendere qualcosa che ci pesa, che ci confonde o che non riusciamo a spiegare, e provare a trasformarlo in una forma che possa essere condivisa con qualcun altro.
È quello che ho cercato di fare con The Moment. E se anche una sola persona, guardandolo, dovesse ritrovarsi in quella sensazione di smarrimento che volevo raccontare, allora tutto il lavoro fatto per portarlo a termine avrebbe trovato un significato ulteriore.
Perché, in fondo, anche quando ci sentiamo soli nel nostro Luogo Buio, forse una storia può essere il primo modo per scoprire che qualcuno, dall’altra parte, è disposto ad ascoltarci.
Il cortometraggio The Moment è disponibile anche in lingua inglese, basta cambiare l’audio nelle opzioni del video su YouTube.


